Avevo appoggiato i polpastrelli sulla tastiera perchè avrei voluto parlare di Leibniz, e del calcolo infinitesimale. Poi però l’attualità mi ha distolto da questo interessantissimo argomento con le panie della cucina molecolare, e mi sono trovato tra le mani la Torre del Saracino, a Seiano.
La Torre fa parte del sistema d’avvistamento di Vico: tre torri quadrate, anzi cubiche: poco più che parallelepipedi di pietre squadrate messe su in fretta verso al fine del Cinquecento, che non doveva essere un gran periodo per vivere. I Lanzichenecchi avevano appena abbeverato il loro cavalli in San Pietro, e il Barbarossa era padrone delle rotte di cabotaggio del Tirreno. No, mica quello del carroccio: ma il feroce corsaro ottomano che assieme a Dragut terrorizzò le spiagge italiche da Savona a Lipari, da Piombino a Caprera. Tanta possanza e tanta mole non poteva rimanere inutilizzata in saecula saeculorum, e divenne una cisterna, poi deposito d’olio, quando gli armigeri e la colubrina lasciarono il posto al ciuchino e alla macina di pietra per la frangitura delle olive. E’ ancora lì, la grossa vasca di raccolta ad anello, proprio di fronte al fantasmagorico impianto ad altissima fedeltà dove Gennaro Esposito deposita le terga e riposa la mente, nei rari momenti di pace. Dice, Un hobby, ci vuole un hobby, sennò… e fa un segno eloquente. Perchè se fai questa cosa, di pensare un piatto e di provarlo, non puoi fare nient’altro. A pochi giorni dalla riapertura dopo il periodo di ferie, che è andato consumato nella ristrutturazione, nella sintonia fine del locale.
Eppure Leibniz ci starebbe, qui tra le antiche pietre: che la cucina di Gennaro è fatta di infinitesimi. Per la precisione, di infinitesimi infiniti. Sarà per quello: perchè le sottili sfumature abbiano il massimo risalto che il nuovo aspetto del Saracino è tessuto nei toni minimi del bianco. Che la squadra di sala veste un nero assoluto e rigoroso. Che l’arredo floreale è consegnato ad una unica, solitaria rosa. Rossa e matura.
Scegli Salvatore, che è il nome della più completa delle Degustazioni, ed hai subito i pani, nero, bianco e con la pancetta, e il burro vaccino. I grissini e i taralli. La vetrata riflette i movimenti misurati e precisi dei camerieri, esatti nel servizio dei piatti come in quello dei vini, disponibili in bottiglie importanti anche a bicchiere sotto azoto, dice. Ma la panzanella con palamita e pancetta croccante amico mio è già un piccolo compendio della prossima piece: personaggi ben delineati, caratteri ben definiti, sceneggiatura acchiappante. Appena un assaggio: minimo ma ubriacante.
Viene il superbo centrifugato di asparagi selvatici, borraggine, ostrica e ricci di mare: un concentrato di vegetabilità e salinità in equilibrio alchemico, esplosivo quanto il contatto del verde e dell’acqua salmastra. Appena tiepido. Viene la canzone popolare, con la patata schiacciata e calamari, pesto di olive verdi e colatura di alici: l’antica salsa cetarese che esalta la dolcezza della patata con l’eterea consistenza del calamaro. Una goccia di aceto bianco di vino, ficcante. E viene, senza nemmeno farsi attendere troppo, il capolavoro: un piatto così semplice come i fusilli con ragù di cernia con salsa di limone agrodolce, che pensi di poter fare anche tu con la mano sinistra. Ma dopo il primo assaggio il piatto cresce: la cottura che pareva frettolosa diventa esatta, il connubio tra pesce e limone che pareva banale diventa perfetto: vasto d’aromi e preciso di sapore quasi una costruzione in microvariazioni, direbbe Leibniz, infinitesimali.
E il secondo capolavoro è addirittura fuori programma: la zuppa di crostacei e pesci di scoglio con pasta di Gragnano in dieci formati. Rustica, ma densa di una intensità travolgente. Amalgamata al millimetro, quasi sferica.
La pietanza di mare è l’esecuzione meno seducente della serata: pur grande la materia, pur viva la verdura, la spigola con fave fresche e secche, olio alle alici e pomodori confit si porta appresso una cottura decisa e un panorama più pallido di quello al quale ormai sei abituato. Manca l’agnello, reso al rosa in modo semplice, e semplicemente perfetto: nudo, senza salse, fitto di se stesso, che avanza.
Prima del dessert ancora un urlo: il piccolo dolce ristoro, una brunoise di mela con ricotta e croccante al caffè.
Celebratissime le preparazioni di pasticceria della Torre: deliziose le golosità, è invece solamente “buona” la caprese con gelato allo yoghurt e salsa di mandarino, viva ma di una grana un po’ grossa. Ultimo sacrificio, dice il sommelier, e giunge una selezione di epici ciocciolati dall’Italia e dal mondo, che varrebbe un assalto alla Torre.
Que belle table, scriverebbe la famosa Guida Gialla d’Oltralpe, mentre dai un’occhiata alla moderna, funzionalissima cucina (ma il prossimo forno lo facciamo con la legna… dice Gennaro) o all’antichissima cripta in cui sono conservate le polentamila bottiglie.
Fai ottanta per il menù di Ciro, quello piccolo, e cento quello di Salvatore. Bevi quello che vuoi, felicemente sbicchierando, ed è buonissimo anche il caffè.
E di Leibniz parlerò un’altra volta.