
Mi piace fare fotografie, perchè libera dalla tecnica. Libera dall’allenamento, dallo studio, dalla pratica quotidiana. Dalla meccanica.
Basta un’idea, snap, e la strappi via dal nastro del reale. Ed in un frammneto subatomico, in precario equilibrio d’elettroni, racconti uno o più mondi, a seconda del tasso d’umidità, delle precipitazioni, del bollettino delle valanghe. Dell’umore della ciclotimica figlia del vinaio.
Mi piace fare fotografie. Perchè sprizza luce tutt’attorno, condensando in un fascio d’elettricità i brividi del mondo….
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Sento già piovere le accuse di nostalgismi: ma no, è solo che sul ponte del colossale ferry – se quell’arnese che schizza a 35 nodi si può ancora chiamare ferry – non riesco a credere che si possa andare così veloci con una nave così poco idonea, almeno al mio occhio ignorante.
Ai miei tempi, e non era il quindicesimo secolo, erano notti all’addiaccio, per spedere il meno possibile con il “passaggio ponte”, e la traversata prendeva ore ed ore, e si scendeva a destino un po’ ammaccati e magari anche un po’ lividi di morchia, ma molto Konrad della domenica.
Ora è tutto a posto: magari i panozzi e i tramezzi del bar, ecco, quelli hanno ancora…
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Liutpoldo guarda la neve il primo d’aprile, e non riesce a convincersi che non sia un pesce….
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Il lungo inverno, la luce improvvisa. Il sole improvviso l’alba improvvisa. Le cose che succedono improvvose, improvvisamente. L’alba rossa, rami neri, le nuvole smilze, i prati bagnati, le strade nere le colline piegate, le case addormentate i sogni improvvisi, gli occhi cisposi il succo di frutta, le dita rapprappite l’alba che sorge, i momenti più neri i momenti più gialli, la luce duttile del mattino.
e finallmente si fa fresco, che non è più freddo….
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