Sabato del Villaggio | Conti, coltelli e bacchette magiche

Un ristorante è un locale pubblico dove qualcuno (il ristoratore) cede il suo tempo  e le sue abilità a qualcun altro (l’avventore) che per avere accesso a detti tempo e abilità si separa da una parte frazionale del proprio amato denaro. Quindi in qualche modo il primo dovrebbe domandarsi cosa fa scattare la dolorosa decisione nel secondo, quantomeno per evitare di trovarsi a guardare i suoi bei tavoli. Vuoti.

Da questa parte del tavolo, con un’assiduità patologica ad usufuire di tale servizio, mi sono chiesto più volte come dovrebbe essere il ristorante perfetto, salvo abbandonare poi il tentativo di dare una risposta perchè il ristorante perfetto sarebbe anche terribilmente prevedibile. Per citare Gianni Brera, la partita perfetta finisce zero a zero: senza errori e senza emozioni. Io che romanticamente sono schiavo dell’imperfezione, preferisco l’àlea che regala in egual misura estasi e nefandezze. Ma posso azzardarmi a pensare come lo vorrei, il Ristorante Ideale. E lo vorrei trasparente, attento, corretto. E affollato.

Per iniziare: senza coperto e senza addebito della caraffe d’eau, se è quella naturizzata che viene dal macchinino. Poi l’acqua fossile di ghiacciaio sciolta con l’alito di unicorno, purchè il prezzo sia indicato prima di ordinare, mettila pure quanto vuoi.

Poi i Menù: uno semplice con un assaggio e un piatto per il mezzogiono; uno piccolo e uno grande per la sera, comprensivi di tutto e senza sorprese, ammennicoli o gabelle, con la scelta tra due per i primi e i secondi. E il menù bambini, che senza bimbi al seguito non entrano nemmanco i genitori.

La Carta: metti i prezzi che vuoi, che possono anche essere alti. Se decido di uscire dai Menù, che devono essere convenienti e voglio scegliere liberamente allora sono disposto a pagare. E siccomo devo essere libero di prendere un piatto solo, devo comprendere che anche per il ristoratore esiste una cosa che si chiama break even point: al di sotto di un certo conto, è meglio che io non entri. E che sia abbastanza da non vedere nel conto il coperto e l’acqua del rubinetto…

I vini: disponibilità alla mescita, con i prezzi chiaramente indicati. Fosse anche un Cheval Blanc a mille euri il bicchiere: sono informato, e scelgo. E sarebbe anche carino che i vini da 4 euri al supermercato non fossero messi in carta a 30. Per buon gusto, non per altro.

Pietanze secondo quantità: oltre a scriverlo bello grande e non in font 6 sul retro, quando il costo della materia è rilevante (diciamo da 5 euri l’etto in su, che significa 5 cents il grammo) ti presenti al tavolo con la bilancia, facciamo la pesata, condividiamo il totale e nessuno discuterà.

Certo al Ristorante Ideale anche il ristoratore avrà diritto al suo Cliente Ideale: ma questa è un’altra storia.

Immagine: Classe 1959

Tendenze | Un nuovo paradigma della trasparenza

Mi piace leggere Valerio M. Visintin. Per primo, perchè mi informa sull’andazzo gastronomico di Milano di cui io che a Milano lavoro ma non vivo – perlomeno, non più del 30% del mio tempo – sono un po’ tagliato fuori. Per secondo perché ha un taglio pittorico acido e urticante che mi diverte. Terzo perché ne scova sempre delle belle.

L’ultima è questa: un ristorante che vorrebbe ristorare, ma senza cucina. Cioè tu entri, ordini, ti nutri ma quello che esce dalla cucina non è… cucinato lì. C’è un servizio di catering. Dice, VMV:

Il trucco c’è, insomma, ma non si vede. Semmai, si sente, quando ci servono delle trofie al pesto collose e scialbe come mensa aziendale insegna, un cheeseburger tale e quale al mio fermacarte e una millefoglie di melanzane che dopo il primo boccone avrei voluto far sparire dalla mia vista con una bacchetta magica.”

A parte le formidabili metafore, quello che colpisce – dallo stesso autore – è che

“…nessuno avrà premura di avvisarvi che [...] non esiste una cucina, che non sono abilitati all’uso dei fornelli, che tutti i piatti in carnet vengono confezionati altrove da un catering e soltanto “rinvenuti” sul posto. Né si scorge, tra le pieghe del menu, una riga, un asterisco o un codicillo rivelatore”.

In confronto i vecchi, romantici trattori che dimenticano di segnare il prezzo all’etto sul menù, oppure pur segnalandolo pesano nel buio del retrobottega con arrotondamente generosi e sospetti sono dei dilettanti allo sbaraglio. Eppure vorremmo solo saperlo prima eh.

Mezzo miliardo di uova

Abito in campagna. Ci sono le galline. Le uova di gallina di campagna sono le migliori, vero? Sopra tutto se vengono dalle tonde galline nostrane, che razzolano allo stato semi brado guardandoti con l’occhio sagace.

Le signore di campagna hanno sempre qualche uovo in più da vendere: le prendi dalle loro mani sabbiose ancora tiepide, magari con qualche traccia di guano e paglia, perchè sono naturali. E le porti di corsa a casa, come un tesoretto: che sono cosa rara così gialle e fitte, per i tuoi PEU [Piccoli Esseri Umani].

Non pensi che questo possa avere conseguenze: del resto le hai mangiate anche tu da piccolo, dalle mani di tua nonna. Proprio queste uova, cotte e crude, in crema o in zabajone, ancora rigate del pollaio. Non pensi che il mondo del venti-dieci funziona altrimenti. Una traccia, una evocazione di salmonella basta per ritirare dal mercato mezzo miliardo di uova fresche. In America, eh, mica qui da noi.

Da un lato la considerazione che beh, là le cose funzionano: l’autorità dispone, e si esegue. Non si interpreta, non si negozia: 500 milioni di uova ritirate dal mercato.

Dall’altro un dato terrificante: l’intera produzione di uova degli USA è in mano a 192 aziende. Nell’86 erano ancora 2.500. E le nostre signore di campagna? E le nostre gallinone?

Immagine: Quonda

Sennori SS | Calici di Stelle

Dubito che ci sia un disegno celeste dietro le coincidenze: soprattutto se il disegno celeste deve in qualche modo giustificare coincidenze che accludono la mia insignificante persona. Eppure non appena calcato il suolo sardo, banda Golfo dell’Asinara, apprendo che Sorso è la “città del vino” e che la manifestazione si chiama Calici di Stelle. Un caso di formidabile pregnanza, laonde non posso mancare. Credo che il territorio che sto calpestando si chiami Romangia, ma non ci scommetterei la mia ultima bottiglia. Nome per la verità che non sfavilla di originalità, così come la storia di intitolare un posto a qualcosa vien in stufo: vedi Viano di Reggio Emilia, reboantemente chiamata “città del tartufo” a contenere almeno tre inesattezze.

La serata è organizzata a Sènnori, con l’accento sulla “e” come si usa spesso sull’isola, a ulteriore testimonianza di una sottile ed inesasuta alienità. Prevede l’acuisto di un bicchiere, corredato di tasca, l’assaggio di tre, cinque o sei vini con un ticket da 8, 10 e 11 europei e una passeggiata nelle ritorte vie del centro storico, con “degustazione di pesce” e “di carne”, infine di “moscato e dolci tradizionali sardi”. L’approccio è super professionale: roba da manifestazioni da enofanatici: bel calice ampio serigrafato dal comune, tasca-tracolla, itinerario stampato su carta patinata eccetera. Poi andrà diversamente, e sono ancora a domandarmi quale obiettivo si sono posti gli organizzatori.

Di allegria ce n’è tanta, e di gente pure: all’assalto dei banchetti transennati per avere un vassoio di carta argentata con uno zinzino di polpo e patate, o di carne di pecora in umido, o porcetto, per la verità uno dei migliori mai assaggiati. Oppure tre-dolcetti-tre, grazie e arrivederci. Certo non sei lì per l’ingozzo, ma le condizioni sono impervie: un fiume di folla a gomiti piantati nelle trippe non è la situazione migliore per “degustare”. Però si tende  tende il calice chiedendo “mettine ancora un po’ , dai” mentre le razioni di mescita sono molto, molto più generose di qualsiasi altra abbia mai visto. Più una vera e propria bicchierata che una degustazione.

Ma con ordine. L’obiettivo era forse valorizzare i vini del territorio di Sennori? Ecco allora tre banchi di mescita dove i coppieri ti guardano stralunati se chiedi cosa stai bevendo, e ti rispondono sommariamente se vuoi approfondire: com’è fatto il vino, da dove viene, dove vuole andare. Il vino proposto è – a quanto è dato di capire – quello sfuso, il vino del contadino: imbottigliato per l’occasione in flacons etichettati “calici di Stelle” da produttori poco orientati alla comunicazione, anzi nulla. Peccato, perchè tra questi calici ruspanti, spesso rustici se non rasposi qualcosa di buono c’è, e meriterebbe altro palcoscenico: uno su tutti, Salvatore Ogana di cui non ho avuto notizie uleriori se non un numdelcell, neppure da Fratello Gùgol. Ecco i vini che lo scriba ha eroicamente assaggiato, tra carrozzine arrotate sulle caviglie e petti immensi e abbronzati conficcati tra le scapole.

Salvatore Ogana: Vermentino. Giallo fitto, vagamente ossidato, rustico nel naso ma diritto e  composto, una nota dolce come di moscato su tutto, frutto maturo e giallo. Sotto un tappeto balsamico-boschivo, di macchia. Bocca liscia e decisa, con attacco subito verticale. Secchissimo, quasi distillato, mano ruvida e potente. Ma buono-buono.

Giacomo Urgeghe – Vermentino. Leggero al naso, anche chiaro, glaciale e rimbalzi di fondo di pozzo. Corretto il sorso anche se non troppo vivo: di carattere. Piallata la bevuta, con il mezzo poco rilevato, fresco come di menta, e tenuto.

Francesco Sara – Cannonau. Da uve surmature e passite, che per essere bevuto deve essere refrigerato. Omidicida il grado alcoolico, sui 17, con quel naso corteccioso, ferroso, mentre la’ssaggio ha una raspa micidiale di tannini taglienti. Bevuta di indubbio impegno per un bicchiere che ha tratti epici.

Mario Canu – Cabernet. Naso stretto e austero, anzi scontroso nell’andare un po’ cotto. Più forza che racconto negli aromi, mentre l’assaggio fitto d’alcool è altrettanto aggrappante, poderoso fino ai limiti del controllo. Bevuta grossa.

Salvatore Ogana – Cannonau. Curiosissimo il naso, refrigerato, che ricorda un sentore dolceforte, come quello del tè alla pesca tra i fiori rosa e il succo di mirtillo. Quasi un succo di frutta. Bello l’assaggio con tannini levigati e corpo asciutto, e quel finale nocciolato, ben fatto.

Moscadello. Servito senza nome nè altre info, è il moscato passito della zona, forse il miglior vino della sera. Naso prorompente di frutta secca, fichi, ma deciso con garbata botta d’alcool. Ecco poi il sorso untuoso, mieloso e denso, succoso e polpacciuto. Quasi tagliente di dolcezza il bel finale irradiante.

Ecco, se la manifestazione era destinata a raccontare il territorio attraverso i suoi vini, magari il bersaglio è centrato: ognuno di questi bicchieri ti regala un’epopea. Se l’obiettivo era valorizzare produzioni destinate al commercio invece, no. Se infine il target era riempire le strade di indigeni e forestieri, mischiando abbronzature ad alta pressione e passeggiata locale allora il centro è perfetto: alta affluenza, struscio compatto fino alla compressione, e sbevazzamento a garganella. Perchè di voglia, entusiasmo e partecipazione se n’è viso a bizzeffe, sia da parte degli organizzatori che dei tanti impegnati ai banchi di “degustazione”.

Ma ahimè, le degustazioni sono altra storia.

Verticali | Dieci anni di Morellino Riserva Le Valentane a Villa Patrizia

Romeo Bruni dovrebbero insegnarlo a scuola. Dovrebbero organizzare dei pullman per farlo conoscere a grandi e piccini, perchè Bruni ha dentro una cosa che non si trova per strada. E’ quella luce ispirata e un po’ folle di chi guarda al futuro, sempre. Perchè Bruni è un ragazzo di settanta e dispari, eppure è lì che pensa come allungare il riposo dei suoi vini che vanno via sempre troppo giovani. Il tempo non esiste se non come strumento di perfezione.

Quella sensazione non la dimentico: fin dalla prima volta che l’ho incontrato, quando mi faceva progetti decennali su un nuovo vigneto reimpiantato con la foga di un diciottenne e la quiete di un centenario. Provai – indegnamente – a descriverla, e Bruni ci si riconobbe: lui e la sua famiglia che vive attorno a lui senza quella genuflessione patriarcale che ho visto troppe volte soffocare il piglio venato d’incoscienza delle generazioni giovani, ma con la riverenza riservata ai saggi.

L’occasione era una strepitosa verticale di Morellino, di cui Bruni è interprete rigoroso e felice: ma di quei Morellino in cui il sangiovese non è un pretesto, ma un obiettivo, e ogni stilla di quel vino lo dimostra. In sequenza, dal ’97 al 2006 con qualche salto di millesimo. In anticipo è facile ricordare quella sensazione di completezza che regalano i bicchieri ultradecennali, e l’idea che per godere appieno della complessa bizzosità del vitigno occorrano anni a manate. Assaggio attorno ad un tavolo di tagliatelle con il sugo fatte in casa tra le più buone mai assaggiate ecco qualche folgore appuntata cercando di distrarsi per un attimo dai racconti dell’epopea del fondatore: imperdibili le storie di vendita porta a porta sul Monte Amiata, con denominazioni dimenticate come Rosso e Bianco di Roccalbegna e i furgoncini carichi per la tentata vendita. Milletrecento lire la bottiglia, che allora in Maremma il vino bbono era quello sfuso, e il vino in bottiglia era quello sofisticato.

Gli inizi
Negli anni sessanta inizia la produzione di vino sfuso. Nell’80 ecco il Vino da Tavola in bottiglia, da portare in giro con il Forde Transite (cit.Romeo Bruni). Nel 95 arriva il Morellino, per cui si devono acquisire fondi nella Zona di Produzione, e nel 99 il Montecucco.

1997
Il colore è ancora fitto, seppur digradante all’unghia verso un mattone ma caldo e ricco. Adulto. Arriva al naso questa grandezza, esuberante ed elegante allo stesso tempo. I frutti, maturi, sono conchiusi in un abbraccio vivo e risoluto. Equilibrio appena venato d’alcool, con un sorso di delizia all’assaggio. I tannini sono dolci, ma ancora elettrici. Il mezzo è trionfo d’aria e d’ampiezza, con un termine infinito. Un bicchiere che non sfigurerebbe qualche chilometro più in là, dalle parti di Montalcino…

1999
Più profondo, quasi castano. Nel naso una vivida vena verde che non compariva nel fratello maggiore, quasi balsamica. Meno sfaccettato ma ugualmente complesso e ricco, è appena rigato da un fondo terroso. Nel sorso tanto tannino vivo e scalciante, con un che di ispido che sorprente a tanta distanza d’anni, una specie di ricordo di rusticità manifestazione di una vita ancora piena e rubiconda. Aggrappante il finale, tenuto attrono ai toni medi, e lungo.

2000
MIllesimo segnato da un cambio di stile, in cui traspare una fittezza ed una viscosità più pronunciate. Il naso è ricchissimo, con le frutta e le note più grosse quasi sovrapposte. Il muscolo s’evidenza e paga in finezza, con sentori molteplici. La bocca è appena bagnata, piegata sotto il peso di una polpa grossa. E’ pur lunghissimo, elevato da una sciabolata acida che lo attraversa in diagonale. Magari più breve l’aroma, tirato d’alcool

2001
Il millesimo più debole, l’unico in cui si avvertono segni di stanchezza. Il naso risulta fin troppo lineare, mentre la bocca è intermittente e non troppo comunicativa. Scavato nel mezzo del sorso, che non decolla e termina subito.

2004
bello di colore e vivo, con l’olfatto lindo e ricco, e privo di asperità. Fumigante di frutti maturi, fondo e vitale. Poca ma seria la sensazione di terra, come un calpestìio di zoccoli fra le zolle. Legno misurato, trona quella sensazione generale  d’eleganza confermata anche da un ritorno alle origini nello stile. Importante il sorso, levigato di tannini lappati e freschi. Tesissimo il finale, fulgido e resistente.

2005
Incredibilmente fresco e giovine. Comunicativo, quasi gioioso al naso, palpabile. Tracce ben definite e riconoscibli, come la deliziosa, seducente nota fumosa in uscita. O come la leggera nota erbacea, appena sfiorata. Ricco il sorso, anche migliore delle attese, con quella parabola altra, cospicua e brillante. Magari appena corto il finale, ma convincente.

2006
Giovane, ecco la parola che si nomina di più confontandosi sul millesimo corrente. SToria vasta al naso, con sensazioni di fiore (dolci come rose, o più precise come le viole) pulsante, appoggiato su una bella vibrazione d’alcool seppur non ancora intrecciati nel cuore. Bocca spumeggiante di giovenù: ma bello. Vigoroso e proiettato verso una attesa molto convinta di gran vita, preannunciato da quel gesto così deciso nel mezzo del sorso. Semmai non ancora venato di quell’eleganza che conferisce l’età ma di certo promettente.

I vini di Bruni vanno attesi, anni. I vini di Bruni sono fatti d’uva, con una cura ossessiva del succo, della vigna. Gli ingredienti sono solo tre: uva, tempo e poco zolfo, così poco che non lo senti. C’è questa verità del Morellino, dentro la Riserva Le Valentane, lontana da qualsiasi moda e da qualsiasi tentazione: sangiovese puro, cristallino nelle suebrusche imperfezioni, ma infinitamente poetico se trattato dal suo punto di vista. Dal punto di vista del sangiovese, che non è quella roba molle e fondente che ci hanno ammannito in qualche stagione della nostra vita.

Per impararlo, basta salire a Cana, ai bordi di Maremma.

Un grazie particolare a Patrizia e a tutti i componenti della famiglia, che hanno reso la serata una spremuta di umanità

Whirlpool Blogger al Forno | Frittata

Con tutto lo scetticismo di uno all’antica, di fuochi alti e cottura a vista, ecco che finalmente accendo il motore dell’astronave. Che è poi il Famoso Forno Atomico della Whirlpool.
Ho provato con una frittata combinata di ingredienti freschi (cipolla rossa Tropea in meraviglioso stato di grazia) e spinaci di lunga ibernazione, ormai allo stremo.
Poi sono andato un po’ naso, che la naturale indisciplina mi porta immediatamente a modificare le indicazioni d’uso.

Risultato: cosicosì la funzione scongelamento, sorprendente la funzione cottura. Anzi. I curiosi possono continuare a leggere qui.

Tutto vero | Linguine all’inguine

Per una volta mi sono fermato a cena nello scrauso ristorante dello scrauso otèl, troppo rovinato per cercare dimora, troppo lesso per penare ad analisi papillari, troppe cose da scrivere per rientrare troppo tardi.
Così schiaccio ascensore assieme alla più spettacolare chioma WASP che abbia visto dai tempi di Raperonzolo ed al suo accento arrotondato a stelle e strisce, e mi faccio trascinare al tavolinetto 1x.
Leggo il menù di venti antipasti venti primi venti secondi venti terzi, inoltre le nostre pizze: alcuni alimenti sono conservati al freddo intenso. Quasi tutto già visto – freddo intenso a parte – in altri mille ristoranti scrausi di otèl scrausi da commessi viaggiatori come noi.
Ma quello che vedrò tra poco no, non lo avrei immaginato nemmeno nei miei sogni più osè.

Se non l’avessi visto con i tuoi occhi, non l’avrei mai creso.

Tapping Panel | Procork Puro

Il Sugherificio Veneto ha preso di petto la questione del sentore di tappo: ecco qui nonsaditappo.it, il blog dedicato alle nuove frontiere del sughero. Senza voler riportare gli aspetti tecnici della questione, il tappo Procork in sostanza è ricoperto con due pellicole alle estremità che consentono l’aerazione del prodotto imbottigliato ma bloccano il passaggio dell’insidiosa muffa TCA responsabile del malefico “sapore di tappo”.
Naturalmente ogni novità si scontra con l’inerzia al cambiamento: una delle iniziative di comunicazione intraprese è il cd. “Tapping panel” che recupera e confronta le esperienze di s-tappatura, adattate ad una bottiglia di vino australiano: un shiraz Mount Avoca 2007, regione Pyrenees Victoria. L’obiettivo non è tanto giudicare il vino quando la vera e propria sensazione d’uso.

Allegato al kit di… ehm… degustazione c’è anche il volumetto di presentazione del “Puro”, il tappo nella sua condizione originaria. A parte l’indubbia bellezza della confezione, del materiale utilizzato e degli accorgimenti di presentazione che meritano un apprezzamento, è un piacere proprio palpeggiare il tappo stesso, la sua tessitura fitta e la sua mano setosa. E’ vero, il sughero è uno straordinario materiale che la natura dona.

Agganciando il cavatappi s’odeun leggero schiocco: sia all’occhio, che al tatto, che all’udito s’avverte una sensazione di derma perforato. Poi l’operazione prosegue senza alcun intoppo, l’estrazione del sughero è anzi fluida e sciolta, particolarmente agevole. Il tappo è estremamente compatto e conferisce sicurezza al gesto.
La seconda estremità del tappo sigilla bene, è macchiata dei pigmenti del vino e ne riporta confortevolmente i caratteri principali. Le vigorose note vanigliate, il marmellatone dolce e caldo del shiraz australiano sono pronte subito. Del sughero nemmeno un vago accenno. Tra le mani il materiale è gradevole da maneggiare. La pellicola strozza un po’ l’estremità bagnata con un antiestetico effetto lazo, ma è cosa irrilevante di fronte all’assoluta terzietà del mezzo.

Non è dato sapere da quanto tempo il vino proposto sia fermo in vetro, anche se il produttore lo favorisce per 5/7 altri anni d’invecchiamento. Ora il vino è vivo, reboante, e non dà il senso di interruzione dell’evoluzione che si ha – ad esempio – con i tappi a vite. Magari è solo suggestione, lo sapremo aprendo la seconda bottiglia al termine del periodo consigliato.

L’esperienza di s-tappatura di Procork è del tutto “normale” e cioè “eccellente” visto che si propone di replicare l’uso del sughero tradizionale emendandolo dei difetti organolettici. Ovviamente una sola prova non fa statistica, e quindi vale solo nella sua unicità: ma data per scontata l’efficacia del trattamento direi un bel voto rotondo e pieno.
Volendo trovare il pelo nell’uovo – magari è anche questa la funzione sperimentale di una prova come questa – rilevo tre marginalissime aree di miglioramento: 1) lo schiocco tipo “pelle secca” quando infili la lama del cavatappi 2) l’aspetto a “pelle di rettile” della pellicola traslucida una volta scoperto il tappo ancora inserito nel collo 3) l’effetto “strozzo” dell’altra estremità. Che a dirla tutta è meno di zero in confronto alla dichiarata possibilità di azzerare i nefandi effetti della muffa sugherosa.

Non ho informazioni sulle caratteristiche commerciali del prodotto: catalogo, costi, condizioni. Ma se è vero che un produttore una voltà mi parlò sconsolatamente di un reso di quasi il 10% di una intera linea di prodotto “tappato” i conti si fa presto a farli.

Ora s’attende solo l’ultima e definitiva prova, quella del tempo.

Blogger al forno | Storie della storia del Jet Chef Premium Whirlpool

Quando mi ha contattato Simone via mail – e come sennò – tutti campanelli d’allarmi trillavano. Complimenti per il blog, ti seguiamo da tempo, quelle cose che leggo in una delle – almeno – dieci lettere che ricevo ogni giorno e che si concludono in una bislacca proposta di affiliazione (pensa, fino a 3 euri per ogni link contestuale!), scambio gratuito di banner con semisconosciuti aggregatori,  o la redazione di veri e propri articoli sponsorizzati dietro compenso, (Anche 30 o 40 euri a pagina!). La leva dell’ulna spingeva già verso il tasto canc quando una certa cura nel finale m’acchiappò. Dice, si tratta di usare il forno Jet Chef Premium della Whirlpool per sei mesi e scrivere qualcosa ogni settimana sulla propria esperienza. Tanto per tastare il terreno rispondo e dico, Mitico, ma una volta alla settimana valica la soglia del dolore per la mia sovracompressa agenda. La risposta è convincente, circostanziata. Il successivo carteggio con Simone e MariaCarla mi convincono che si tratta di una cosa seria, fino alla prova provata: ecco in linea Blogger al forno.

Per prima cosa mi devo riprendere dal trauma della scoperta dei compagni di viaggio: io che vengo dalla campagna mi trovo lì, assieme a Chiara Poli e Luca Viscardi, lo scrittore Paolo Franchini, Francesca “Fran” Fiorini (sì, quella del tonno e del grissino) e Lord Whirlpool. Devo dire che in questa stessa definizione è contenuta una cifra di “non prendersi troppo sul serio” che mi fa stare bene.

Poi è arrivato l’arnese. Per una lunga mezz’ora ho creduto fosse la sgabina del teletrasporto dell’Enterprise, poi mi sono reso conto che era un elettrodomestico. Non sono pratico di microonde, fino ad ora l’ho usato quasi solo per riscaldare i piatti prima di impaginare. E per piatti intendo proprio le stoviglie. Quindi sono perfettamente a zero tituli con l’argomento e posso serenamente lanciarmi nel vuoto, e guardare di nascosto l’effetto che fa.

Ecco  il mio primo post su Blogger al forno. Gli altri verranno.

Tasting Panel | Oneglass

La curiosità è nata quando è stata presentata l’iniziativa: un Panel che valutasse il contenitore ancora prima del contenuto. Per la verità basta fare una riflessione nemmen tanto sagace per rendersi con che l’dea è la soluzione per molte domande. La portabilità, il tappo, lo stoccaggio. Il limite etilometrico, la moderazione nel consumo, la lotta agli sprechi. Insomma c’erano abbastanza motivi per partecipare alla giostra con la mente aperta e senza pregiudizi.
Poi arriva il kit di Oneglass, una delle “confezioni” più belle che mi sia capitato di vedere. Aspetto suburbano, post industriale di imballaggio usato, in realtà raffinatissimo cartone fustellato. Stampa delavè e font “timbrato” per quello slogan, “vino allo stato puro.” per la verità anche sovraesposto. Il target appare di un consumatore sensibile anche alla raffinatezza ed alla cura del packaging.

In effetti tenere in mano la “bottiglia” di Oneglass è una bella sensazione. Quella mano pesca, quella gommina-grip che è un piacere tenere tra le mani. Avare le informazioni sul contenuto: generiche note di degustazione, composizione del blend dei vitigni, ma nessuna indicazione sulla provenienza, sul produttore, sulla vinificazione. Le indicazioni d’uso sono chiarite da un paio di pittogrammi a cui non presto alcuna attenzione, e mi fido di più delle fessure predisposte ai lati del collo della bottiglia. Temevo assai l’effetto brick, una delle cose più detestabli che sia mai stata inventata dall’uomo: invece qui l’apertura è agevole, proprio un gesto.
La mescita è meno intuitiva. Arranco attorno allo strappo cercando di aprire il varco premendo sui  bordi del contenitore ma ho mala parata. Solo dopo varii armeggiamenti mi arrendo, capovolgo la sacchetta e strizzo. Ecco fatto. Bastava guardare la figura, dice, ma in verità non è bastato. Una volta compreso il meccanismo va tutto liscio.

Altra cosa di gran vantaggio è la praticità di preparazione. Nella sera più calda degli ultimi duemila anni, con 31 gradi netti per casa, il bianco va a temperatura di servizio din 10 minuti di freezer, mentre il rosso raggiunge il “fresco cantina” in poco più tempo nel reparto frigor.

Verso: sono 100ml, cioè meno di una calice da mescita, in pratica la quantità da assaggio ad una degustazione. Due sorsi e via. Certo l’ideale per i posti di blocco con l’etilometro, ma di certo inadeguata ad una fruizione appena più libertina del prezioso liquido.

IGT delle Venezie Pinot Grigio 2009: limpidissimo e chiaro, presenta invece qualche sentimento più oscuro al naso, una sensazione di cotto e molle che cozza con l’idea di freschezzadel bianco. Il sorso invece è secco, e non ribatte le caratteristiche. Al termine resta la nota alcoolica, in una generale idea di soddisfazione assai moderata.

IGT Toscana Sangiovese 2008: meglio, con questo naso più asciutto e plausibile, seppure semplice, piuttosto fermo. Stretta anche la bocca, non esente da una leggera, sfocata sensazione tannica. Il rosso rubino all’assaggio dice di una certa linearità, di correttezza, nel limine dei tradizionali vini della casa in osteria.

Oneglass in confezione da 16 pezzi costa poco meno di 26 europei. Una bottiglia quindi (8 bicchieri) vale 13, cioè il prezzo di un vino già di un certo prestigio. Dunque il target non solo è del pubblico che apprezza l’immagine, ma anche di chi si avvicina al vino “taglio alto”: molto più alto degli sfusi e dei bag che stanno spopolando tra l’utenza popolare, senza abbandonarne sensibilmente la sensazione organolettica.

Praticità dunque, fin che vuoi, con il dubbio della modica quantità. Prezzo che paga più l’innovazione e la confezione che il contenuto. Forse i bianchi particolarmente stressati dalla procedura di imbottigliamento soffrono di più, ma la domanda è a quei prezzi nonvale la pena di spostarsi direttamente su un vino che vlgalapena di essere bevuto anche in modica quantità?