Frammenti

Frammenti, raccolti tra le pieghe di tre o quattromila giorni: senzo troppo ordine, alla rinfusa.
Raccolti tra ore e chilometri, notti e aerei, fiammiferi e mele cotte. Frammenti spesso sfatti di stanchezza, d’occhi pieni di luci artificiali e abbaglianti infilati sotto l’iride.
Frammenti.

Frammenti

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Il mio primo eBook: Frammenti

E’ pronto, e si chiama Frammenti. Lulu è una piattaforma formidabile per autoconfezionarsi un ibù senza aòlcuna pratica di fotocomposizione.
Sono affezionato ai frammenti, non potevo che scrivere frammenti. Sulla prima pagina c’è scritto “Introduzione” che mi pareva più acconcio di “Prefazione”. Dice così:

Questa è una raccolta di schegge.

E’ fragile, e va maneggiata con cura: sono schegge rimaste intrappolate tra le dita, in mezzo ai fogli dei taccuini, nei taschini delle camicie. Nei microfoni dei telefoni smessi, nelle finestre aperte sui cortili. Nelle pagine digitali, noi posti nascosti, sotto la sella della bicicletta. Nelle sovraccoperte dei dischi compatti. Sono scritte sul retro delle etichette di vino e dei biglietti del tram.

Questa è una raccolta di schegge.

Parole fatte di pixel e non d’inchiostro, parole scritte su un tappeto di elettroni eccitati e non su carta.
Domani, qui.

Minicrazia digitale, ovvero il mio primo eBook

Scrivo da quando ho cinque anni. Scrivevo da per tutto: sui biglietti del tram, sulle locandine, sui bicchieri di plastica. Poi crescendo: sulle cartelle di scuola, sui diari, sul retro dei volantini distribuiti dagli studenti prima delle assemblee.
E ovviamente sui fogli protocollo: e facevo avvelenare gli insegnanti perchè scrivevo solo la bella, quasi senza correzioni.
Poi ho continuato a scrivere, con un Commodore 64: con qui flopponi grandi come Long Playing. Scrivevo di tutto: romanzi, racconti, versi, canzoni, storie, storielle, favole.
Qualcuno perse tempo a leggere quelle parole, qualche manoscritto finì sul tavolo di qualche editore: da lì direttamente nell’archivio verticale.
Il cestino, il miglior amico dell’uomo.
Poi vennero i PC, e la scrittura divenne un’urgenza incombusta: e le parole si accumularono alle parole. Vennero i blog, e qualche lettore in più, qualche sconosciuto non certo armato di compiacenza: e le parole finirono su altri tavoli, alcuni illustri.
Ma la carta non era destìno di quelle parole: ad evidenza.
Quelle parole stanno bene tra i pixel, dev’essere qualla la loro dimensione: che là qualcuno ha piacere di leggerle, qualcuno no. Ma nessuno potrà mettersi tra le parole e quel signore laggiù, che preferisce perdere una mezz’ora di tempo a leggerle piuttosto – che so – potare il viburno. O la ragazza con gli occhiali in ultima fila, sul treno per Yuma, la mattina presto.
Nessuno deciderà che stampare quelle parole è un investimento a fallimento di mercato, perchè le parole ora sono fatte di pixel.
E non costano nulla, se non qualche altra diottria all’indegno autore, in questa notte troppo fredda anche per un mezz’autunno.

Tra pochi giorni da queste parti, la prima raccolta di racconti che assomigli ad un libro pubblicato. Si chiamerà Frammenti.

Li ho scritti io.

Frammenti