Pictures at an Exhibition

Dissapore Camp a Firenze | Il mitologico Bonilli Dissapore Camp a Firenze | Massimo Bernardi Dissapore Camp a Firenze | Leo Ciomei
Dissapore Camp a Firenze | Antonio Tomacelli Dissapore Camp a Firenze | L'indegnio Scriba Alla fine, ho inforcato la tedesca con i fianchi grossi (l’auto, dico) e sono precipitato a Firenze.
Caracollando tra un crollo e un abbaglio, ho preso qualche scatto.
Cose da ricordare: i racconti di Bonilli, il front-men Bernardi con il gelato in mano come un gansta-rapper, l’aplomb di Leo, l’entusiasmo di Tom, l’efficienza asburgica di Burde, l’impressionante scioltezza di Francesca con la videocamera in mano, la treccia fiordilatte di Maurizio Cortese, Bolasco, Cremona, l’inodiabile Daniela, i lettori di Dissapore, ed altro.
Ed ora posso tornare nell’oblìo, che è il luogo che mi compete.

Dissapore Camp, 2009.

In cui si discorre di Nouvelle Cuisine

Quando un amico viene per la prima volta a mangiare a casa mia e vede la fogliolina di traverso nel piatto monoporzione, in genere piccola, regolarmente mi dice “bof! Nouvelle Cuisine!”. Regolarmente sbianco, mi si accartoccia la faccia e la cute si ricopre di esfogazioni foruncolose, tipo orticaria. Poi tento di spiegare perchè no, non è Nuvèlcusìn, ma va sempre a finire: Massì insomma, si mangia poco e si spende molto.
Stefano Bonilli – come ognun sa “la” penna storica della gastronomia italiana – però lo ha spiegato molto meglio qui, dove dà il meglio di sè. E’ un vero piacere leggere la prosa arguta e ironica, e portarsi a casa qualche spigolatura non troppo seriosa.

Foto: Paul Bocuse, epigono della Nouvelle Cuisine, dal Web

Ristoranti d’Italia ’09 – Gambero Rosso

gambero-rosso-2008

Scartabigliando nella memoria, saran quindici gli anni che mi separano dal primo acquisto della Guida. Allora era la vera alternativa alla Rossa: più ampia, più interessante, più descrittiva, più coinvolgente, più tutto. Spendevo volentieri quelle milalire, perchè erano più i posti che sognavo di quelli che potevo visitare, e leggerne era un po’ come averli… sfiorati.
Indubbio che Ristoranti d’Italia abbia… riscritto il modo di scrivere le guide. Indubbio che attorno alle valutazioni, alle descrizioni e soprattutto ai punteggi si siano versati fiumi di inchiostro e parecchie papille si siano seccate a cianciare di come e di quando si formano le valutazioni. Indubbio che qui attorno sia ruotato ben più di un pezzo della gastronomia di riferimento italiana degli ultimi 15, 20 anni.
Allora, sognavo di entrare a far parte della schiera dei valutatori del Gambero, che vedevo come un manipolo di Mirmidoni che camminavano a dodici centimetri dal suolo circonfusi di un’aura dorata.
Dunque qualche settimana fa passando di fianco allo scaffale dell’Autogrill non ho resistito alla tentazione  ed ho fatto l’acquisto, ventidue petecchie. Grafica nuova, bellina, in copertina la calligrafica ma azzeccatissima foto dell’immanente Sigrid Vebert.
Dentro, il solito lavoro colossale: 1950 ristoranti è un numero apocalittico. Sfoglio, trovo le ormai consuete – resisto a fatica alla tentazione di scrivere solite - classifiche, i migliori di qua, i più alti, i più bassi, i più magri, i più grassi. Sfoglio, e trovo le familiari schede. Le comode cartine. La prosa asciutta ma non arida. I piccoli tic, le idiosincrasie, i limiti e le grandezze di una pubblicazione come questa.
La grandezza, perchè mai come oggi fare una guida dei ristoranti leggibile, credibile e che stia in piedi è impresa epica. Limiti perchè al tempo della Rete Digitale una guida di carta è qualcosa di inevitabilmente segnato dal tempo.
Grande spazio ai più grandi, come sempre. Grande puntualità delle pittografie, ormai entrate nel parlare comune.
Fatto anche qualche test, e si conferma che  la Guida ci prende. Sfumature nelle differenze, ma concordanze l’idea nell’ordine di grandezza. Magari i prezzi, inevitabilmente datati. Qualche scheda sembra un po’ ripetuta, qualche altra sembra rimasta indietro di un anno o due, ma sono caccole. Il volume vale il denaro che costa, e per il momento mi conforta con una sensazione di seria attenzione e generale competenza.
Ma il futuro è alle porte: la prossima edizione sarà la prima senza il nome di Stefano Bonilli nel colofone, e alla GRH stanno succedendo delle cose.
Vedremo.