
Romeo Bruni dovrebbero insegnarlo a scuola. Dovrebbero organizzare dei pullman per farlo conoscere a grandi e piccini, perchè Bruni ha dentro una cosa che non si trova per strada. E’ quella luce ispirata e un po’ folle di chi guarda al futuro, sempre. Perchè Bruni è un ragazzo di settanta e dispari, eppure è lì che pensa come allungare il riposo dei suoi vini che vanno via sempre troppo giovani. Il tempo non esiste se non come strumento di perfezione.
Quella sensazione non la dimentico: fin dalla prima volta che l’ho incontrato, quando mi faceva progetti decennali su un nuovo vigneto reimpiantato con la foga di un diciottenne e la quiete di un centenario. Provai – indegnamente – a descriverla, e Bruni ci si riconobbe: lui e la sua famiglia che vive attorno a lui senza quella genuflessione patriarcale che ho visto troppe volte soffocare il piglio venato d’incoscienza delle generazioni giovani, ma con la riverenza riservata ai saggi.

L’occasione era una strepitosa verticale di Morellino, di cui Bruni è interprete rigoroso e felice: ma di quei Morellino in cui il sangiovese non è un pretesto, ma un obiettivo, e ogni stilla di quel vino lo dimostra. In sequenza, dal ’97 al 2006 con qualche salto di millesimo. In anticipo è facile ricordare quella sensazione di completezza che regalano i bicchieri ultradecennali, e l’idea che per godere appieno della complessa bizzosità del vitigno occorrano anni a manate. Assaggio attorno ad un tavolo di tagliatelle con il sugo fatte in casa tra le più buone mai assaggiate ecco qualche folgore appuntata cercando di distrarsi per un attimo dai racconti dell’epopea del fondatore: imperdibili le storie di vendita porta a porta sul Monte Amiata, con denominazioni dimenticate come Rosso e Bianco di Roccalbegna e i furgoncini carichi per la tentata vendita. Milletrecento lire la bottiglia, che allora in Maremma il vino bbono era quello sfuso, e il vino in bottiglia era quello sofisticato.

Gli inizi
Negli anni sessanta inizia la produzione di vino sfuso. Nell’80 ecco il Vino da Tavola in bottiglia, da portare in giro con il Forde Transite (cit.Romeo Bruni). Nel 95 arriva il Morellino, per cui si devono acquisire fondi nella Zona di Produzione, e nel 99 il Montecucco.
1997
Il colore è ancora fitto, seppur digradante all’unghia verso un mattone ma caldo e ricco. Adulto. Arriva al naso questa grandezza, esuberante ed elegante allo stesso tempo. I frutti, maturi, sono conchiusi in un abbraccio vivo e risoluto. Equilibrio appena venato d’alcool, con un sorso di delizia all’assaggio. I tannini sono dolci, ma ancora elettrici. Il mezzo è trionfo d’aria e d’ampiezza, con un termine infinito. Un bicchiere che non sfigurerebbe qualche chilometro più in là, dalle parti di Montalcino…
1999
Più profondo, quasi castano. Nel naso una vivida vena verde che non compariva nel fratello maggiore, quasi balsamica. Meno sfaccettato ma ugualmente complesso e ricco, è appena rigato da un fondo terroso. Nel sorso tanto tannino vivo e scalciante, con un che di ispido che sorprente a tanta distanza d’anni, una specie di ricordo di rusticità manifestazione di una vita ancora piena e rubiconda. Aggrappante il finale, tenuto attrono ai toni medi, e lungo.
2000
MIllesimo segnato da un cambio di stile, in cui traspare una fittezza ed una viscosità più pronunciate. Il naso è ricchissimo, con le frutta e le note più grosse quasi sovrapposte. Il muscolo s’evidenza e paga in finezza, con sentori molteplici. La bocca è appena bagnata, piegata sotto il peso di una polpa grossa. E’ pur lunghissimo, elevato da una sciabolata acida che lo attraversa in diagonale. Magari più breve l’aroma, tirato d’alcool
2001
Il millesimo più debole, l’unico in cui si avvertono segni di stanchezza. Il naso risulta fin troppo lineare, mentre la bocca è intermittente e non troppo comunicativa. Scavato nel mezzo del sorso, che non decolla e termina subito.

2004
bello di colore e vivo, con l’olfatto lindo e ricco, e privo di asperità. Fumigante di frutti maturi, fondo e vitale. Poca ma seria la sensazione di terra, come un calpestìio di zoccoli fra le zolle. Legno misurato, trona quella sensazione generale d’eleganza confermata anche da un ritorno alle origini nello stile. Importante il sorso, levigato di tannini lappati e freschi. Tesissimo il finale, fulgido e resistente.
2005
Incredibilmente fresco e giovine. Comunicativo, quasi gioioso al naso, palpabile. Tracce ben definite e riconoscibli, come la deliziosa, seducente nota fumosa in uscita. O come la leggera nota erbacea, appena sfiorata. Ricco il sorso, anche migliore delle attese, con quella parabola altra, cospicua e brillante. Magari appena corto il finale, ma convincente.
2006
Giovane, ecco la parola che si nomina di più confontandosi sul millesimo corrente. SToria vasta al naso, con sensazioni di fiore (dolci come rose, o più precise come le viole) pulsante, appoggiato su una bella vibrazione d’alcool seppur non ancora intrecciati nel cuore. Bocca spumeggiante di giovenù: ma bello. Vigoroso e proiettato verso una attesa molto convinta di gran vita, preannunciato da quel gesto così deciso nel mezzo del sorso. Semmai non ancora venato di quell’eleganza che conferisce l’età ma di certo promettente.

I vini di Bruni vanno attesi, anni. I vini di Bruni sono fatti d’uva, con una cura ossessiva del succo, della vigna. Gli ingredienti sono solo tre: uva, tempo e poco zolfo, così poco che non lo senti. C’è questa verità del Morellino, dentro la Riserva Le Valentane, lontana da qualsiasi moda e da qualsiasi tentazione: sangiovese puro, cristallino nelle suebrusche imperfezioni, ma infinitamente poetico se trattato dal suo punto di vista. Dal punto di vista del sangiovese, che non è quella roba molle e fondente che ci hanno ammannito in qualche stagione della nostra vita.
Per impararlo, basta salire a Cana, ai bordi di Maremma.
Un grazie particolare a Patrizia e a tutti i componenti della famiglia, che hanno reso la serata una spremuta di umanità