
Dovresti arrivare una sera di pioggia: all’Osteria di Vetro. Però non dalla via del fiume: meglio dalla Piazza di Santa Maria, con gli occhi gonfi di bellezze da commuovere. E ci vorrebbe una sera di pioggia fine e traslucida, così unta da dilavare Trastevere dai passeggianti e conservare i passanti, fino a sbucare all’angolo sghembo dove brilla Glass.
Vorresti non averli mai conosciuti per incontrarli sempre la prima volta: lo chef gentile che guarda sottovoce ma urla con gli occhi, e il signore alto dai movimenti asciutti e dai sorrisi rari.
Sono giochi d’ombra, operati per sottrazione. Come se qualche apparecchio patafisico producesse refoli d’oscurità,…
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I costruttori galattici si prendono un momento di pausa dai loro viaggi galattici ed affidano la scatola dei Lego usati al piccolo uomo, che nei momenti di pausa tra una sopraffazione ed un crimine efferato commette atti di una bellezza pura. Immensa, cristallina e pura….
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Se chiedi ad un indigeno come si chiama la sua città, ti risponderà Reggemiglia. E forse sa anche che è stirpe di Gallo, tribù dei Boi….
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Mi piace e non so perchè, la zona di Milano in cui è conficcato il locale del cuoco-motociclista. Perchè quando lo vedi che ti viene incontro, alto come gli scaffali di una vecchia farmacia e largo tanto quanto, pensi che i suoi baffi a manubrio starebbero bene su una Electra Glide. Invece, lui, guida motociclette tedesche.
Mi piace come scrive i piatti sulla carta, con quei nomi farfalloni e sorridenti: giusto per prendersi un po’ meno sul serio, che di vescovi e cattedratici ne avremmo anche le tasche piene. E questo mi ricorda da vicino il gusto del “pin”, una roba oscura che si faceva da piccoli in campagna: pangrattato, formaggio, uovo e poca carne, per dare sostanza…
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Riccardo Agostini ha scelto il mondo raggrinzito tra le montagne piccole e vecchie del Montefeltro. Calanchi ed orridi, forre e strapiombi, cambi di tempo. E miniere abbandonate.
Mentre la sua cucina copia l’orizzonte, tra i vuoti e i pieni.
Con la cura dei dettagli che è propria dei giocatori compulsivi di meccano.
L’ardesia, scavata via dalla pelle del mondo: nera, risalta i bianchi e gialli appena sfiorati dal bollore. L’ovetto di quaglia si tiene di se stesso, e crocca le mandorle attorno.
Scherza l’idea del cucchiaino e della rotondità dell’uovo: ma liquido il solido, e solido quel che sarebbe liquido. Non nuovo, ma novellato.
Lo sguardo inquietante…
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