Il mio primo Vinitaly

Gli ignari dovrebbero essere avvertiti prima: va bene che la manifestazione è vietata ai minori di diciotto anni, ma qui si dovrebbero prendere serie misure preventive. Vinitaly è una prova di sopravvivenza. Si dovrebbe sapere che è un girone dantesco dove dopo pochi istanti è tutto completamente fuori controllo.
Ma Vinitaly è anche una manifestazione bellissima. Un sacco di cose, ben fatta, tanta gente, opportunità, movimento. E’ la mia proma volta, quindi non ho termini di paragaone, anche se due o tremila esperti di Sensible Economics (Economia Sensoriale) facevano a gara a dire che era un po’ meglio ma anche un po’ peggio dell’ultima volta, che c’era meno gente ma si vendeva di più, che si è venduto meno ma meglio.
Io per conto mio mi sono limitato ad approfittarmi di Antonio Tomacelli – che ringrazio – per accelerare le operazioni di imbarco e di Dan Lerner che mi ha menato per le terre cercando di mantenere saldo il timone che ad ogni varco rischiava di prendere derive etiliche preoccupanti.

Primo appuntamento con Chiarli, colossale realtà lambruschista di Modena. Si sta lavorando – è uffiziale – ad una Lambroosky4 a Modena, con lo spettacolare evento di un produttore di quella caratura che si offre di ospitare la degustazione, mettendo in casa sua i suoi campioni alla cieca con altri. Io lo trovo spettacolare. Oltre al “famoso” (e fragoloso) Grasparossa Vecchia Modena Premium, che continua a lasciarmi tiepido assai, assaggiati il Rifermentato in bottiglia (ah, no?) e il Vigneto Cialdini, che è proprio buono. Poi Zonin: conclusione di MyFeudo con Franco Giacosa, che starei ad ascoltare per giorni. Curioso il risultato della degustazione comparata, collegiale e cieca con il Simposio – nuovo nato dei Principi di Butera – in mezzo a tutti, ma ne pallerò a parte.

Poi assaggi sparsi. Finalmente il Prosecco Colfòndo di Bele Casel. Luca Ferraro ha finalmente tirato insieme il suo sogno di produrre un Prosecco sui lieviti, per avere la massima interpretazione del territorio Asolano. Il vino è bello torbido, ancora un po’ scoordinato, ma vivido e pieno di scintille: nuovo di pacca, imbottigliato da un minuto, non è ancora al perfetto stadio di maturazione ma ad occhio darà soddisfazione. Tastato anche il Timorasso puro di Paolo Carlo Ghislandi, l’esuberante tortonese di Cascina i Carpini. Vino spesso, anche nel campione da vasca, con una potenza che sarà una bella sfida controllare.

Gran cavalcata di sloveni da Sutor, con i curiosissimi bianchi: da innamorarsi la Malvasia, un percorso papillare inverso rispetto alle malvasie nostrane, esplode il succo nel mezzo e non all’inizio. Folgorante il Burja (la Bora) un blend travolgente. Raro e buono il bel Zelen, un vitigno di Vipaska quasi scomparso, ma in grado di suscitare più di un brivido. Assaggiati anche i rossi monferrini di Fabrizio Juli, con il colossale Barabba 2006 in viaggio verso sicure evoluzioni.

Tappa lucana da Carbone:  sorpresona il Fiano 2009 – nella versione ’8 non mi aveva incantato – con quell’angolo retto nel mezzo del sorso, e i vulcanismi dentro. Promettente il “Mundi” 2007 assaggiato da botte che unisce un muscolo deciso ad una ancor rustica ma austera compostezza, a mio avviso un passo avanti al ’6 attualmente in commercio.

Infine brindisi a casa di Lucia e Giulio Barzanò, con cui abbiamo condiviso l’esperienza di “Visto da” sui Franciacorta de  Il Mosnel. Guida galattica Davide Cocco di Studio Cru.

Poi è rimasto solo il tempo d’accasciarsi sui fessi omeri.

Quella sporca dozzina

“Che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo” mi chiedevo al termine della telefonata con la quale la Casa Vinicola Zonin mi chiedeva di partecipare all’iniziativa “My Feudo” assieme ad altri 11 prescelti. Per la verità ancor oggi non me lo spiego: non sono un tecnico, non ho alcuna cultura teorica del vino. Bevo più che posso (nel senso che assaggio la maggior varietà di vini…) da solo e in compagnia, mi prendo il rischio di raccontare cosa ci sento dentro quel bicchiere magari facendomi coprire d’infamia (uno, due).
Vediamola così. Da un lato Zonin rappresenta l’altro vino: grandi numeri, linearità, prudenza e omogeneità di gusto conmfliggono pesantemente con il mio approccio emozinale alla mitica bevanda. Dall’altra Francesco Zonin si fa carico di una sensazione che come lui hanno tutti gli imprenditori degli di questo nome: percepiscono che con Internet ci si può e ci si deve fare qualcosa, ma poi faticano a concretizzare, a rieditare il loro sistema di riferimento fatto di rassicuranti camapagne a lungo termine con i Centri Media.
Lavorare con Internet significa mettere le mani in un calderone ribollente di magma fuso, in cui il tempo di reazione è quello dei centometristi in finale e la capacità di cambiare idea è una delle componenti fondamentali. Mica facile, quando si lavora con i fatturatoni zilionari e decine e decine di collaboratori.
Allora: di blend di vino non capisco nulla, però il kit del piccolo chimico è spettacolare. Divertente, fino, completo delle schede enologiche e di una scheda di Franco Giacosa in persona.
E’ un esperimento, e come gli esperimenti si dovrà fare seriamente. Dal punto di vista enologico non so quale validità possa avere: ora ci provo.
Dal punto di vista della comunicazione dice tre cose che mi piacciono: 1. c’è una speranza per internet anche in Italia; 2. La comunicazione on line è molto altro rispetto al display, una moscissima riedizione dello spot – o della pagina – tradizionale. 3. Anche le grandi aziende sono fatte di uomini, ed è sugli uomini che dobbiamo investire.
L’appuntamento con “My Feudo” è al Vinitaly, dove verrà presentato il nuovo vino di Butera e si parleràdei blend realizzato dalla “sporca dozzina”. Io per intanto  vado a riempire le provette.