Apparizioni | Lagerstroemia Indica

Quando ero piccolo per un non breve periodo mi sono perduto nella coltivazione bonsai. Quindi sapevo tutto di robe tipo la Zelkova Serrata, il Ginko Biloba, i fittoni, i polloni e la sottile differenza tra il Ficus Retusa e il Benjamin. La richiesta di tempo ed attenzione per la gestione delle piante bonsai è disumano: un blog in confronto è un essere vivente autonomo.

Dunque avevo in casa anche in virgulto di Lagerstroemia Indica, ma sopravvisse assai poco. Per dirla tutta, salvo un Retusa di venti centimentri che durò vent’anni e morì questa primavera a causa del blog, tutte le piante sopravvissero assai poco. Il Nirvana era portare le piante a maturità senza farle crescere: tipo l’ulivo che fa una (1) oliva, il melo che fa due mele. Ma la Lagerstroemia fece solo sparute foglie.

Oggi ho scoperto che la Lagerstroemia Indica,  in libertà, fa dei fiori bellissimi: il colore è questo rosa delicato ma intenso, e la corolla è una via di mezzo tra un garofano e un’ortensia. Tanti, fitti, coloratissimi.

E’ stato bello.

DOC Sangiovese di Romagna Superiore “Beato Enrico” – Santini 2006 [6.0]

Sangiovese, dice, superiore: come dire un trattamento da riserva.

Rubino-violaceo, sopra tutto sull’unghia è scuro ma non fitto. Perfettamente limpido. La tensione è continua ma breve, alla riceca di pizzi palpabili, mòtili e ripetuti.

Il naso è largo, a tratti vagolante. Esprime sensazioni diverse, financo contraddittorie: tabacco e crostata di ciliegie, fumo e cartone, un filo di volatile appeso da qualche parte all’uscita.

Il sorso parla lingue diverse non sempre corrispondenti: è levigato dove l’aspetti rasposo, liquido dove lo vorresti polputo. Il centro si fa angoloso, con base larga e angolo ottuso, con un finale colpevolmente breve.

Meno impressivo di altre prove dello stesso produttore.

Appunti Dilùce | Sardegna dirotta su Alghero

Che poi ti guarda con occhi strabici ed appannati, come un pugilatore groggy.

Poi ti mostra vie che avresti osato sognare, o magari: sognato osare.

E presenta il conto in forma di bivii attorcigliati di domande, larga la foglia stretta è la via, voi dite la vostra.

Che io dico la mia, con tutte le facce di traverso e gli occhi al posto sbagliato.

Sàna le ère di sana vecchiezza, cotta da troppe fiamme di tramonti, e cannonate e fiati di soldati.

Scioccamente pensarla in attesa di torpedoni affollati di turisti, da spolpare come sarde a beccafico con denti taglienti.

Disegnata d’ombre come ali di farfalla, ed altrettanto leggere ed altrettanto effimere. E di certo più evanescenti. Inattingibili.

Scoprirla quasi ascetica, di una spiritualità ribollente e ctonia.

Fitta di contraddizioni, interiezioni, deviazioni, protezioni. Convinzioni e petizioni. Esitazioni: e piccole sedizioni.

Pestando via l’ombra con luci disumane, intermittenti come il cuore di un cormorano.

Tendenze | Un nuovo paradigma della trasparenza

Mi piace leggere Valerio M. Visintin. Per primo, perchè mi informa sull’andazzo gastronomico di Milano di cui io che a Milano lavoro ma non vivo – perlomeno, non più del 30% del mio tempo – sono un po’ tagliato fuori. Per secondo perché ha un taglio pittorico acido e urticante che mi diverte. Terzo perché ne scova sempre delle belle.

L’ultima è questa: un ristorante che vorrebbe ristorare, ma senza cucina. Cioè tu entri, ordini, ti nutri ma quello che esce dalla cucina non è… cucinato lì. C’è un servizio di catering. Dice, VMV:

Il trucco c’è, insomma, ma non si vede. Semmai, si sente, quando ci servono delle trofie al pesto collose e scialbe come mensa aziendale insegna, un cheeseburger tale e quale al mio fermacarte e una millefoglie di melanzane che dopo il primo boccone avrei voluto far sparire dalla mia vista con una bacchetta magica.”

A parte le formidabili metafore, quello che colpisce – dallo stesso autore – è che

“…nessuno avrà premura di avvisarvi che [...] non esiste una cucina, che non sono abilitati all’uso dei fornelli, che tutti i piatti in carnet vengono confezionati altrove da un catering e soltanto “rinvenuti” sul posto. Né si scorge, tra le pieghe del menu, una riga, un asterisco o un codicillo rivelatore”.

In confronto i vecchi, romantici trattori che dimenticano di segnare il prezzo all’etto sul menù, oppure pur segnalandolo pesano nel buio del retrobottega con arrotondamente generosi e sospetti sono dei dilettanti allo sbaraglio. Eppure vorremmo solo saperlo prima eh.

La Grattugia, Villa Aiola RE [6.5]

Villa Aiola è una delle 93808308912408943 località che si professano “Culla del P.Reggiano”. In verità è una frazione di Montecchio Emilia, caso mai ci fosse bisogno di ribadire l’emilianità di questa tavola verde punteggiata di vigneti lambruschi. Ormai le tirelle da sei metri cedono il posto a impianti moderni, e si sta perdendo il molle andazzo delle piantone umbratili, con i filari spaziati che davano rese per ettaro non spettacolari, ma una generosità per ceppo che conduceva ai teneri lambruschi di casa, magari con un punto di colore in meno e un punto (o cinque..) di dolcezza in più.

Da queste parti l’aria che tira è la trattoria – cucina casalinga: sfinenti alluvioni di tortelli, pasta all’uovo, arrosti misti con prevedibili crolli sulle pietanze. Alla Grattugia si prova a lavorare di fino su tutta questa emilianità: già tra gli antipasti, punteggiati com’è d’obbligo di affettati, le referenze che arrivano in tavola sono ben oltre la banalità. Un salame “gentile” di grande potenza, un culatello di Rossena ben stagionato (no, niente a che vedere con quello di Zibello, ma buono), buone pancette, buone coppe. La chizzetta (gnocco fritto ripieno) non è una robina tirata via, e lo stesso gnocco fritto fa bella ed asciutta mostra di sè. Il Menù accompagna tra la cucina cucinata, con nomi anche aerei: Il Poeta Contadino, Sull’Aia, Invito ai Sapori non saranno invenzioni che l’umanità ricorda, ma almeno elevano l’intenzione oltre la rassicurante routine del tortello-e-tortello.

La grattugia infatti i tortelli li propone ripieni di gorgonzola, con “ragù” di pere e scagliette di pecorino: un piatto che resta solido non ostante il moderato azzardo; o con le tagliatelle in “crema” di P.Reggiano e Culatello di Canossa. Un piatto semplice anche nel progetto, ma più riuscito grazie ad una ottima sfoglia all’uovo e ad una cottura azzeccata.

Tra i secondi il coniglio al balsamico s’accartoccia nella versione arrosto, pur nobilitato da una panatura di grana che lo rende molto saporito.

Dolci della casa sul finire, con belle bottiglie locali e non, con prezzi umanamente corretti, asiieme al servizio che ci mette del suo al tavolo per raccontare, spiegare, coinvolgere in un percorso di qualità della materia che non trova folle di adepti e va salvaguardato.

Il conto dice che per 4 piatti ci vogliono 40 europei più i dispari, ma è cena d’impegno anche per la vigorìa delle porzioni, per una serata serena e senza tenzione.

Disclaimer: mi scuso con i lettori ed il patron per l’insufficiente qualità delle immagini, provocata in massima parte dalla bassissima luce del locale.

Trattoria La Grattugia
Viale Montegrappa, 30 – Villa Aiola
Montecchio EMilia RE
0522871520
web: La Grattugia

Cucina tradizionale con spunti creativi. Sui 40.

Parcheggio: sì.

Appunti Dilùce | Le foto concrete di Maurizio Camagna


Ho conosciuto Maurizio di sponda: con l’obiettivo conficcato nei piatti di Matteo Fronduti. Poi c’era solo il piatto e gli obiettivi li abbiamo dimenticati a casa, complice una delle più seducenti Trattorie d’Italia: Mariella, a Calestano. Un po’ di incroci di amici digitali e analogici: il reprobo Mr.Oz che una volta commentava ed ora è passato seriosissimamente dall’altra parte della scrivania, o il sodale Dan Lerner, gran organizzatore di incontri meticci.

Camagna è un fotografo professionista, quindi non starò a dire che fa belle foto.

Quello che è interessante è il come: una specie di versione venti-dieci (2010 per voi) dell’istantanea. Quindi l’istantanea per eccellenza, che è la Polaroid.

Le foto raccolte in questo fotoblò, mi paiono particolarmente coinvolgenti: sono un bel discorso, con una bella grammatica, e una ortografia assolutamente deliziosa. Il fomento di tutto ciò è ben spiegato dall’Autore, ma par caratteristico sottolineare che si tratta di immagini catturate con l’iPhone, e trattate per diventare finte Polaroid. L’effetto è giusto, il risultato ammaliante.

Courtesy: Camagna.

Champagne Brut Rosè Grand Cru – Paul Dethune s.a. [7.0]

Anche meglio del suo fratello pallido: il rosa c’è ed è fitto, intenso, quasi pompeiano: ha più la nuance ramata, con quella sfiorita vena di coccinella propria dei vermouth rossi, ma dilavata. La spuma è svelta, non troppo fine, di un rosa rosa delicatissimo.

Il naso è articolato: dalle sensazioni più mature, ricche e solari, fino ai fiori, magari incontrati il giorno dopo. Il tiraggio si sente forte, pur in sottofondo, presente e persistente.

L’assaggio è accogliente: secco, tirato, con una virgola elettrica. La progressione è modica, mentre il mezzo esplora le sfumature delle bucce d’agrume, come il mandarino. Il finale s’allarga e si spiana, sereno.

Bicchiere felice, bevibile, sereno.

La casa del Sonno, Jonathan Coe [6.7]

Non è aritmetica: sovvertendo l’ordine dei fattori, il risultato… mah. Leggo questo dopo La pioggia prima che cada e mi trovo tra le mani la sua bella copia. Ma letti in ordine inverso, credo facciano diverso.

Allora: J.Coe scrive una narrativa *brillante*. Fluida: è un virtuoso della narrazione, tanto da cadere spesso preda di una specie di narcisismo letterario. I suoi guardamammasenzamanismi, per dirla con un altro bel tomo (Forster Wallace) sono la ricostruzione della storia sulla storia di un mazzo di fotografie; qui con questi frammenti ben ordinati, capitoli pari nel tempo andato e capitoli dispari nel tempo presente: o forse viceversa, per quel che conta.

Quello che potrebbe far discutere un lettore che si ubriachi di tecnica narrativa è che il romanzo si giuochi su un espediente, e si risolva con un pretesto. L’espediente è appunto una narrazione singultante, che acchiappa senza esitazione a pagina 1 e molla alla fine. Il punto debole dell’espediente e che per mantenere elevata la tensione occorre insufflare nel disegno un numero così inverosimile di coincidenze che poi alla fine occorre un pretesto per riallacciare tutto. Non il realismo, che si abbandona già molte pagine prima, ma una sventagliata di colpi di scena che tramortiscono e in fondo anestetizzano anche il lettore di buona volontà. Così quando arriva l’eruzione vulcanica su cui si regge tutto risulta ovattata, come un sussurro nelle orecchie martoriate da un concerto heavy metal.

Non si dice il perchè e il percome, perchè “La Casa del Sonno” va letto: è un bel pezzo molto british, con pagine imperdibili come la rieducazione dei medici – manager da parte di ragazzini appena “masterizzati”. Anche se pure in questo frangente l’aspetto macchiettistico prevale sulla giusta e faconda satira di costume, come si sarebbe detto un trentacinque anni fa.

Meno interessante il versante linguistico, anche se le pagine dedicate all’interpretazione psicanalitica del linguaggio della protagonista devono essere state un bel rompicapo per il traduttore. Anyway, nella versione italiana il libro scorre via senza asperità, e non è un pregio: senza scosse, e non è un complimento; senza brividi, e non è necessariamente un male. Laddove cerchi la poesia, incontri un approccio – appunto – vagamente aritmetico, così esatto. Non prevedibile, ma predestinato.

Magari quella patina d’accoglienza nei confronti dell’omosessualità, quell’approccio così tollerante ecco, quello stride. Perchè il tollerare ahimè, non è accettare as is.

Mezzo miliardo di uova

Abito in campagna. Ci sono le galline. Le uova di gallina di campagna sono le migliori, vero? Sopra tutto se vengono dalle tonde galline nostrane, che razzolano allo stato semi brado guardandoti con l’occhio sagace.

Le signore di campagna hanno sempre qualche uovo in più da vendere: le prendi dalle loro mani sabbiose ancora tiepide, magari con qualche traccia di guano e paglia, perchè sono naturali. E le porti di corsa a casa, come un tesoretto: che sono cosa rara così gialle e fitte, per i tuoi PEU [Piccoli Esseri Umani].

Non pensi che questo possa avere conseguenze: del resto le hai mangiate anche tu da piccolo, dalle mani di tua nonna. Proprio queste uova, cotte e crude, in crema o in zabajone, ancora rigate del pollaio. Non pensi che il mondo del venti-dieci funziona altrimenti. Una traccia, una evocazione di salmonella basta per ritirare dal mercato mezzo miliardo di uova fresche. In America, eh, mica qui da noi.

Da un lato la considerazione che beh, là le cose funzionano: l’autorità dispone, e si esegue. Non si interpreta, non si negozia: 500 milioni di uova ritirate dal mercato.

Dall’altro un dato terrificante: l’intera produzione di uova degli USA è in mano a 192 aziende. Nell’86 erano ancora 2.500. E le nostre signore di campagna? E le nostre gallinone?

Immagine: Quonda

IGT Lambrusco dell’Emilia Picòl Ross – Tenuta La Piccola s.a. [6.0]

La Piccola lavora il biologico e imbottiglia questo vino da vitigni autoctoni e antichi, ormai infrequenti anche nelle terre reggiane. Eccolo in purezza, dall’autoclave.
Più viola che rubino sopra tutto sull’unghia che vien via brillante, anzi sfavillante.

Il naso è generoso e puntuto: i frutti rossi sono evidenti ma uno spigolo terroso è lì ben presente, fino alla chiusura che si eleva verticalmente in alcool.

La bocca però è larga, e nell’assaggio manca un po’ di rigore. Anzi dopo un centro abbastanza rotondo rotola verso un finale che regala una sensazione sbrindellata, come se si fosse a mezza via tra un agrume svelto e una sensazione più astringente che fresca.