L’altro Cà del Merlo, Vezzano s/Crostolo RE [6.9]

Genìa di ristoratori di varia storia ma sempre in versione ittica, galleggiati per lungo tempo più su verso il cerreto sulla Statale 63 appunto in località Cà del Merlo – di cui si disse al tempo – eccolo rinato qui a Vezzano: che non è Manhattan, ma è la gita fuori porta dei reggiani in cerca di refrigerio. Il locale è stato negli ultimi 50 anni come un centro d’aggregazione di assai variata specie: ne ricordo una visita d’infanzia, si mangiava tipo cooperativa, ma forse confondo. Poi ristorantone, poi gnoccoteca, ora eccolo ben vestito a proporre pinne e squame e altro, ma dal mare.
Con mano di velluto sarai chiamato per nome tutta la sera, e il piccolo menù sarà integrato da notizie di mercato: acchiappante la proposta di antipasti, tra cui infallibile una selezione di crudi con seducenti, zuccherose ostriche cave, dolci scampi e un buon carpaccio di branzino servito con una tartare di Tropea, irresistibile anche se molto decisa.
Per i piatti cucinati aspettati un discorso lindo e minimale, con gravità attorno alla materia, trattata il meno possibile: ecco quegli spaghetti con le vongole delicati, con un punto di cottura anche più avanti del necessario. Ecco i pesci al forno con olive e patate, che se non ricorreranno ad effetti speciali offriranno una pietanza corretta e di buona qualità. La sensazione non parla di branzini pescati con le mani nude da vergini nubiane in una notte di plenilunio, ed anche il prezzo assai umano ne rifletterà: ma piacevolmente, in fondo.
I dolci, soprattutto semifreddi, li potrai trovare inferiori al resto.
La cantina è ridotta, per scelta gestionale, ma non manca di etichette di buona lena, proposte con onestà.
La galoppata prenderà cifre assai variabili – come capita sempre con il pesce – a seconda della quantità e qualità delle comande: ma considera i 60€ per quattro portate. Cortesia fuor del comune e un buon caffè garantite incluse.

Il Piastrino, Pennabilli RN [9.0]

Ad averne voglia, si possono leggere molte versioni del patronimico Malatesta, le cui origini si perdono nella notte dei tempi fino ad una gens romana. Particolarmente pittoresca la versine che vuole capostipite del ramo romagnolo della famiglia un tizio dal sangue caldo, tale Rodolfo della famiglia Carpegna, che verso il 1200 si faceva valere per testa dura, ferocia inaudita e grande coraggio. Da qui, dice, il nome che altri legge nel più razionale e anagrafico Malatesti. Il Rodolfo di cui sopra a Pennabilli ne fece più di Bertoldo, come il suo stretto discendente Giancotto detto lo sciancato fece pochi decenni più tardi quando, scoperta la torbida tresca della sua bella moglie Francesca da Polenta con il fratello Paolo, li scaraventò giù dalla rupe di Torriana, proprio dove oggi sorge il Povero Diavolo. Naturalmente altri paesi milletrè si contendono il turpe lignaggio di tragedia, che della storia dell’amor perduto di Paolo e Francesca in molti vorrebbero appropriarsi incluso il Sommo Poeta, che suo malgrado lì ficcò all’inferno seppur con uno sguarda di dolce ed accorato affetto. Visto che anche la sua Beatrice non è che fosse un’educanda e lui stesso cerusico nella Firenze del trecento doveva essere aduso ad ogni promisquità.
Orbene, tutto il Montefeltro dice Malatesta, e malatestiani sono i paesaggi pieghettati che conducono da Pennabilli se vuoi arrivarci dalla parte più bella e sbagliata: dove borghi millenari sobbalzano nella luce del tramonto, trafitti da quell’ultimo raggio che pare prenda il colore verde almeno una volta nella vita.
Lassù si è ritirato Riccardo Agostini dopo aver calcato il mondo, in un edifizio di pregio storico ed estetico: splendida operazione di recupero in splendida posizione, valorizzata da una politica di prezzi contenuti che piotrai chiamare: sfavillante. La posizione decentrata e l’uso di materie del territorio con una lodevole ripulsa dagli ingredienti glamour ti regalerà un’esperienza di pura delizia e di poca sofferenza all’addizione: ad esempio con la Degustazione “Grande” di 5 portanze per 45 europei, più cadeaux vari.
Servizio al femminile in sala: competenza cortesia e precisione vengono di default, mentre il calore di un’ospitalità più intensa sono il regalo. Con i buoni pani fatti in casa l’insalata di zucchine con uovo di quaglia pochè, osato freddo: pura scossa papillare con quella folgore di nepitella e i croccantini. Meno sensazionale l’insalata fredda a fianco, che lascia segni labili.
Risale subito l’asticella del piacere, con lo storione con foglie di pomodori verdi, cremoso di bruschetta e lardo: piatto che parrebbe opìmo ma risulta invece travolgente per chiarezza d’intenti: carne dell’animale vellutata, mare su tutto con le uova d’aringa, e sopra il delicato acidulo dei pomidoro verdi. Brividini per il pane croccante, trai denti.
Pura lussuria per quaglie ed animelle arristite, macedonia di fagiuolini, mandorle e primosale ridotto in crema: superato l’impatto con la bavetta di mandorle che vorresti beder obliterata, ecco queste cotture miracolose, esatte: mirabile contorsione sull’intero orizzonte gustativo, dove quella punta d’amarevolezza lo rende indimenticabile. Piatto alle soglie del supremo.
Generoso il cannellone di salsiccia e porcini con crema soffice d’uovo, con equilibrismi terricoli nella sfoglia tirata a velo: finito a forza con un rutilante gratin di fossa. Potente, mammamia, ma quanto è buono! Se vuoi un solo assestamento con l’anatra laccata al miele, verdure primaverili e cipollotti dorati, che non è la preparazione che vorresti ordinare tutte le prossime volte: ma eseguita nei toni della semplicità, è pur sempre un taglio rosa, vivo, reso in perfezione di punto alla cottura.
Volendone, avrai una selzione piccola ma accurata di formaggi affinatura Beltrami di Cartoceto, tra cui ricorderai quel caprino ultra-stagionato e la sua marmellata di fiori di sambuco.
Spazzoli via le – poche – grevure del pasto con l’insalata di finoscchio servita con il gelato al mango e agrumi. Bello teso, volitivo, lontano dall’idea di semplice riepitivo che molto spesso questo piatto-di-mezzo subisce a fronte delle proposte principali.
Non un istante di flessione, nemmeno alla pasticceria. Il Dessert, una lasagna croccante al cioccolato guanaja, banane caramellate e latte di cocco, guadagna dalla fitttezza dell atrama che lo rende appagante di quella croccanza di pasta, del gusto del cocco, eccetera. Gourmandise che non si fa attendere, nè l’ottimo caffè Hausbrandt. Cantina ampia abbastanza da comprendere qualche bottiglia di “stile macerativo” in direzione dei vini naturali, ma senza affettazioni; cartellini alla portata di tutti.
Piaciuto tanto da tornare il giorno dopo per provare il menù piccolo, a qualche eurino in meno. Rapporto qualità prezzo di livello assoluto, cucina di livello assoluto: appena un millimitro al di quà della linea dell’immortalità come se lo chef avesse deciso consapevolmente di “trattenersi un po’” alla ricerca della piacevolezza nella nomralità più che nell’acrobazia. E per la verità, puoi goderne come nota di gran merito.

Corte Ruspecchio, Montecavolo RE [6.4]

Loris Bandini è una istituzione della ristorazione reggiana: da decenni gestisce locali di successo, e come Steve McQueen, non sbaglia un colpo. Da qualche anno manda in onda una rassicurante cucina reggiana nell’Antica Corte Ruspecchio, ai piedi dei Quattro Castelli.
Per i tre che non lo sapessero,  i castelli – toponimo Quattro Castella – sono stati costruti e poi quasi tutti distrutti sulla cima di quattro erte colline, disposte ai piedi dell’appennino come le nocche della mano, a fare da spartiacque tra la Valdenza è il Crostolo, il modesto corso d’acqua di Reggio Emilia. Qui tutto è matildico e canusino, con una irresistibile tendenza a valorizzare anche la singolare figura storica dell’ultrapapista marchesa duchessa contessa Matilde attraverso ogni qual manifestazione possa essere monetizzata. I quattro colli si chiamano Monte Vetro, Bianello, Monte Lucio e Monte Zane, ma solo sul secondo si erge ancora un castello molto ben conservato. Il pregio di questi lidi è costituito dalla bellezza dei panorami che ti regalano grazie al repentino dislivello che a suon di erte oltre il 10% di pendenza – gioia dei ciclisti sovrappeso. Tra monticchi e calanchi si sale in una amen a 500 metri, e si guarda già la pianura che anche l’ultimo dei poetastri si azzarderà a chiamare ubertosa.
Alla Corte non avrai sorprese, se t’aspetti i segnali distintivi della cucina emiliana casalinga reindossata al ristorante, ed anche con una certa eleganza: buoni salumi ed affettati, primi eccellenti, pietanze grosse e farfallone. Dolci sovrumanamente calorici.
Di più c’è l’edifizio rurale ristrutturato che garantisce una certa piacevolezza alla sosta, i tavoli non troppo vicini, il servizio che si scosta dal solito andirivieni da trattoria. In carta anche qualche etichetta di ricerca come alcuni non-lambruschi che nel cuor mi stan.
Avrai dunque un buon salametto “a perdere” che arriva sul tavolo con tagliere e coltello come goodwill; inossidabili tortelli; casarecce davvero lussoriose nel loro ragù tradizionale; una costata di cinta senese alquanto cartonata; una immensa porzione di faraona al balsamico ricca di tutte le manchevolezze dei secondi piatti di terra d’emilia, per cui particolarmente in tono. Ci si dà da fare anche nei dolci con addirittura qualche velleità di presentazione: funziona abbastanza bene il gelato di crema con il balsamico, un po’ sopramontate altre referenze.
Ti piacerà l’attenzione del caffè con il coperchietto e le bottigliette con la macchinetta con arancello e limoncello; il conto è nettamente da ristorante, con un’addizione da 45 euri e passa per i quattro piatti.
Decisamente una sosta di sicurezza, senza sorprese.

DOC Lambrusco Grasparossa di Castelverto “Vigneto Enrico Cialdini” – Cleto Chiarli 2009 [7.2]

Il millesimo dichiarato, nei Lambruschi, mi mette di buonumore, in onta all’uso diffuso che lo considera marginale, se non inutile. Mi mette di bunumore anche il tappo a fungo, e l’antica e rustica chiusura a graffetta. E infine metterà di buonumore quella spuma rosa confetto, gonfia e garrula, che si rialza sul cuore neroblù del corpo.
Il Vigneto Cialdini è lì attorno alla Villa in cui abitò – peraltro per breve parte della sua lunga ed avventurosa vita – la preclara figura di Enrico Cialdini. Curiosa la sua vicenda storica: particolarmente in auge prima per la sua competenza militare, per il suo interventismo e per il suo rigore; criticato poi nei tempi moderni per gli stessi motivi. Mi ricorda quella canzone interpretata da Gian Pieretti sulle pietre.
La scelta non è informata al romanticismo, ma anzi ad una schietta pragmaticità aziendale: nei locali annessi alla Villa i moderni impianti di vinificazione che consentono un rapido trasferimento delle uve. Qui i migliori filari di Grasparossa.
Ecco dunque il naso dolce e opulento: perfettamente aderente alle aspettative del tipo, ma asciugato dalla più corriva burrosità, anzi aggiunto di belle sfumature, e inusuali come la cera d’api, un fiore giallo, una passeggiata tra le erbe spontanee delle pedecollina emiliana.
Dall’ampia e testarda corona avrai un sorso potente e pieno, masticabile. Carne pastosa di frutta rosse, ma tesa da una bella lienaacida che rende il bicchiere espressivo e deciso allo stesso tempo. Appagante il percorso, non esente da una virgola amara e squadrata che rinvigorisce un finale proteso e grasso.
Vinificato charmat ma denso di carattere quasi come un “bottiglia”, è una delle migliori espressioni di Grasparossa ad alta tiratura.

VSQ Brut Rosè – Cleto Chiarli s.a. [6.2]

‘Cleto Chiarli’ in evidente omaggio al fondatore del grande casa vinicola modenese, è il marchio che ne distingue le produzioni più prestigiose e ricercate. Questo “Lambrusco Spumante” è ottenuto da uve Grasparossa della tenuta di Castelvetro e un saldo di Pinot Noir, vinificato in rosa in autoclave: Brut de Noir, è il sottotitolo.
Il colore rosacarico è splendido, brillante e comunicativo: lamponato, con una risorgiva fluente e resistente.
La schiuma è più tenue, fine e non troppo compatta, lenta a ritirarsi e mai scomparire, residui tenaci nella corona.
Il naso è fragile: subito propone l’immancabile fragolina di bosco, poi ritratta su una linea d’agrume che ricorda il succo fresco di limone, e un tratto più sciropposo verso l’uscita.
Il sorso è leggero e bibitoso, zuccherino e agile, contiene una bella mano di freschezza e vigore.
Piuttosto piatto quel centro che stenta a prendere quota, anzi s’appoggia per scivolare verso la fine senza scosse.
Un bicchiere estivo e senza impegno.

IGT Lambrusco dell’Emilia “Rosso del Fante” – Fantesini s.a. [7.0]

Producteur Recoltant, dalla piana-non-pianura di Bibbiano RE, una piccola azienda che tratta la propria uva in casa, da terra a cielo: il “Fante” si trova in negozio ad un prezzo fantasmagorico per questi numeri e questo livello qualitativo. Dicesi 3 euri tondi.
TRattato in autoclave con molto rispetto per i tempi e la naturale evoluzione dei mosti, il blend di Grasparossa, Maestri, Ancellotta spruzza una schiuma fervida e ribollente, un cappuccio fuxia sorridente appoggiato delicatamente su un corpo neroblù.
Con calma anche la corona si ritira, con riflessi viola molto intensi. Tondo il naso frutto floreale, non esente da una certa vinosità di fondo. Non cristallino ma: di più, arricchito da qualche gibbosità quasi stramatura, quasi fermentata come di tabacco.
La bocca èp sincera, accolta subito da un abbraccio potente, con tannini non banali e una sensazione piacevolmente amarevole.
Largo nel mezzo, con inserti dolci imprevisti, con una spina rutilante e un graffio appena accennato d’acidità.
Bel bicchiere: imperfetto se vuoi, ma gaio, generoso e bevibilissimo. Per tutti, in attesa di provare il rifermentato in bottiglia della stessa Azienda.

VdT “Neroduva” – Storchi 2006 [7.0]

Di certo inconsueto, questo Neroduva: ottenuto da uve locali stramature. Non appare alcun millesimo sull’etichetta, ma campeggia il colossale grado alcolico: 15.5° non sfigurerebbero nemmeno tra gli Amarone. Uve appassite, e lungamente affinate in botte piccola.
Nero: ovviamente, vista la denominazione: ma nero fondo, nero inchiostro, pigmento potente e trama sanguigna e fitta, appena alleggerito al viola sul bordo: ma appena.
Il naso è poderoso, anche se stretto e decisamente orientato. Tutto teso verso quelle prugne cotte e mature, con quella voce decisa di tabacco fermentato. E – certo – rossi sotto spirito.
La bocca è densa, con tannini che a tratti assumono una viscosità vagamente fangosa: ma è solo l’impressione tattile della carne di questo bicchiere che si fa boccone, masticabile.
Rotola verso la fine con una sorta di potenza cinematica, insospettato di bevibilità.

IGT Malvasia dell’Emilia Frizzante – Tenuta La Piccola s.a. [7.0]

Giuseppe Fontana sceglie di far uscire la sua Malvasia frizzante senza millesimo, quasi ad esaltare la sua impronta di “vinino”. Biologico ed autoclave per la massima correttezza nel bicchiere, per una varietà tradizionalmente diffusa nella pedecollina reggiana.
Candida schiuma, rapida a finire, fresca e di calibro grosso ed irregolare. Non esente da un bel perlage fine ed insistito. Giallo molto, con riflessi grigi e piani.
Il naso è aromatico, strettamente varietale: la riga “moscata” è sorretta da frutta gialla intensa e decisa. ma non troppo continua. La mela cotta resta in fondo.
Un sottilissimo brivido minerale apre un sorso dolce secco dall’attacco acchiappante assai. La presa è sicura e ferma, trattata da un virgola salina e un graffio acido appena accennato. Tiene bene l’uscita.
Bicchiere divertente, ma rigoroso.

DOC Colli Rimini Cabernet “Montepirolo” – San Patrignano 2004 [7.0]

Uno dei pezzi da novanta dell’Azienda Agricola Sanpatrignanese di cui tutti sanno: Riccardo Cotarella enologo, la cui mano traspare in misura calligrafica.
Intenso all’occhio: un rubinone carico d’ampio spettro, ma non scevro da riflessi viola e granato. Pieno, fitto,oscuro al cuore, pigmenta gravemente il vetro, brillato di spiriti.
Odorare confettura di frutta rosse, cioccolato, piccole spezie ed aria balsamica. Carico, ricco, sferico.
L’assaggio è coerente, muscoloso fin dall’attacco. Rutilante di polpe, ricco il succo. Sale ad un centro tondo, laminato di tannini vivi e levigati, appena uncinati in fondo.
Denso il finale, reboante d’echi, tenutissimo, quasi budino.
Vino di grande disegno, bicchiere di grande correttezza: esecuzione impeccabile di un tema privo di qualsiasi spasmo elettrico. Piacerà a molti.

DOC Colli di Parma Rosso – Lamoretti 2007 [7.0]

Un uvaggio di Bonarda e Barbera, vinificato frizzante naturale senza troppe fisime.
Naso con qualche accenno di rusticità ma bello franco e sincero, con un frutto asciutto e spesso, neppure privo di una certa terrosità.
Bocca appagante, densa fin da subito, bella di carnosità appenniniche.
Tannini setosi, aerei, e finale brusco e deciso,  con effervescenza generosa e molto svelta. Colore nero bluastro, impenetrabile.
Una bevuta schietta e antica, per pochi euri.