
Lo chiamano Monumento, la Certosa, ed incombe a pochi metri da qui. Ho un ricordo nebuloso della Certosa, vivisitata e poi più tanti anni fa. E nebuloso rimane vista la tanta nebbia.
Anche la Locanda è un monumento: qui da sempre, racchiude sapienza ospitale e maestria alle soglie della perfezione. Mestiere, preparazione, abnegazione.
In tanto clamore, l’ombra di una classicità che si avvita nell’esecuzione. Più Haydn che Mahler, ecco….
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A quattro passi da Piazza dei Cinquecento – l’antingresso della Stazione Termini – il WineBar Trimani è un punto cardinale dei miei soprassalti romani. Termini è un punto d’arrivo e di partenza, un punto di riferimento, un punto d’incontro: non che si raggiunga in un attimo, venendo da fuori, ma i forestieri ci si ritrovano con facilità, di giorno e di notte.
Mi rassicura quel menù pieno di proposte per ogni stato d’animo, e per i frequenti malumori della professione: attriti, rogne, contenziosi, obiettivi, e il bagget, e il target, e il brifing, e il lising. Un piatto, freddo o caldo, una pasta, un formaggio. E soprattutto una batteria di vini…
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Mentre il mondo sgomma alla luce delle stelle, resta il dubbio: lo assaggiamo questo riso rosa, che quando uscì stupì il mondo? Ora che le barbabietole aka rape rosse ce le mettono anche nelle chewingum?
Massì, assaggiamolo, e per una volta dimentichiamoci di correre. Che lo chef si sta prendendo cura di noi….
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Mi viene ormai il dubbio che il ristorante di fascia media, quello del cinquanteca, per dire, sia finito in mezzo al guado di un vorrei ma non posso. La trattoria evoluta sia una specie di crisalide non ancora cresciuta.
Oppure i cinquanta che pesano non sono quelli del conto ma quelli dell’anagrafe, e io sono diventato un vecchiatto bisbetico a cui non va bene nulla. L’espressione del Re che guarda dalla sua cornice parrebbe confermare questa seconda tesi.
Però l’agnello di Zeri al forno con il centro dimenticato freddo merita cinquanta frustate….
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È un blend di amarezza e tristezza che mi trascino nelle trippe quando uno dei miei posti del cuore inciampa nel ramo declinante della parabola: o in incidente di percorso, o nella famosa “serata storta”, o nella luna dello chef. O nella serata storta mia.
Eppure del ricordo versicolore di una cucina ribollente e contaminata, viva e frizzante, spesso lucente non resta che tanto mestiere, su cui si azzoppano un crudo di mare appena illuminato da una salsa ai profumi d’oriente, un tortino di pesce azzurro ripieno di caponata che è solo una controfigura di un piatto acchiappante, e un “fondente”al cioccolato che non sfigurerebbe sullo scaffale di un …
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