
Ad averne voglia, si possono leggere molte versioni del patronimico Malatesta, le cui origini si perdono nella notte dei tempi fino ad una gens romana. Particolarmente pittoresca la versine che vuole capostipite del ramo romagnolo della famiglia un tizio dal sangue caldo, tale Rodolfo della famiglia Carpegna, che verso il 1200 si faceva valere per testa dura, ferocia inaudita e grande coraggio. Da qui, dice, il nome che altri legge nel più razionale e anagrafico Malatesti. Il Rodolfo di cui sopra a Pennabilli ne fece più di Bertoldo, come il suo stretto discendente Giancotto detto lo sciancato fece pochi decenni più tardi quando, scoperta la torbida tresca della sua bella moglie Francesca da Polenta con il fratello Paolo, li scaraventò giù dalla rupe di Torriana, proprio dove oggi sorge il Povero Diavolo. Naturalmente altri paesi milletrè si contendono il turpe lignaggio di tragedia, che della storia dell’amor perduto di Paolo e Francesca in molti vorrebbero appropriarsi incluso il Sommo Poeta, che suo malgrado lì ficcò all’inferno seppur con uno sguarda di dolce ed accorato affetto. Visto che anche la sua Beatrice non è che fosse un’educanda e lui stesso cerusico nella Firenze del trecento doveva essere aduso ad ogni promisquità.
Orbene, tutto il Montefeltro dice Malatesta, e malatestiani sono i paesaggi pieghettati che conducono da Pennabilli se vuoi arrivarci dalla parte più bella e sbagliata: dove borghi millenari sobbalzano nella luce del tramonto, trafitti da quell’ultimo raggio che pare prenda il colore verde almeno una volta nella vita.
Lassù si è ritirato Riccardo Agostini dopo aver calcato il mondo, in un edifizio di pregio storico ed estetico: splendida operazione di recupero in splendida posizione, valorizzata da una politica di prezzi contenuti che piotrai chiamare: sfavillante. La posizione decentrata e l’uso di materie del territorio con una lodevole ripulsa dagli ingredienti glamour ti regalerà un’esperienza di pura delizia e di poca sofferenza all’addizione: ad esempio con la Degustazione “Grande” di 5 portanze per 45 europei, più cadeaux vari.
Servizio al femminile in sala: competenza cortesia e precisione vengono di default, mentre il calore di un’ospitalità più intensa sono il regalo. Con i buoni pani fatti in casa l’insalata di zucchine con uovo di quaglia pochè, osato freddo: pura scossa papillare con quella folgore di nepitella e i croccantini. Meno sensazionale l’insalata fredda a fianco, che lascia segni labili.
Risale subito l’asticella del piacere, con lo storione con foglie di pomodori verdi, cremoso di bruschetta e lardo: piatto che parrebbe opìmo ma risulta invece travolgente per chiarezza d’intenti: carne dell’animale vellutata, mare su tutto con le uova d’aringa, e sopra il delicato acidulo dei pomidoro verdi. Brividini per il pane croccante, trai denti.
Pura lussuria per quaglie ed animelle arristite, macedonia di fagiuolini, mandorle e primosale ridotto in crema: superato l’impatto con la bavetta di mandorle che vorresti beder obliterata, ecco queste cotture miracolose, esatte: mirabile contorsione sull’intero orizzonte gustativo, dove quella punta d’amarevolezza lo rende indimenticabile. Piatto alle soglie del supremo.
Generoso il cannellone di salsiccia e porcini con crema soffice d’uovo, con equilibrismi terricoli nella sfoglia tirata a velo: finito a forza con un rutilante gratin di fossa. Potente, mammamia, ma quanto è buono! Se vuoi un solo assestamento con l’anatra laccata al miele, verdure primaverili e cipollotti dorati, che non è la preparazione che vorresti ordinare tutte le prossime volte: ma eseguita nei toni della semplicità, è pur sempre un taglio rosa, vivo, reso in perfezione di punto alla cottura.
Volendone, avrai una selzione piccola ma accurata di formaggi affinatura Beltrami di Cartoceto, tra cui ricorderai quel caprino ultra-stagionato e la sua marmellata di fiori di sambuco.
Spazzoli via le – poche – grevure del pasto con l’insalata di finoscchio servita con il gelato al mango e agrumi. Bello teso, volitivo, lontano dall’idea di semplice riepitivo che molto spesso questo piatto-di-mezzo subisce a fronte delle proposte principali.
Non un istante di flessione, nemmeno alla pasticceria. Il Dessert, una lasagna croccante al cioccolato guanaja, banane caramellate e latte di cocco, guadagna dalla fitttezza dell atrama che lo rende appagante di quella croccanza di pasta, del gusto del cocco, eccetera. Gourmandise che non si fa attendere, nè l’ottimo caffè Hausbrandt. Cantina ampia abbastanza da comprendere qualche bottiglia di “stile macerativo” in direzione dei vini naturali, ma senza affettazioni; cartellini alla portata di tutti.
Piaciuto tanto da tornare il giorno dopo per provare il menù piccolo, a qualche eurino in meno. Rapporto qualità prezzo di livello assoluto, cucina di livello assoluto: appena un millimitro al di quà della linea dell’immortalità come se lo chef avesse deciso consapevolmente di “trattenersi un po’” alla ricerca della piacevolezza nella nomralità più che nell’acrobazia. E per la verità, puoi goderne come nota di gran merito.