Alice in Wonderland, di Tim Burton [10.0]

Amerai Alice fin dal primo momento: quando compare il sorriso al termine del suo incubo, tra le mani amorevoli del padre. La amerai definitivamente quando brillerà d’azzurro, fresca come un petalo di miosotis crudamente contrapposta alla cartapecora del volto – e dell’intelletto – della madre. E vorrai essere il Cappellaio fin dal primo momento che lo vedrai: vorrai avere i suoi occhi gialli e i suoi capelli rossi elettrici. E vorrai avere uno Stregatto per casa, non appena lo vedrai evaporare.
Vorrai avere la Bigralance per le mani, con cui combattere tutti i Ciciarampa del mondo – magari anche quelli che ti rubano le biciclette nuove – con l’armatura adamantina. Vorrai avere un Grafobrancio in cantina, per combattere la tua Regina Rossa, la Caledetta Mapocciona, e vorrai abitare il castello della Regina Bianca dove c’è solo luce e anche l’ombra risplende.
E vorresti che non finisse mai, che qui 108 minuti fossero anni: perchè in quell’oretta emmezzo ci sono più idee di una intera stagione di cinematografie mondiali. Tim Burton prende il mondo, lo fagocita e lo scolpisce con una fantasia rutilante, spessa, pentadimensionale. Ogni scena sa avere cento piani di lettura, ogni immagine regala una foresta di particolari così fitta da provocare pura ebbrezza.
La ricostruzione digitale è così perfettamente integrata con i dialoghi surreali a volte iperreali altre, l’ironia sottile e sdrucciolevole è così coinvolgente da lasciare tatuaggi emotivi squassanti, che solo i cuori di pietra potranno non cogliere.
Il cast è di bravura somma: Johnny Depp rasenta il sovrumano, riuscendo a diventare comunicativo anche con le  espressione più catatoniche. La giovine e semisconosciuta Mia Wasikowska è solidamente perfetta. La Bonam Carter indescrivibile, con quel suo grido ossessivo “Tagliategli la testa!”. Anche Anne Hathaway azzecca la parte con quell’espressione finta, ma non falsa. I personaggi digitali sono irresistibili, a partire dal Bianconiglio che ha un’espressività anche psicologica da vero caratterista.
Finzione, mai falsità dentro il rocambolesco schermo di Alice. Una interpretazione del classico che tocca i generi dal Vaudeville all’Epico, con una felicità ed una freschezza creativa che non si vedeva da un pezzo, in nessun angolo del globo. Varrebbe il biglietto il solo minuto della Stanza con le Porte, ricca di un simbolismo espressionista così fitto da disorientare assai più i grandi dei piccini, un omaggio ossequioso più che osservante alla fantasia lisergica di Lewis Carrol.
Nemmeno il finale felice molto à la Disney riesce ad essere imperfetto: perchè lascia comunque un senso di sospensione così tenero da lucidare gli occhi: almeno fino al prossimo giorno Gioiglorioso.

Orecchiette con salsa di broccoli, ricotta e pomidoro confit

C’è questa referenza della profonda Puglia, una piccola produzione artigianale che regala soddisfazioni: l’Azienda Agricola Annese confeziona varietà di sottoli e pasta di semola di grano duro. Le tecniche sono tradizionali, i volumi ridotti, la qualità va provata.
Per valorizzare l’orecchietta rustica e ruvida, una preparazione lineare al pundo di essere rarefatta: ma il tricolore che ne esce è vibrante.
Per prima cosa prepara i pomodorini: la migliore qualità che hai a disposizione. Questi sono quelli datterini, che anche d’inverno – giù al nord – hanno qualche reminescenza di sapore. Posti al forno interi, immersi in una emulsione d’acqua, poco olio, zucchero,  e due gocce d’aceto. Dovranno riposare almeno un paio d’ore, meglio tre, attorno ai sessanta gradi.
Poi farai andare i broccoli tritati rusticamente con poco olio, l’aglio vestito, una piccola presa di sale e un peperoncino secco intero, non aperto per una mezz’ora. Indi li passerai al mixer al netto di aglio e peperoncino, bagnando con acqua secondo necessità
Le orecchiette vanno cotte in abbondante acqua salata e scolate molto al dente, poi tirate un minuto nella ricotta precedentemente passata al setaccio. In questa evenienza si tratta di ricotta vaccina di qualità suprema, affiorata da due ore nel caseifizio sotto casa mia: è latte frisone e brunalpino assai succoso, ma chi ha il vantaggio di avere ricotta di pecora a tiro ne godrà considerevolmente.
Sul fondo dei piatti una nello di salsa di broccoli, ben calda, conterrà la nuvola di orecchiette. Sopra, adagia i pomidoro, avendo cura di scolarli dalla confezione.  Ancora sopra qualche fiocco di pecorino giovine.
Manda in tavola con un aglianico semplice e sincero, il Terra dei Fuochi di Carbone va alla perfezione.

Occorrente per 4 pax:
240g di Orecchiette
un broccolo privato del gambo
peperoncino secco, aglio
200g di ricotta fresca
pecorino non troppo stagionato
12 pomodorini datterini
sale, olio.

DOC Recioto della Valpolicella Classico – Cantina Valpolicella 2006 [7.0]

Scuro e denso, fitto e cupo, impervio alla luce: viola-rubino molto profondo, senza esitazioni. Lascia pigmenti sul vetro, dove trascina un ordito largo e preciso, consistente.
Il naso si presenta con una botta di marmellata di mirtilli, fresca, ampia. Seguito di sugo d’uva, di mosto di giornata. Il tocco di inchiostro di china è solo un punto, alla fine.
Oleoso l’assaggio, denso e dolce ma non dolcissimo, e non da subito. Anzi la progressione è lieta senza diventare maitravolgente, anzi ferma la carica al centro dove il sorso viene corroborato da tannini fletrosi, piuttosto grossi.
Poi termina un gradino più in basso, lungo ma meno incisivo, con le frutta rosse riprese in sequenza.

Resilienze

Ecco dov’è finita la mia bici.

Appunti Diviàggio | Les Flocons de Sel a Megeve

Ho un ricordo confuso di una serata passata per metà a fare di sì con la testa per far finta di aver capito, e per l’altra metà a cercare di esprimere concetti basici come “sì, altra acqua”e “no, niente vino” in una fransè delirante. Quando alla fine lo chef – meilleur ouvrier de france – mi convoca nella cucina di mille metri quadri, con la metà di mille cuochi che corrono mostrando di sapere esattamente quello che devono fare, non trovo di meglio che stringere il mignolo che mi tende con il mignolo.
Però mi sento gallissimo.