
Pensa solo per un attimo se un giorno un viaggiatore galattico decidesse con il suo velivolo astrale di allunare a Torino.
Fai incontri i più strani. Gente con la faccia bianca e gli occhi bianchi, ma con una singolare forza nell’espressione. Come se da queste parti fosse più facile modellare la pietra l’acciaio.
Come se da queste parti in qualche modo fosse facile costruire cose grandi, progettare architetture epiche. Come se fosse semplice tirare via grandi respiri pieni d’aria spessa.
E avrai modo di sentirti protetto. Piccolo, se vuoi, ma protetto.
Anche se non mancheranno pareti assai ripide, da scalare.
E cieli azzurri in cui specchiarsi…
Inseguendo…
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Ingiustamente minore, Verona: comodo guado già al tempo degli irsuti Veneti. E pur tanto romana, al tempo che arrivarono i Romani era già lì.
Un ponte, un’idea: diafana quanto il ricordo di un ponte che non c’è più da mille anni. O centomila, ma ha lasciato tracce indelebili. Ma solo per gli occhi che sanno vederle, come le tracce delle persone.
E invece dei ponti veri, di pietra e d’acqua. Di vuoti e di pieni, come sospiri disattenti.
Altri modi di contare, di vedere, di illuminare.
E di giocare.
Nei rari momenti in cui la pietra si fa lieve. Aerea.
E la sciocchezza si fa solida, si fa muro. O forse la potresti chiamare solo sciocchità.
Per cercare un refolo d’ombra….
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Hanno dovuto inventare un punteggio nuovo, per descriverlo: Massimo Bottura, cuoco in Modena.
Infila la testa tra due scogli: dove l’acqua del mare sciaguatta lenta, le alghe riposano, qualche mollusco rimane abbarbicato alla roccia. Il sole arroventa lo scoglio nero, vapori salmastri come fumi d’ebbrezza.
Fritto, senza dubbio: ma più intuito, come quando passi per strada di fianco alla bancarella con un gelato in mano. Se poi il gelato ricorda quei pesci storti la sera della Vigilia, non è piacere puro, ma qualcosa di più sottile. E’ l’eco della delizia.
Pane: velluto profumato, originario, primevo. Grano pestato, odore di forno.
Ti protendi sul banco…
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Gonfia di linee inesatte, una casa d’altrove s’attarda sul ciglio di una strada moderatamente collaterale.
Quando spesso sono le strade che ti cercano, scovandoti negli angoli polverosi di un’ansia crivellata di quesiti inesplosi.
Come se ci fosse realmente bisogno di binari d’acciaio e macchine ferramentose per varcare l’abisso di un orizzonte di seconda classe.
Come se ci fosse davvero bisogno di avere tutte le gambe di un ragno per mantenersi in equilibrio nel vortice calmo di giorni troppo fitti per essere contati con pallottolieri di seconda mano.
Perchè a volte basta uno sguardo inerme, per librarsi nelle pieghe del più imprevedibile dei:…
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Che poi ti guarda con occhi strabici ed appannati, come un pugilatore groggy.
Poi ti mostra vie che avresti osato sognare, o magari: sognato osare.
E presenta il conto in forma di bivii attorcigliati di domande, larga la foglia stretta è la via, voi dite la vostra.
Che io dico la mia, con tutte le facce di traverso e gli occhi al posto sbagliato.
Sàna le ère di sana vecchiezza, cotta da troppe fiamme di tramonti, e cannonate e fiati di soldati.
Scioccamente pensarla in attesa di torpedoni affollati di turisti, da spolpare come sarde a beccafico con denti taglienti.
Disegnata d’ombre come ali di farfalla, ed altrettanto leggere ed altrettanto effimere. E di certo più evanescenti….
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