Vittorio, Napoli [6.2]

Napoli a luglio: la caldera del Vesuvio in realtà è quaggiù, tra Agnano e Fuorigrotta, quando le pietre assumono una temperatura appena inferiore a quella della lava che va. Parcheggi impossibili, abitacolo che diventa rapidamente un forno, cristalli trasformati in specchi ustori: Archimede probabilmente è un uomo contemporaneo ed abita a Mergellina.
Via Cavalleggeri è la solita colata di umanità ribollente, metalli fusi, acqua dispersa, odori di umanità di pesce di olii combustibili, di luce spiaccicata sui muri come pennellate di calce viva; di insegne martorizzate dalla temperatura. Ti guardi attorno smarrito nella calura, quasi incapace a parlare e ragionare, cerchi un’ombra di mezzo metro quadro in cui t’accalchi con i tuoi sodali, grondanti di fronti d’ascelle di camice stazzonate e di abiti che paion usciti di lavanderia senza aver conosciuto il ferro da stiro. Ma dicono che da Vittorio – Cucina Tipica si faccia ottimo lo stocco, e attenderai stoicamente che si liberi un tavolo: t’attende un locale con le piastrelle bianche lucide e un ventilatore per lenire la calura, pietanze alla lavagna, servizio militaresco ancor più che garibaldino, e folla. Che Vittorio a quest’ora di questo luglio è pieno affollato, e puoi solo attendere di raggomitolarti sulle sedie impagliate.
Con il coraggio dei leoni ordini una pasta e fagiuoli: fatta espressa arriva rovente come piombo fuso, brucia il volto solo ad annusarla: ma profuma di buono, ed è buona. Anzi è buonissima. Anzi è la migliore assaggiata a queste latitudini da un bel pezzo, non ostante l’operaissima pasta a ditalini e il colore slavato. E’ incredibilmente saporita del sapore delle verdure, poco sale e molto vegetalismo; pochi i fagiuoli dispersi nel resto. Con questo caldo, è una prova di sopravvivenza, ma che spettacolo di genuina semplicità.
Poi il famoso stocco in bianco, servito con olive verdi niente male e l’immancabile limone. Rusticissimo, deciso e basico il sapore dello stockfish, privo di qualsiasi edulcorazione: poco cotto, integrale nella sua sgarbata stoccafissità, piace assai al tavolo, ma a te farà l’effetto di una raspata a lama viva sul palato. Veridico ma impervio.
Spesa? per due piatti, l’acqua e probabilmente il più terrificante bianco sfuso che ti sia capitato di bere dai tempi di Noè, 11. Dico 11 Euri a testa, tutt’incluso.

Naa, il caffè no.

IGT Campania Fiano “Don Chisciotte” – Il Tufiello 2007 [8.8]

Senza precipitare nell’esegesi della denominazione, il dubbio che si tratti di una vino romanticamente soccombente vengono: appena tolto il tappo si confermano. Vino epico, di margine, confine, ma struggente in ogni atomo.
Il “Quixote” è una strepitosa versione di Fiano naturale, uguale solo a se stesso. Giallo, bello e torbido  con tracce d’ambra, è cristallino sull’unghia.
Naso complesso e profondo assai, formidabile di spezie: noce moscata e chiodo di garofano, eppure ricco di questi frutti conservati, surmaturi.
La bocca è quasi opulenta, leggermente untuosa, con un abbraccio zuccherino di grande spessore, ma soli 12° d’alcole!
Sontuoso il mezzo sorso, nient’affatto indulgente, gonfio e generoso: finisce con una riga vegetale che poi svanisce in gloriam. Vasta l’uscita che richiama cangianze floreali, dalla camomilla al gelsomino.
Veramente immancabile.

Sud Ristorante, Quarto NA [8.0]

Marianna Vitale

A Pozzuoli – o meglio, ai Campi Flegrei, sono stato la prima volta a sei anni. Ricordo l’afrore dello zolfo e la “guida” di turno, che faceva vedere ai turisti l’uovo cuocere sotto la sabbia.
A Pozzuoli – o meglio, sul cavalcavia che sovrasta quell’Averno – sono stato l’ultima volta una sera d’estate, il sole al tramonto e un pezzo pesantissimo a volume tellurico: Roots, dei Sepultura. Finestrini aperti e l’aria fresca a stirare sulla faccia l’espressione incredula per quelle miriadi stipate a numero di diecimila per chilometro quadro, a guardare gli autotreni passare a tre metri dalla finestra della cucina.
Quando l’amico fresco di conio – e poi dicono che internet non serve a nulla – mi suggerisce di andare a Quarto, a provare il “Sud” che qualcuno ne sta parlando, e bene, io sono un po’ perplesso. A Quarto ci sono i casermoni, i viadotti, i pasto-prezzo-fisso-sei-e-cinquanta, mica la Grande Cucina.
Il viottolo da imboccare non è del tutto rassicurante: un anfratto nella conurbazione soprastante. Ma il ristorante spicca come un fiore nel cemento, sobrio ed elegante nelle sfumature di bianco. E bello pure: studiato e preparato per assicurare agli ospiti vivibilità, comodità, e qualche frammento di poesia, come le fotografie in BN alle pareti.
Al tavolo leggi la Minuta delle Vivande strabiliando. Per le generalità delle pietanze proposte, e per i numerini scritti nella colonna a destra. Sette, otto, dieci euri a “Pezzo”, e il miracoloso Menù a 38 35. Lo riscrivo: trentotto trentacinque euri, sette piatti. Non puoi che soccombere alla gola.
Al tavolo Pino Esposito a maneggiare le bottiglie, la prima sorpresa della serata: cantina contenuta ma di grande qualità, cartellini incoraggianti. Ai piatti Stefania, l’altra sorpresa: per tutta la sera racconterà i piatti con l’esattezza di un endecasillabo, con la stessa stupefatta espressione che avrebbe declamando una poesia inedita di Garcia Lorca appena ritrovata. Ecco dunque una zuppetta di telline con ricotta e peperoncino, uno stuzzichino leggero e preciso. Appena prima della stratificazione di Fresella: una composizione di bella verticalità, solo in apparenza semplice, basata sul tonno, ma che acquista levità e finezza nella giustapposizione delle fragranze e delle mollezze.
Ma il tempo della terza e definitiva sorpresa è vicino: quando atterra sul tavolo la zuppetta di cozze piccanti. Intensa, penetrante, spinge *in fuori* il gambero crudo in tutta la sua dolcezza a sfida del sale e del pimento. Senza ulteriore indugio ecco il capolavorino della serata, un piatto che è una pagina di storia: gli spaghetti con le zucchine, alici e 4 pecorini. Appena bruciate su di un lato, accolgono gli ingredienti per abbracciare inestricabilmente la crema di pezzottella di Torca – una referenza rara delle parti di Marina del Cantone – e formare un boccone davvero inebriante.
Si prende una pausa lo stupore con le tagliatelle baccalà mozzarella e noci, piatto ricco assai ma reo di un fallo di confusione, con gli ingredienti quasi ad elidersi e una cottura fin troppo estrema.  Ma passi, che segue la frittura cristallina e mai ossea dell’arancino con verza, salsa di versa e pomidoro secchi. Cuore perfettamente au point, e qualche acciaccatura di marginale importanza per un piatto che diverte e altrimenti convince. Così come convince, e seduce, il maialino con le papaccelle e tre salse: all’aglio, alle olive, ancora alle papaccelle, sorta di peperoni accartocciati molto saporosi. Letteralmente: strabiliante la qualità della carne, impalpabile, che da sola si fa attore e protagonista del racconto nel piatto. La cottura è quella che vorresti sempre, l’uso del sale è sapiente, la successione delle espressioni è azzeccata.
Particolarmente intriganti le dolcezze: la freschezza eterea del bicchierino d’asprinio d’aversa con la percoca; una siderale crostatina con cuore caldo di meringa, marmellata e cioccolato, di cui ti sarà difficile esprimere le sfumature dai toni gravi a quelli acuti, semplicemente stordente; un’ottima panna cotta al basilico con gazpacho d’anguria, una mossa di tic-tac-toe direttamente sulla diafana rete del trapezio. Buono il morbido con ricotta e fichi, buona la piccola pasticceria, buono anche il caffè…
Esce la cuoca dalla sua bella cucina a vista, regalando sorrisi timidi, ma solo un’idea del carattere fermo e volitivo l’avrai dai lampi delle occhiate tutt’attorno.
Accorrete gente, abbiamo posto.

Sud Ristorante | L'appetizer Sud Ristorante | STratificazione di Fresella Sud Ristorante | Zuppa di cozze
Sud Ristorante | Spaghetti agli zucchini Sud Ristorante | Tagliatelle con il baccalà Sud Ristorante | Arancino
Sud Ristorante | Maialino e papaccelle Sud Ristorante | Percoca e Asprinio Sud Ristorante | Panna cotta e gazpacho d'anguria
Sud Ristorante | Morbido Sud Ristorante | Piccola Sud Ristorante | Pane

Oasis Sapori Antichi, Vallesaccarda AV [8.6]

oasis - vallesaccarda016

Puccio Fischetti è sulla porta, prende una boccata d’aria in una fresca serata di fine estate. Vallesaccarda è un posto ai confini di tutto: Campania, Lucania, Puglia. Ma soprattutto è uno degli angoli impervi dell’Italia Meridionale, uno di quelli che ci arrivi se ci vuoi arrivare, ma proprio devi volerlo. La sera, quando è già bujo, ti ritrovi spiaggiato sul ponte che introduce al paese, al fondo di una strada raggomitolata su se stessa per alcuni chilometri, un po’ più lunghi della norma. Puccio Fischetti, sulla porta, ti tenderà la mano, miracolosamente riconoscendoti, ti saluta per nome e ti dice “La stavamo aspettando. Benvenuto a casa”.
La serata potrebbe anche terminare, che sei già sazio: tu che a mille chilometri da casa, da casa hai ascoltato qualche parola appena, sbriciolata tra le scosse elettriche tra un tunnel e un cavalcavia, in mezzo al rombo meccanografico di autotreni, autosnodati, autoarticolati.
Ti accompagna al tuo tavolo, nella grande sala, soffitti alti e luci basse: ti lascia in compagnia di una Minuta delle Vivande da tuffarci il naso, ricca com’è di referenze inusuali, di curiosità, di suggerimenti raggruppati in percorsi commoventi all’addizione. Inevitabile la Degustazione, raccontata con una esattezza di dettagli iperrealista. Da lasciare letteralmente attoniti, che ti ci vuole qualche minuto e qualche panino tra i molti e meravigliosi portati al tavolo: da sbocconcellare, aromatizzati e dimentichi del pungente afrore del lievito.
Gradirai la polpettina di provola con pomodoro e basilico: pochi sapori stampati a colori nitidi. Poi, visto che hai seppur solo velatamente manifestato la curiosità, ecco un assaggio della zeppola di baccalà con crema di pomidoro, prezzemolo e patate, precisa e lieve.
Sei ora pronto per il primo evento della serata, un epico carpaccio di vitella con sammarzano a filetto, burrata, origano selvatico e olio d’ogliarola. Potrai apprezzare la tenerezza struggente delle carni, ma il vero miracolo è la solubilità saporosa degli ingredienti: la burrata fatta apposta per noi, l’origano che profuma tutt’attorno e quel pomodoro… Riprenderai fiato con la zuppa di cipollotto con polpettine di carne al limone, con l’importante riflesso dolce strappato via dalla scorzetta di un limone elevato ad essenza pura.
Il raviolo di burrata con manteca campana e tartufo scorzone irpino è un’altro coup de foudre: piatto di fluviale gustosità maestoso di grassezze ma ugualmente ripulito, asciugato quasi dalla pasta all’antica; gialla, gonfia e porosa d’uova a bizzeffe.
Da assaggiare un raviolino di ricotta con salsa di noci e aglio bruciato. Una riduzione quasi minimale, tre ingredienti in mirabile posa, e via in un baluginìo impressionista. Inebriante la punta appena avvertibile dell’aglio bruciato, deliziosamente dietro le quinte.
Ma all’Oasis, sanno anche osare, osare con saggezza: guarda questo agnello ai profumi, con riduzione di Taurasi. Servito in completa assenza di sale, preda solo degli aromi delle erbe selvatiche. Appena accennato il dolce fondo del Taurasi. Naturalmente, morbidissimo.
Un sorbetto al melone invernale su tartare di melone invernale, un ton sur ton rinfrescante, per introdurre la Concentrazione di Caffè: un freddo caldo pastoso e profondo. Intenso.
Sontuoso il trattamento: il racconto dei luoghi e delle cose accompagna il racconto dei piatti, in un divenire coinvolgente ed assiduo. Sontuosa la cantina, per chi può bere e per chi non guida. Sontuoso il ricordo che rimane appiccitato, risalendo la valle.
Conto all’onestà: 45 europei per il viaggio tutto in una cucina di prodotto, in una casa d’ospitalità innata – perchè l’Oasis è Casa e Famiglia ad un tempo -  per un luogo da non perdere.

PS.: L’autore del racconto si scusa molto con i lettori e con la famiglia Fischetti per la modesta qualità delle immagini, ma l’illuminazione era davvero fioca.

Oasis Sapori Antichi | Il pane Oasis Sapori Antichi | Il Carpaccio Oasis Sapori Antichi | Grissini fritti
Oasis Sapori Antichi | Polpetta Oasis Sapori Antichi | La Zeppola Oasis Sapori Antichi | La zuppa
Oasis Sapori Antichi | Raviolo al tartufo Raviolo di ricotta Oasis Sapori Antichi | Agnello
Oasis Sapori Antichi | Sorbetto e pasticceria Oasis Sapori Antichi | COncentrazione al caffè Oasis Sapori Antichi | Caffè

DOC Taurasi “Radici” – Mastroberardino 1995 [8.9]

Un incontro, un’evenienza, incrociare la via con un prodotto quasi antico di questa storica e meritoria Cantina.
E’ subito formidabile il rubino con appena un’oncia di granato sull’unghia.
Spicca di corpo brillante, denso. Rimane appeso al vetro per metà di un’eternità, poi sgocciola in lagrime mielose, piccole e pigre.
il naso è elegante e ritirato, poco esposto ma delicatamente espressivo. Il frutto, tipicamente sotto spirito, ha un tratto introverso ma preciso: erbette officinali e spezie nere. Un soffio di rhum a chiudere.
La bocca rifulge di eccezionale pulizia fin dall’attacco, vasto e ricurvo, risuonante e sostenuto. Poi una progressione inesausta veros un centro corrispondente al millimetro, e un finale diritto, tangibile. Tannini ancora potenti, a tratti scalcianti, per un bicchiere incredibilmente vivido, dal ricordo etereo e lineare.
Gran bevuta.

Osteria del Gallo e della Volpe, Ospedaletto d’Alpinolo AV [6.6]

Osteria del Gallo e della Volpe, Ospedaletto d'Alpinolo AV [6.6]Non è facile arrivare per caso quassù, ad Ospedaletto d’Alpinolo: già devi essere dell’idea di arrivare ad Avellino, seguitare via Mercogliano – il più grande autosalone all’aperto del mondo – e poi farti un po’ di sinist-dest e salire. Fiera del Torrone, dice, e scoprirai più tardi che è proprio terra di torroni, per tradizione e per vocazione: che nel ’600 lo si mandava alla corte di Francia.
Ecco, prendendola con calma, penso a questa cosa delle scorciatoie, che a scrivere parole di canzoni in italiano è cosa complicata. La maggior parte delle parole italiane infatti sono piàne, e piuttosto inadàtte ad essere inserìte nel tèsto di una canzòne. Perchè appoggi la voce sulla penultima sillaba, e ti resta quell’altra appesa lì, come un’escrescenza sonora, e non sai cosa fartene.
In parecchi tra i più popolari appunto con grande padronanza della materia si avvalgono della facoltà di non rispondere, e aggirano l’ostacolo: Ligabue – uno dei più abili – si dà da fare con le tronche (vieni quì/ sempre lì/ sono là/ torna quà), il Blasco ci dà di intercalare (ooooh, eeeeeeh, aaaaah) e il Zucchero si rifugia negli inserti inglesizzanti (oh, yeah baby) che ci cavi sempre i piedi. Mettono i piedi nel piatto invece, senza pudore e senza tema, alcuni talenti cristallini: Pasquale Panella, un vero giocoliere delle parole (mi mangerei oltre il pàsto/la lista dei vìni/ se fossero di sfòglie/ e con i croccantìni) e Cristiano Godano (c’è qualchecosa di sbagliato nell’amore/c’è che quando finisce porta un grande dolore). E questo prendersi tutto il rischio mi piace molto.
Per cui quando seduto all’Osteria – ma osteria mica tanto, con questo tocco cosmopolita nell’arredo bianco e ferro ossidato – ti racconteranno i piatti, tieni presente che qui le scorciatoie non le aman punto. Anzi: fanno proprio il giro lungo, prendendosi la fatica e il peso di andarsi a cercare le origini di ogni cosa che mangerai: di guardare, di vedere, di progettare anche le cose più antiche senza lasciare nulla al caso. Intendi: non che sia lunga o noiosa l’attesa, tutt’altro. E’ che in una zona in cui trovi profusione di cucine sciatte e frettolose questa è un vero, prezioso gioiello.

Osteria del Gallo e della Volpe, Ospedaletto d'Alpinolo AV [6.6] Osteria del Gallo e della Volpe, Ospedaletto d'Alpinolo AV [6.6] - Baccalà Osteria del Gallo e della Volpe, Ospedaletto d'Alpinolo AV [6.6] - Pettola
Osteria del Gallo e della Volpe, Ospedaletto d'Alpinolo AV [6.6] -Agnello Osteria del Gallo e della Volpe, Ospedaletto d'Alpinolo AV [6.6] - Mousse di Torrone Osteria del Gallo e della Volpe, Ospedaletto d'Alpinolo AV [6.6]

Con l’aperitivo un fritto di ricotta, che dà subito il passo: giusto. L’Oste ascolta propone e approfondisce, senza ritrosia ma con distacco: e di nuovo sarai sorpreso, che non è qui il posto dei toni urlati. Avrai il millefoglie di baccalà con patate chips e peperoni cruschi, una rara varietà irpino-lucana dal tegumento diafano e delicato. Curiosi ed acchiappanti i secondi, più consueto il primo. Avrai pettola con le alici, che – giura – sono con il baccalà l’altro ingrediente d’uso comune quassù: una lasagna aperta trattata con esattezza e con tratto divisionistico, magari con un effetto d’insieme un po’ incompiuto. Materia sopraffina.
C’è l’agnello, immancabilmente: proposto disossato, molto, molto, molto delicato: tanto da lasciare fin troppo spazio alla farcìa ed alla mentuccia, accentuata.
Ma quando ti sei rassegnato ai gusti misurati, pensati, temperati, non scontati ma un po’ tiepidi, ecco la sorpresona: una mousse di torrone dal gusto deliberatamente alluvionale. Sterminato in ampiezza, travolgente in profondità. Semplicemente ubriacante.
Avrai scelta di bicchieri interessantissimi: un Aglianico di bella fattura o – perchè no – un Radici del ’95, un pezzo di storia del Taurasi. La gestione è familiare, resa con eleganza e sobrietà estrema: al punto da lasciare la voglia di una battuta in più, di una chiacchiera. L’arrivo di molti avventori nello stesso momento allenta un po’ l’attenzione e magari rende il ritmo più lasco.
Carta dei vini ampia: molte cose fuori zona, alcune etichette esaurite, prezzi adeguati, con qualche accentatura.
La serata vien via con 35/40 europei alla carta, e vino a crescere. Valevoli.

Torre del Saracino, Seiano NA [9.4]

Avevo appoggiato i polpastrelli sulla tastiera perchè avrei voluto parlare di Leibniz, e del calcolo infinitesimale. Poi però l’attualità mi ha distolto da questo interessantissimo argomento con le panie della cucina molecolare, e mi sono trovato tra le mani la Torre del Saracino, a Seiano.
La Torre fa parte del sistema d’avvistamento di Vico: tre torri quadrate, anzi cubiche: poco più che parallelepipedi di pietre squadrate messe su in fretta verso al fine del Cinquecento, che non doveva essere un gran periodo per vivere. I Lanzichenecchi avevano appena abbeverato il loro cavalli in San Pietro, e il Barbarossa era padrone delle rotte di cabotaggio del Tirreno. No, mica quello del carroccio: ma il feroce corsaro ottomano che assieme a Dragut terrorizzò le spiagge italiche da Savona a Lipari, da Piombino a Caprera. Tanta possanza e tanta mole non poteva rimanere inutilizzata in saecula saeculorum, e divenne una cisterna, poi deposito d’olio, quando gli armigeri e la colubrina lasciarono il posto al ciuchino e alla macina di pietra per la frangitura delle olive. E’ ancora lì, la grossa vasca di raccolta ad anello, proprio di fronte al fantasmagorico impianto ad altissima fedeltà dove Gennaro Esposito deposita le terga e riposa la mente, nei rari momenti di pace. Dice, Un hobby, ci vuole un hobby, sennò… e fa un segno eloquente. Perchè se fai questa cosa, di pensare un piatto e di provarlo, non puoi fare nient’altro. A pochi giorni dalla riapertura dopo il periodo di ferie, che è andato consumato nella ristrutturazione, nella sintonia fine del locale.
Eppure Leibniz ci starebbe, qui tra le antiche pietre: che la cucina di Gennaro è fatta di infinitesimi. Per la precisione, di infinitesimi infiniti. Sarà per quello: perchè le sottili sfumature abbiano il massimo risalto che il nuovo aspetto del Saracino è tessuto nei toni minimi del bianco. Che la squadra di sala veste un nero assoluto e rigoroso. Che l’arredo floreale è consegnato ad una unica, solitaria rosa. Rossa e matura.
Scegli Salvatore, che è il nome della più completa delle Degustazioni, ed hai subito i pani, nero, bianco e con la pancetta, e il burro vaccino. I grissini e i taralli.  La vetrata riflette i movimenti misurati e precisi dei camerieri, esatti nel servizio dei piatti come in quello dei vini, disponibili in bottiglie importanti anche a bicchiere sotto azoto, dice. Ma la panzanella con palamita e pancetta croccante amico mio è già un piccolo compendio della prossima piece: personaggi ben delineati, caratteri ben definiti, sceneggiatura acchiappante. Appena un assaggio: minimo ma ubriacante.
Viene il superbo centrifugato di asparagi selvatici, borraggine, ostrica e ricci di mare: un concentrato di vegetabilità e salinità in equilibrio alchemico, esplosivo quanto il contatto del verde e dell’acqua salmastra. Appena tiepido. Viene la canzone popolare,  con la patata schiacciata e calamari, pesto di olive verdi e colatura di alici: l’antica salsa cetarese che esalta la dolcezza della patata con l’eterea consistenza del calamaro. Una goccia di aceto bianco di vino, ficcante. E viene, senza nemmeno farsi attendere troppo, il capolavoro: un piatto così semplice come i fusilli con ragù di cernia con salsa di limone agrodolce, che pensi di poter fare anche tu con la mano sinistra. Ma dopo il primo assaggio il piatto cresce: la cottura che pareva frettolosa diventa esatta, il connubio tra pesce e limone che pareva banale diventa perfetto: vasto d’aromi e preciso di sapore quasi una costruzione in microvariazioni, direbbe Leibniz, infinitesimali.

Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Pani Torre del Saracino, Seiano NA [9.4]
Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Palamita e Panzanella Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Ostriga! Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Calamari
Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Taralli Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Fusilli
Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Zuppa Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Spigola Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Agnello
Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Predesert Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - La Caprese Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Pasticceria
Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - Cioccolati Torre del Saracino, Seiano NA [9.4] - La Cantina

E il secondo capolavoro è addirittura fuori programma: la zuppa di crostacei e pesci di scoglio con pasta di Gragnano in dieci formati. Rustica, ma densa di una intensità travolgente. Amalgamata al millimetro, quasi sferica.
La pietanza di mare è l’esecuzione meno seducente della serata: pur grande la materia, pur viva la verdura, la spigola con fave fresche e secche, olio alle alici e pomodori confit si porta appresso una cottura decisa e un panorama più pallido di quello al quale ormai sei abituato. Manca l’agnello, reso al rosa in modo semplice, e semplicemente perfetto: nudo, senza salse, fitto di se stesso, che avanza.
Prima del dessert ancora un urlo: il piccolo dolce ristoro, una brunoise di mela con ricotta e croccante al caffè.
Celebratissime le preparazioni di pasticceria della Torre: deliziose le golosità, è invece solamente “buona” la caprese con gelato allo yoghurt e salsa di mandarino, viva ma di una grana un po’ grossa. Ultimo sacrificio, dice il sommelier, e giunge una selezione di epici ciocciolati dall’Italia e dal mondo, che varrebbe un assalto alla Torre.
Que belle table, scriverebbe la famosa Guida Gialla d’Oltralpe, mentre dai un’occhiata alla moderna, funzionalissima cucina (ma il prossimo forno lo facciamo con la legna… dice Gennaro) o all’antichissima cripta in cui sono conservate le polentamila bottiglie.
Fai ottanta per il menù di Ciro, quello piccolo, e cento quello di Salvatore. Bevi quello che vuoi, felicemente sbicchierando, ed è buonissimo anche il caffè.
E di Leibniz parlerò un’altra volta.

‘E Curti, Sant’Anastasìa NA [6.9]

'E Curti, Sant'Anastasìa NA [6.9]Camminare di sbieco, di notte, per le strette strade lastricate di questo paese steso sulle caviglie del vulcano è un’esperienza. Sempre in pendenza, ad indicare una posizione di simbiosi pericolosa con il mostro addormentato: incredibile che una popolazione che si è fatta quasi nazione si ostini a vivere qui. A convivere.
La porta d’ingresso introduce direttamente alla sala da pranzo, con spiffero omicida  nella stagione fredda. Seduto ad uno dei nove tavoli guardi tranquillo chi viene ae chi va, come a tua volta sei stato guardato quando hai messo dentro la testa. L’accento partenopeo è forte, è gagliardo: soprattutto avventori del posto, qualcuno che ritorna sulle strade di casa. Lui lui, lui è ritornato dopo vent’anni, Davvero, Sì, davvero, Ma sei Padre Tale, No, sono suo fratello, Davvero! Lui, lui che è tornato ha fatto le scuole da Padre tale, Davvero, Alla salute!
La condizione del viandante solitario è di particolare favore: è come una creatura con un terzo occhio di fuori che osservasse la scena, magari con una inquadratura alla Orson Welles: dall’angolo in alto, verso il basso, piano e sequenza.
Chiamano i piatti consueti, rassicuranti, di una Tavola antica. Lei ti si avvicina e senza fronzoli ma con esattezza ti dice cosa offre oggi, che c’è stagione e mercato, e qui se ne fa conto anche nel recupero di pietanze storiche. Dal territorio il prosciutto dei Lattari, la formaggella, le frittelle di friarielli gonfie ed asciutte, l’involtino di melanzane, crocchè.

e-curti-santanastasia002 'E Curti, Sant'Anastasìa NA [6.9] 'E Curti, Sant'Anastasìa NA [6.9] - Crocchè
'E Curti, Sant'Anastasìa NA [6.9] - La minestra maritata 'E Curti, Sant'Anastasìa NA [6.9] - L'agnello lattone 'E Curti, Sant'Anastasìa NA [6.9] - Tiramisu

Tra i primi un piatto d’inverno: la minestra maritata, connubio di sei verdure e due carni, aggiunte di un paio di fette di sarsiccia forte che fanno sapore. I profumi sono di un’altra epoca, rustici e diretti, per nulla addomesticati: vanno amati per come sono, per quel che sono.
Molte sono le preparazioni prese dalla memoria: vale l’agnello da latte al forno con i piselli, una piatto semplice ma alluvionale. Grasso, dolce, quasi stordente per intensità seppur privo di qualsiasi traccia di ovinità, si ottiene da agnelli meno di sette chili che non hanno mai brucato erba. Folgorante la burrosità propria di queste carni, tenere ma dense, difficile da dimenticare.
La dolcezza è riservata alle preparazioni di casa, in particolare un tiramisù spesso e fitto che apparirà pallido al confronto.
Ci sarà sempre un bicchiere di buon Lachrima Christi, oppure etichette sopra tutto regionali.
Capitolo a parte il nucillo, un liquore di mallo di noci più alcolico, più speziato e meno sciropposo del cugino emiliano, con il quale qui si sta facendo impresa con contagioso entusiasmo.
Fan 30 europei, calorose strette di mano incluse.

Portovecchio, Salerno [6.7]

Portovecchio, Salerno [6.7]Non si fa di raccontare il racconto a più di un mese e quasi due da quando, in una giornata uggiosa alquanto, varcasti la soglia di questa Casa. Adiacente all’ingresso del porto, nomen omen, con l’incongruo aspetto di uno chalet. Ma ricordi bene l’oasi di ristoro che ti si presentò, pur nella bruma della memoria.
Dunque il Portovecchio nel mezzodì lo troverai ben frequentato, con una torma di camerieri che s’affaccenda tra la cucina e le sale con buona lena. Le Vivande sono declamate a voce, con piglio gagliardo, mentre atterra sul tavolo il cestono del pane rustico con taralli, letteralmente omicidi. Nel senso di irresistibili.
Lasciati gli antipasti di mare, tradizionaloni e improntati ad una rassicurante consuetudine, potrai godere di un abbondante piatto di spaghetti alle vongole: senza brividi, ma ben tirati e ben conditi, fors’anche un filo di troppo. Ma conservano integro il sapore delle conchiglie e non indulgono certo a pericolosi esperimenti & avvitamenti.
A seguire, oltre a pesci in ogni maniera, è offerta una spettacolare paranza: alluvionale, enorme, ricolma di tutto, asciutta e varia. Bella parata di totani, gamberi, merluzzetti, triglie e le superbe alici che valgono il viaggio.
Dolci senza sorprese, bottiglieria a richiesta.
Spendi 50yuri.

Portovecchio, Salerno [6.7] - Pane e Taralli Portovecchio, Salerno [6.7] - Spaghetti alle vongole portovecchio-salerno004.JPG

Pizzeria da Maria, Amalfi SA [6.5]

Non è la pizza migliore del mondo, non è il locale più bello del mondo, i prezzi sono “amalfitani”. Però l’indigeno richiesto di un indirizzo sicuro per la pizza non avrà esitazione, la pizza è in piazza, da Maria.
Dunque segui la loquace e colorita signorina che dalla porta ti invita ad entrare, siediti ai tavoli sgarrupati ed ordina – tra le molte – una Margherita, un Romana o una Napoli.
Il condimento è d’ordinanza, più o meno, e non sovrabbondante che va bene: ma la pasta è superiore per cottura ben fatta, bella tenuta e fermentazione a regola d’arte. Terminatala, non avrai di che ricordare se non di una buona, sana, normalissima pizza tonda nel piatto.
Da sette europei la margherita, che è normale solo ad Amalfi e a Tokyo, e una sala abitata e molto da amalfitani non ostante l’intensa attività turistica. Una sicurezza.

Pizzeria da Maria, Amalfi SA [6.5] - La Napoli