Ha guidato molte ore, senza fermarsi. Arrivato in albergo, nella città costiera, ha trovato il portiere di notte con il colletto della camicia aperto, il nodo della cravatta allentato, uno scapino fatto in fretta. Lo riguarda in evidente stato di alterazione etilica: sta appoggiato al bancone, il mento incastrato nel palmo della mano, a sua volta in equilibrio approssimativo sul gomito. Sulla faccia stanno appese palpebre che sembrano cuscini a cui abbiano tolto l’imbottitura. Gli occhi, al di sotto, sono opachi e corti.
L’uomo con il cappotto dice Ho una prenotazione, per ieri sera. Ho fatto tardi, ho guidato tutta la notte. Il ghiaccio, la neve. Il freddo.
Il portiere…
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La diatriba sul Panino Giusto, l’ennesima incursione sul tema del rispetto eccetera, mi ha fatto tornare in mente un lacerto sepolto nel “disco duro”. E’ parte di un romanzo breve – o di un racconto lungo – che ho scritto vent’anni fa. Non c’era internet. [NdA: la foto non rappresenta nè un panino, nè un prosciutto, ma è la pizza-speck di Nicola Cavallaro]…
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Sasso, carta, forbice.
Un dipinto impressionista, questo giuoco semplice ma non elementare: forbice vince carta vince sasso vince forbice. Tutto si tiene, in circoli.
Allora Fai il sasso, dice il regista etilico, forse un padre trappista, magari un letturista di contatori elettrici, convincendo i temibili astanti che sia lo stesso stare e rimanere. Fai il sasso, s’ode come schiocchi di stendardi, e l’aspirante protagonista si guarda allo specchio: specchio delle mie brame chi è la più bella del reame.
Si rannicchia in un angolo fitto di rabbia, accartocciando le parole in persorsi curvilinei dice Carta. Carta più alta comanda bastoni, insorge un interprete minore sprecando…
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I.
Incredibilmente approdò alle soglie del piccolo commercio di pezzi di ricambio per trattrici agricole, proponendosi di illustrare con il suo campionario di viti a brugola e dadi e controdadi la qualità della sua ferramenta.
Aveva caldo nel suo completo a righe con gilè, camicia con il collo alto e le punte del colletto inamidato arrotondate: e la cravatta annodata all’inglese, un giro emmezzo sopra il codino. Aveva caldo nel tardo pomeriggio d’ottobre, incendiato d’una luce fuori stagione.
Aveva caldo ed aveva addosso odore di cavalli e di umanità quando si palesò sulla soglia, richiamando l’attenzione del commerciante altrimenti perso nel cospicuo…
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Druu camminava lungo il corridoio deserto, abituato a quell’orizzonte tondeggiante che segnava la vita degli abitanti delle Dodici Torri, i grandi cilindri che ruotavano intorno al pianeta in orbita stabile con i loro sistemi agricoli autosufficienti. I passi dell’Aspirante risuonavano sulla plastica biancazzurra del camminamento precisi e ritmati, mimetizzando il fremito d’emozione che gli scuoteva il petto e inumidiva i palmi delle mani. Oggi l’attendeva il verdetto definitivo del Conclave d’Olfazione che ogni cento rivoluzioni selezionava il migliore tra i vini prodotti nelle vigne , ma era ancora pieno di dubbi.
Ogni Aspirante delle Dodici Torri …
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