PERFETTO
Ora l’aveva tra le mani: era perfetto, e non aveva di che dirne. Il bicchiere baluginava controluce, folgorando i dardi malva e magenta del tramonto, incastrato con perizia tra l’estate e un giovedì di settembre. Rifulgeva dei tratti d’agata e delle pagliuzze d’oro del vino che lo riempiva per poco più di una parte, riposando indolente nella curva opima.
Il vino, lo respirava da sempre: da quando aveva visto la prima volta le mani grandi ed esatte di suo padre trepestare i grappoli maturi al raccolto. Lo faceva da sempre, con la furia incosciente degli amanti clandestini. Ne aveva anche scritto: per denaro, o per necessità, per convenienza o per convinzione, ma non aveva mai scritto di vino per amore: ed era sopraffatto dal pudore. Gli pareva che mettere in parole quel miracolo fosse come spiegare una sonata per violino e orchestra, e ne avvertiva tutta l’inadeguatezza. Appoggiava la grossa penna stilografica sul foglio, vergava due, tre parole di sapore appiccicaticcio, poi accartocciava il foglio facendone barchette di carta dalla voce di vibrafono.
Aveva scritto di vino per mestiere, per convinzione e per costrizione, ma non ne aveva mai scritto per amore: ed ora ne era sopraffatto, quel vino perfetto. Aveva le brillanze del fuoco dei camini di mezz’inverno, e i gialli dei girasoli. Aveva il rosa delle rose archeologiche della villa sul lago, e un cristallo di gommalacca nell’unghia, e quel bricco verdino di prativi di collina che traluceva solo verso il fondo. Aveva cuore di terre di creta, e una vena d’ambrosia in trasparenza, come trine di broccato.
Aveva scritto di vino per dovere, ma non era capace di scriverne per amore. Nemmeno ora che aveva il vino perfetto, ed era figlio delle sue mani.
Girava il bicchiere, per carpirne le note più recondite: infilava il naso nel piccolo recipiente sonoro, cogliendo ogni volta una sfumatura più intima ed accesa, carpendo quel che d’ancora inespresso v’albergava, poche gocce che stillavano in teorie.
Congiungendosi alle labbra quel vino percuoteva i suoi sensi con foga inesausta, donandogli tocchi nitidi e intensi: di un nitore quasi abbacinante, come la collina ammantata della neve fresca di un mattino di gennaio.
Nelle pieghe untuose che s’affezionavano subito al palato per abitarlo a lungo riconosceva ogni vigna, ogni filare, perfino ogni pianta, su cui aveva cesellato le stagioni con il calor bianco della fatica. Riconosceva in ogni sorso quasi ogni giorno dei suoi giorni passati sui colli, quelle tirelle da tastare a mani aperte, da conteggiare ceppo per ceppo, grappolo per grappolo: a guardarle che s’indorano nel sole delle estati più calde, le spalle arrossate dall’erta. Risentiva il peso degli acini carnosi accolti con sensualità nel palmo, appena separati dal ramo da forbici ricurve, ed adagiati con attenzione nei cesti. Poteva quasi rivedere nelle spire di quel succo ambrato gli eventi e gli accidenti che lo avevano condotto lì.
Rivedeva, nella traccia di fieno appena tagliato della vigna dietro la forra il sapore di sangue di quel litigio ferrigno, quando il suo amico, il suo amico più caro, l’aveva colpito con la mano chiusa a pugno per futili motivi, e non aveva nemmeno ragione. E rivedeva nell’afrore mieloso delle piante del colle il sapore di latte della prima volta che l’aveva baciata, cuore stupefatto e mani incerte, e sentiva ancora il fiato spezzarsi in gola: come quando l’aveva la prima volta amata vicino alla rosa in capo al filare più lontano, una sera di vendemmia. E nel retrogusto amarognolo della vigna vecchia, vedeva scomparire la luce della ragione dagli occhi di suo padre, quando il cuore s’era schiantato e l’aveva lasciato solo e incompiuto. Che da allora s’era inerpicato sulle balze per fecondare la terra, trarne nutrimento, e viverne la passione enorme e infinita. Ed ora che l’aveva, non sapeva che dirne.
Fu dunque per istinto, o forse per amore, che adagiò il pennino sul foglio, come se fosse la prima bavetta del filare nuovo, quello vicino al torrente, e scrisse, con mano sicura e bella grafìa, scrisse Ora l’aveva tra le mani: era perfetto, e non aveva di che dirne.

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