Dal Vero, Badoere TV [8.8]

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Come nascono le curiosità al tempo della Rete Globale Interconnessa? Dal caso, da un sussurro, da un commento. L’ipertesto ha questa sua qualità diagonale di uscire lateralmente dal discorso, per tutt’altri motivi. Le parole fluiscono, intermittenti ed elettriche, per un verso e per l’altro. Poi, d’improvviso, accade qualcosa d’imprevisto. Una scheggia, un vetrino, un pixel piazzato di lato, e ti si conficca nella memoria un chiodino. Una puntina da disegno, che ogni volta che ci passi la mano sopra prude un po’.
Ecco allora che leggendo i commenti ad un post qualsiasi, appare come un’epifania Gabriella, che – dice – gestisce un ristorante tra mille difficoltà. Leggi, e la puntina si incastra.
Perchè se Treviso non è alla mano, Badoere lo è meno: manco sapevi che esistesse. Ed è ancor più folgorante il fuori scala della Rotonda, lo scoprirai dopo, che si spalanca nel centro del paese. Ti storci il collo guardandoti attorno, stupito di stupirti ancora di queste istantanee di un’Italia minore che non è mai minima, anzi spesso: d’inattingibile bellezza proprio per qual suo perchè, di non gridare. Per sapere com’è la Rotonda di Badoere devi proprio sciropparti questi chilometri di pianurka veneta, con strade congestionate e lente, e respirare quando lasci l’auto, e parcheggi.
Ivano Mestriner ha la sua Casa nell’angolo, Gabriella è impegnata a dare vita ad una vita: nel mezzogiorno sei l’unico avventore, e ti concedi alla Degustazione. S’introduce un ventaglio colorato di grissini, di cristallina levità: curcuma, curry, bianchi e seppia. Non un cestino per i pani fatti in casa con la pasta acida, ma un bacile riscaldato da un fornellino.
La cucina è a vista: dalla vetrata vedrai per tutto il pranzo le mani abili dei cucinatori trafficare con i tuoi piatti, condividendone il travaglio, tenuti al caldo sotto le lampade irradianti: uno spettacolo nello spettacolo. Come il benvenuto, un evocativo croccante di musetto infilzato sullo stecchino ed immerso in una corroborante crema di polenta. Caldissimo, un bell’abbraccio al palato anelante.
Il cocktail di nervetti con verdure croccanti e gelato di rafano è perfetto, nel mutuo sostegno di diversi uguali: morbido e gelatinoso  il nervetto, morbido e cremoso il gelato. Fresco l’uno, freddo l’altro, come un unisono appena dissonante, ma solo per un microtono.
Poi l’esorbitanza della salsa verde tradizionale, un vero fulmine al termine del palato.
C’è la scaloppa di foie gras, composta di fichi, patata americana, con cialda e riduzione di porto. Piatto deliberatamente ridondato, che unisce l’esecuzione  impeccabile per il fegato ad una architettura vagamente velleitaria: ultronea la cialda che inoltra rende laborioso l’abbocco. Pallido l’apporto della patata americana. Assai meglio le tagliatelle al curry con anitra al coltello, dove la sfumatura d’esotismo si trasforma in una esaltazione del luogo, il tradizionale battuto, che diventa coprotagonista assieme alle cotture d’esaltante esattezza. Delizia vera.
Come delizia verissima è il risotto con la sbiraglia e il Raboso del Piave, un recupero di colossale impatto della tradizionale minestra non-si-butta-via-niente, fatta con le rigaglie di pollo. Quasi a stancarsi di parlare di perfezione per un piatto esistenziale, di ubriacante pienezza e sfacciata lussuria. Difficile tenere il passo con la pietanza che al paragone s’annebbia: un arrostino di coniglio con pancetta di Sauris, verdure, funghi chiodini, crema di patate. Un po’ cotonato nell’arrotolatura, un po’ arruffato nei complessi accostamenti, un po’ levigato nei toni.
Un predessert che ne vale tre, il gelato al cocco con spuma di pistacchio e sablè, ad introdurre le dolcezze: che invece risulteranno contenute in una crema catalana un po’ telefonata, rialzata da frutti di bosco ottimi ma eccessivamente probabili.
Manca il menù di frattaglie, per le quali lo chef ha un tocco semidivino: sarà disponibile più avanti.
All’uscita, sazietà e appagamento, e 80euri di meno: per una cucina che ha momenti in cui si sfiora l’assoluto e istanti di normalità, come se il genio si prendesse un momento di pausa. Vale d’attendere il resto.

Dal Vero | Grissini Dal Vero | La cucina Dal Vero | Pani
Dal Vero | Il musetto Dal Vero | I nervetti Dal Vero | Gelato al rafano
Dal Vero | Fuà Grà Dal Vero | Tagliatelle al curry Dal Vero | Riso con la sbiraglia
Dal Vero | Il coniglio Dal Vero | Gelato P1100602
Dal Vero | Dal Vero | Piccola Dal Vero | Ristorante

IGT Veneto Rosso “Valletta” – Firmino Miotti 2001 [7.0]

IGT Veneto Rosso “Valletta” – Firmino Miotti 2001 [7.0]Che Miotti faccia dei gran vini, è fuor del dubbio. A volte immensi, a volte solamente buoni, senza l’impronta del mito.
Questo cabernò ad esempio, in parti paritarie Cabernet e Merlot, vien granato fitto e cuore impenetrabile, pregno di gran deposito.
Sul vetro materia in abbondanza, pigra e densa, quasi ferma.
Tanta terra nel naso, in equilibrio con un frutto ancora vivo, succoso.
La confettura sostiene le note più carnali. Con una riga di cioccolato nero diritta e precisa. Poi spezia, ricordo di cannella.
Vien su piuttosto ruvido fin dall’abbocco, arrembante e verticale. La polpa è stretta, con una evoluzione del sorso che si ingrossa sulla spina alcolica molto nervosa.
Manca un po’ di profondità dove si arricchisce in ampiezza, con una corrispondenza esatta.
In finale declina moderatamente, a lungo.

DOCG Valpolicella Classico Superiore “Ognisanti” – Villa Novara Bertani 2005 [8.0]

valpolicella superiore ognisanti bertaniE’ un bicchiere reboante, turgido: deve piacere il sorso carnoso. Ha un rubino fitto, appena trasparente sul bordo. Fa tanta storia sul vetro, robustamente adesivo, non esente da un certo pigmento.
Ha un attacco di naso formidabile, spesso di polpa e frutto, accenni di prugna conservata. Quasi smisurato, vasto ma non largo, conturbante.
L’assaggio è carnale, rotola sul palato deciso assai, al punto di diventare progressivamente grosso e pieno. Il passo è marcato, il ritmo rutilante, il tempo è vorticoso fino all’uscita che è morbida, felpata e tenace.
Bevuta goduriosa: se paga qualcosa in eleganza, regala in golosità.

Merica, Sommacampagna VR [6.0]

Due metri più in là c’ho fatto il militare, quando si faceva ancora il militare. Artiglieria Contraerea Leggera, dentro l’aeroporto. Si usciva come lemuri, la sera appena aperti i cancelli, alla ricerca di due cose. Essendo il primo e più ricercato bene o servizio scarso, e quindi per le leggi dell’economia costoso, ci si rifugiava sul secondo: cibo. Gli artiglieri erano mediamente sovrappeso, se non proprio grossi.
Faceva ridere lo sciame di ragazzi brevicapelluti bazzicare il corso di Villafranca in attesa di quelle due o tre coraggiose fanciulle che osavano attraversare la strada verso sera: se andava bene erano sguardi di punta e commenti stralunati, se c’era della bollenza l’abbordo era insistito, ripetuto, sfibrato. Che si trattava di smerciare grossi quantitativi di due di picche, in fondo.
Allora ci si gettava sul cibo:  a corto di soldi con il soldo militaresco ci si poteva permettere una sera sì e una no una delle popolarissime tavole dei dintorni, che garantivano un servizio rapido, porzioni fluviali, qualità appena migliore della mensa interna e prezzi da sbarco.
Ce n’erano un bel po’ di queste “trattorie” che erano locali di nessuna pretesa, ma adatti alla clientela di bocca buona e portafoglio sgonfio.
Tra l’Aeronatica e l’Artiglieria fai un millecinquecento bocche fameliche: di colpo scomparse al momento della smilitarizzazione del Catullo.
Per le Tavole di sussistenza non c’era più spazio: e rimasero solo le Case di più lunga tradizione, votate ad una clientela locale disposta a spendere due lirette in più.

Merica, Sommacampagna VR [6.0] - Soppressa Merica, Sommacampagna VR [6.0] - Peperoni Merica, Sommacampagna VR [6.0] - Tagliatelle
Merica, Sommacampagna VR [6.0] - Piselli Merica, Sommacampagna VR [6.0] - Sughi Merica, Sommacampagna VR [6.0] - Tortellini
Merica, Sommacampagna VR [6.0] - Stinco Merica, Sommacampagna VR [6.0] - Dolce

Merica mi ha fatto venire in mente proprio quei tempi andati e non troppo rimpianti: con quell’ambiente così inattuale da risultare quasi poetico, ma in realtà semplicemente fermo nel tempo, legato ai desiderata immobili di una clientela conservatrice e felice di esserlo.
A voce: l’antipastino  sono due fette di prosciutto e due di soppressa, molto buona invero, e una notevole fornitura di peperonata, molto media invero. Ineludibile l’epifania delle tagliatelle fatte a mano condite con i tre sughi: pomodoro, pisello, ragù. Colpevolmente assenti i fegatini, ancora più colpevolmente se cercando di farne passare come normale l’assenza: sotto arcigna inquisizione si scoprirà che sono semplicemente finiti. Ecco, le tagliatelle sono veramente ben fatte, irregolari e porose, tagliate a mano, consistenti e sottilissime, cotte a punto, quasi un comprimario il condimento. Un assaggio di tortellini, alla moda di Valeggio, in cui ricorre la splendida sfoglia di cui si disse, attorno ad un discretamente valido ripieno.
Per pietanze ti puoi infrangere sullo stinco, cotto a stufo come da regole & tradizione.
Carrello dei dolci senza patemi, una ciambella con la crema calda menata all’istante sotto gli occhi del goloso.
Più di qualche bottiglia, scelta anche con una certa cura, e servizio compagnone: a sazietà per i 40 eurini, che per tutto ciò in fondo non son pochissimi.

DOC Soave Classico “Le Bine de Costìola” – Tamellini 2007 [7.5]

le-bine-tamellini-2007Paglierino medio-chiaro, con il lieve riflesso grigio ghiaccio, cristallino sull’unghia e perfettamente limpido, ha elevata elasticità e tensione modesta per un corpo ricco, ma di ordito sottile.
All’olfatto il “Costìola” è finissimo, di nessuna grossezza. Soave, oltre il bisticcio, il frutto bordato di foglia verde e frutta secca, appena una virgola zuccherosa nel mezzo. Preciso ma ampio, e durevole.
La bocca è levigata e pronta, con la polpa abbondante e disponibile subito. Poi il sorso si fa grosso, mai imponente come ricordava il millesimo precedente.
Giocata la carta della finezza, in cui appaiono una punta piccante e una amaricante.
Buono, non immenso.

Vedi anche 2006

la Nespola, Lusia RO [7.0]

la Nespola, Lusia RO [7.0]Lùsia, perbacco, no Luìsa, Lùsia. Mi tocca dirlo e ridirlo, che mi si storpia in bocca questo nome con la esse dolce che per noi di Reggio è come una patata fritta infilata sotto la lingua.
Mentre guido la tedesca forte di fianchi lungo le stradette fin troppo bitorzolute della pianurka bassorovigotta, tengo d’occhio l’altimetro tennologico: dice meno due, poi meno uno. Metri. Sotto il livello del mare. Perchè mi fa sempre effetto, sebbene mi sia facile comprendere razionalmente, ma mi fa effetto sapere che due metri più in alto si galleggerebbe.
Giungere nella piazza di Lùsia (no Luìsa!) non è come arrivare a Versailles: varii edifizi d’impronta strettamente littoria, ma non quelli baldamente razionalisti che ti ricordi: una scuoletta, un municipietto con i tratti inconfondibili ma un po’ alla buona, più ordinari che stentorei. E uno spiazzo accentrato attorno ad un parcheggio.
La Nespola è nell’angolo che devi guardare bene, perchè all’esterno ha faccia sommessa e distesa: e varcata la soglia resta questo senso di placida serenità, increspata solo dall’esuberante verve di Antonio Pellegrini che – letteralmente – travolge con le proposte, i suggerimenti, le idee legate al pescato e al vino. Conosce il mestiere di ristoratore, e lo fa al meglio.
La cucina di Paolo Lovisari è infatti prevalentemente ittica, sui prodotti del vicino adriatico e qualche referenza forestiera, arricchita di idee a tratti originali, ma sempre caratterizzate da un grande senso della misura e della composizione.

la Nespola, Lusia RO [7.0] la Nespola, Lusia RO [7.0] - Pane e Grissini la Nespola, Lusia RO [7.0] - Salmone
la Nespola, Lusia RO [7.0] - Spaghetti neri la Nespola, Lusia RO [7.0] - Baccalà la Nespola, Lusia RO [7.0] - Spuma di torroncino
la Nespola, Lusia RO [7.0] - Goloserie

Il cestino di pani fatti in casa è seducente: vario, arricchito di impasti insoliti, e in apertura accompagna questo salmone delle shetland leggeremente affumicato con salsa al whisky e purea di pere anche bello a vedersi.
Vien bene anche il racconto dei primi: ti lasci irretire dagli spaghetti neri con scoglio bianco, un piatto che percorre sentieri noti, ma che regala un brivido di puro piacere all’incontro di quello scampo di siderea integrità.
Non poteva mancare il mantecato di baccalà, servito con pane dolce
L’estro del cuciniere si fa spazio nei dessert, belli e colorati, tra cui  la spuma di torroncino seduce lo sguardo ma abboffa un po’ il palato: di certo realizzato con sapienza e precisione.
Difficile resistere alla tentazione di affidarsi in pieno all’affabulazione dell’Oste, quand’anche per i vini le idee sono costruite su una tocco particolarmente calibrato: un aperitivo offerto, un bicchiere di passito per soprammercato.
Verso i 50 europei il conto.

DOC Valpolicella Superiore Ripasso “La Casetta” di Ettore Righetti – Domìni Veneti 2004 [9.0]

DOC Valpolicella Superiore Ripasso "La Casetta" di Ettore Righetti - Domìni Veneti 2004 [9.0]Nell’enciclopedico catalogo della Cantina di Negrar, suddiviso nei due marchi Negrar e Domìni Veneti, spicca questo Ripasso di formidabile impegno.
Vinificato con le sole uve dei Poderi Ettore Righetti con un saldo di Cabernet e ed affinato per 24 mesi in botti grandi, ha colore rubino con riflessi pienamente sanguigni. Limpido, ma così fitto da risultare impenetrabile.
Convince la tensione sul vetro d’archi ampi, solo più innanzi ricamati a merletto.
Convince il naso, secco a ricordare il passo di un buon Cognac: ampio e comunicativo, esprime una tavolozza complessa eppure pulita: frutta rosse di ciliegia, tabacco. Muschio e bosco autunnale emergono solo in finale.
L’assaggio è esaltante: abbandonate le burrosità frequenti nei Ripasso, cammina sicuro sulle impronte di una asciutta eleganza. Per nulla indulgente, risponde benissimo al sorso, carnoso ma equilibrato, con tannini levigati e setosi. Perfettamente composto in parabola fulgida, è potente nel centro e resistente nel finale quando s’allargo comprendendo qualche nota vegetale: riconoscerai il peperone e il carciofo.
Piacevolissima la traccia sul palato, anche dopo il termine. Vigoroso e morigerato, maturo al punto, sedurrà chi affronta con sospetto i Ripasso più minacciosi.
Una bevuta di colossale godimento: per 10 eurini, o giù di lì.

DOC Valpolicella Classico Superiore “Il Ruffiano” – Buglioni 2004 [8.4]

DOC Valpolicella Classico Superiore “Il Ruffiano” - Buglioni 2004 [8.4]Il Ruffiano è scuro molto, con la corona curiosamente in bilico tra un rubino fitto e un flebile granato. Grosso di glicerina, si tende in piccoli archi pigri.
Molto profumato, con frutti rossi maturi: mora, prugna conservata, prugna matura. Avanti seguono i legni, il cuoio e il cioccolato in seducente complessità, densi e pastosi.
Levigatissimo all’attacco, progredisce in modo imponente e con impressionante continuità. Tannini presenti e lucidi, salivanti, con un passo sicuro e solido.
Felice l’uscita, che persiste anche se si restringe rapidamente.
Molto Buono

DOC Valpolicella Classico Superiore Ripasso “I Progni” – Le Salette 2004 [8.2]

DOC Valpolicella Classico Superiore Ripasso “I Progni” - Le Salette 2004 [8.2]Rubino-granato, bruno nel cuore fitto e leggermente torbido il Ripasso della generosa azienda di Fumane. Spesso e ceroso ha un bell’andare dinamico e tondo più di colonnine che di archivolti.
Il naso s’avvicina un po’ spigoloso ma tutto sommato fine, se non elegante: puoi percepire il lampone lungo e lineare, solcato da una vena erbacea tesa e continua.
L’assaggio palesa subito una vena acida che ingrossa il sorso e controlla i tanniti – assai energici – in modo fermo e continuo. Anche il seguito risulta acquiescente e sottoposto ad un generale progetto in equilibrio composto e ben risolto.
Lungo anche il finale che non s’asciuga riprendendo ed esaltando i frutti.
Buono molto nella famiglia dei Ripasso, dove spesso s’eccede nella masticabilità. Qui no, la bevibilità resta agevole in un bel bicchiere.

VDT Rosso “Gruajo” – Firmino Miotti 2005 [7.8]

VDT Rosso “Gruajo” - Firmino Miotti 2005 [7.8]E’ nero scuro, bruno assai nel cuore, con un potente slancio porpora. Fitto, scrive archetti scuri delicati e regolari, con lagrime movimentate e brillanti.
L’olfatto è poderoso, irruento ed anche complesso: nient’affatto accessibile subito. Il frutto è generoso, ma affiancato da un vasto ventaglio di sensazioni che inducono alla tentazione delle analogie: dall’antico al balsamico, dalle erbe alle spezie in un caleidoscopio di larga varietà.
Formidabile anche l’assaggio, che apre rutilante d’alcool. Incede con passo polputo, a bocca piena e pienamente impegnata. Impegnativo anche il seguito, saziante, solido, con una parabola solo leggermente appiattita dai tannini molto incisivi. Lungo il finale, appena ruvido di residui duri.