IGT Isola dei Nuraghi Rosso “Noriolo” – Dorgali 2007 [7.1]

“Ottenuto da una collezione di antiche varietà autoctone”, recita l’etichetta, e già fa bello come dichiarazione d’intenti. Poi dal sito della cantina di Dorgali scoprirai che si tratta di Cannonau, e un 20% di Cabernet, che in effetti un po’ di poesia la toglie.

Il Noriolo non è filtrato, scuro seppur pervio alla luce, rubino sanguinoso e composto. Ombre al viola sul bordo, in coerenza con un naso in ultima istanza delicato, pur velatamente terragno. Cupo nei frutti, più comunicativo nella linea maschia degli umidi e dei piccanti, delle spezie – pepe – e di qualche brivido vegetabile, come un peperone dolce e umbratile.

Bello il sorso, che abbocca levigato e maturo; poi procede verso il mezzo senza alcuna esitazione. Bello l’equilibrio tra i tannismi, decisi ma non taglienti e la forza alcoolica sempre controllata. Bello il finale sospeso, come una linea di punti interrogativi.

Buono il rapporto qualità prezzo.

DOC Sangiovese di Romagna Superiore “Beato Enrico” – Santini 2006 [6.0]

Sangiovese, dice, superiore: come dire un trattamento da riserva.

Rubino-violaceo, sopra tutto sull’unghia è scuro ma non fitto. Perfettamente limpido. La tensione è continua ma breve, alla riceca di pizzi palpabili, mòtili e ripetuti.

Il naso è largo, a tratti vagolante. Esprime sensazioni diverse, financo contraddittorie: tabacco e crostata di ciliegie, fumo e cartone, un filo di volatile appeso da qualche parte all’uscita.

Il sorso parla lingue diverse non sempre corrispondenti: è levigato dove l’aspetti rasposo, liquido dove lo vorresti polputo. Il centro si fa angoloso, con base larga e angolo ottuso, con un finale colpevolmente breve.

Meno impressivo di altre prove dello stesso produttore.

IGT Lambrusco dell’Emilia Picòl Ross – Tenuta La Piccola s.a. [6.0]

La Piccola lavora il biologico e imbottiglia questo vino da vitigni autoctoni e antichi, ormai infrequenti anche nelle terre reggiane. Eccolo in purezza, dall’autoclave.
Più viola che rubino sopra tutto sull’unghia che vien via brillante, anzi sfavillante.

Il naso è generoso e puntuto: i frutti rossi sono evidenti ma uno spigolo terroso è lì ben presente, fino alla chiusura che si eleva verticalmente in alcool.

La bocca però è larga, e nell’assaggio manca un po’ di rigore. Anzi dopo un centro abbastanza rotondo rotola verso un finale che regala una sensazione sbrindellata, come se si fosse a mezza via tra un agrume svelto e una sensazione più astringente che fresca.

DOC Lessona – Massimo Clerico 2004 [9.0]

Serio, a guardarlo: ma non serioso. Non esente da una sfumatura anche viola, appena brillante, fonda.
La tensione superficiale tira belle colonne alte e diramante, non del tutto libere da una certa sottile viscosità.
Meraviglia al naso, purissima: vero dopo la potente impressione d’alcool, ma soprattutto ampio sul dorso carnoso, costellato di descrittori innumeri, venato di una seducente eleganza. E vivide le note balsamiche appena più rilevate nel generale equilibrio.
Assaggio emozionante: austero, ricco, profondo. Tirato a lungo dalle vibrazioni alcooliche, travolgente dal mezzo sorso in avanti: come travolge la parola di un grande attore di prosa, che non cresce il volume ma vibra in consonanza.
Il declino del finale è lungissimo e lento, e ribatte toni fungosi, pelosi, carnosi. Eppur straordinariamente bevibile.
Per poco più di venti euri, al ristorante.

DOC Tai Rosso “Vigneto Riveselle” – Piovene Porto Godi 2009 [7.5]

L’idea del Tai Rosso è venuta in abbinamento al Melone e Prosciutto: e funziona.
E’ un vino rosso da bere fresco e nuovo, da uve Tocai Rosso (che è poi grenache che è poi cannonau). Vinificato in acciaio solo per valorizzare l’integrità aromatica, ha colore entusiasmante, rosso scarlatto diafano, quasi un rosato, con un’antichia lilla in sospensione, e stoffa non certo esile sul vetro, ricca dei suoi 13,5°.
Il naso ha il tocco della finezza su cui leggi bene il frutto – la marasca – e l’erbaggio in contrappunto: una foglia verde generica, una corteccia viva. Percepibile anche un fondo minerale, quasi granitico.
Il sorso aggrappa subito con brividini, poi s’allarga nel mezzo riportando fedelmente le corrispondenze.
I piccoli tannini hanno carattere e lunghezza, e lasciano il finale teso e comunicativo. Bello anche l’orizzonte retrostante, lindo e solare.
Formidabile la bevibilità.

IGT Salento “Armecolo” – Castel di Salve 2007 [s.v.]

Il dubbio della bottiglia “strana” c’è: ma non avendo il duplo è solo un’ipotesi.
Nella prima ora dall’apertura l’afrore di compostaggio è insopportabile. Legni bagnati, erbe, fienagioni piovute e fermentate s’assommano. Poi l’olfatto si ripulisce un poco, rilasciando queste sensazioni un po’ curvilinee di fondo di botte, ma anche di erbaggi officinali.
Il difetto sembra meno evidente all’assaggio, che vien via più lineare.
L’abbocco è comunque afflitto da una certa mollezza che percorre tutto il sorso, appena rinvigorito nel mezzo da un palato più sodo di tannini giusti. Finale corto, in contrapposizione ad un corpo di certo spessore e un qual succo.
Temo, bottiglia sfortunata.

DOC Ruchè di Castagnole Monferrato – Cascina Tavijn 2008 [7.0]

Non conosco il Ruchè: lo affronto per la prima volta grazie a Vittorio e al ristorante Al Consorzio di Torino. E’ coltivato solo in zona, e limitatamente, ed ampiamente sottovalutato.
Rubino intenso appare, e nemmeno troppo fondo: ma un po’ sì.
Fermo sul vetro, fino a squagliarsi in ricami fitti e minuti, più lesti a spanare che a rapprendersi.
Il naso è unico: gravato di intense redolenze speziate, tra cui una cannella diretta e robusta, palesa poi la traccia delle botti svinate, quasi di vinaccia quando ci cammini in mezzo dopo la torchiatura. Puntuto, e subito esalante.
L’abbocco è piuttosto incisivo, con una rapida crescita verso il centro che si fa ossuto ed espanso. Arcano nella seconda parte del sorso che estrae la polpa delle susine mature, con una corrispondenza aritmetica ma non meccanica.
Il finale è sorprendentemente alto, quasi fulminante per espressione e consistenza.
Inconsueto. E menzione per la bella, semplice etichetta.

DOC Freisa di Chieri “Surpreisa” – Balbiano 2007 [7.3]

Per prima cosa avrai bisogno di riprenderti dall’incontro con la spiazzante etichetta, un misto di naivete vagamente postzarista e vitalismo globale.  Poi renderti conto che freisa non è solo quella che hai in mente, e cioè un piccolo vino: anzi in questo caso ha il passo dei bicchieri di un certo livello.
Nero, viola sul bordo, resistente in profondità fino all’orlo.
Il naso è severo, plafonato da una una seria vena tabaccosa; vengono poi sensazioni rugginoso ferrigne prima di un frutto rosso strettissimo, una mora ancora spiritosa. Asciutto il finale.
Ben allineato il sorso, che all’abbocco porta su tannini vigorosi e piccanze assortite, raggiungendo il centro con una certa verve.
Non banalmente allappante ma diritto e teso, dà il meglio proprio al termine, con quel trascinamento rigoroso, durevole.

DOC Cannonau di Sardegna “Tunila” – Dorgali 2008 [6.9]

Dal nuorese un piccolo vino semplice e ben disegnato, capace di dare belle soddisfazioni per pochi eurini.
Ha questo colore meticcio non esente da un lucido riflesso cremisi, vago l’impegno del vetro nel bicchiere, appena vergato di archetti fermi ma diafani.
Ancheil naso è svelto e diretto, con una traccia vinosa asciutta e brevi riconoscimenti di frutta rossa: più facile la prugna in anticipo di maturazione, più da cercare quella virgola muschiosa.
Agevole anche nel tipo il sorso, che si contenta di una botta decisa d’alcool all’abbocco, una trama di tannini agevolmente leggibili e una sottile ma rettilinea acidità che attraversa il termine, prolungandolo in bell’aggio di bevibilità.

DOC Lambrusco Grasparossa di Castelverto “Vigneto Enrico Cialdini” – Cleto Chiarli 2009 [7.2]

Il millesimo dichiarato, nei Lambruschi, mi mette di buonumore, in onta all’uso diffuso che lo considera marginale, se non inutile. Mi mette di bunumore anche il tappo a fungo, e l’antica e rustica chiusura a graffetta. E infine metterà di buonumore quella spuma rosa confetto, gonfia e garrula, che si rialza sul cuore neroblù del corpo.
Il Vigneto Cialdini è lì attorno alla Villa in cui abitò – peraltro per breve parte della sua lunga ed avventurosa vita – la preclara figura di Enrico Cialdini. Curiosa la sua vicenda storica: particolarmente in auge prima per la sua competenza militare, per il suo interventismo e per il suo rigore; criticato poi nei tempi moderni per gli stessi motivi. Mi ricorda quella canzone interpretata da Gian Pieretti sulle pietre.
La scelta non è informata al romanticismo, ma anzi ad una schietta pragmaticità aziendale: nei locali annessi alla Villa i moderni impianti di vinificazione che consentono un rapido trasferimento delle uve. Qui i migliori filari di Grasparossa.
Ecco dunque il naso dolce e opulento: perfettamente aderente alle aspettative del tipo, ma asciugato dalla più corriva burrosità, anzi aggiunto di belle sfumature, e inusuali come la cera d’api, un fiore giallo, una passeggiata tra le erbe spontanee delle pedecollina emiliana.
Dall’ampia e testarda corona avrai un sorso potente e pieno, masticabile. Carne pastosa di frutta rosse, ma tesa da una bella lienaacida che rende il bicchiere espressivo e deciso allo stesso tempo. Appagante il percorso, non esente da una virgola amara e squadrata che rinvigorisce un finale proteso e grasso.
Vinificato charmat ma denso di carattere quasi come un “bottiglia”, è una delle migliori espressioni di Grasparossa ad alta tiratura.