Interrompiamo momentaneamente le trasmissioni causa neve

Nevica ininterrottamente da quasi ventiquattr’ore. E’ il 10 di marzo, mancano 11 giorni alla primavera. Tre giorni fa c’erano 17 gradi Celsius. Dalle mie parti nevicate così si vedono una volta in un secolo: sono oltre 50cm. Ho scattato qualche foto, perchè sono cose che poi si ricordano. Notare la profondità della trincea, spalata dal qui presente.

Resilienze

Ecco dov’è finita la mia bici.

Il Palio dello Stufato alla Sangiovannese

Ebbene sì: il Palio ha funzionato. Era la prima edizione, e l’ammistrazione si è data un gran daffare per fare bene. I magazzini della Basilica di S.Maria delle Grazie erano letteralmente affollati. Sarà perchè io vivo già un gurppo di tre persone come un’assembramento, e quattro sono una folla: ma di gente ce n’era tanta.
Cos’è lo stufato alla sangiovannese ce lo si può far raccontare da un sangiovannese: io che invece vengo diquà dagli appennini posso dire cosa non è. Non è uno spezzatino, che se t’attenti a pronunciare la parola ti decollano sul posto; non è uno stracotto, che non c’è tutto quel vino; non è un peposo, che la somministrazione di spezie è più complessa; non è un goulash che è fatto con lo scamone, un taglio di certo più pregiato rispetto all’umile gamba.
Dunque ci si è ritrovati con un certo spirito goliardico, poca tensione e poca prosopopea, attorno ad un tavolo (bello lungo invero) a discettare di equilibri del blend di spezie, del punto di cottura della carne, se era congelata o no, quanto era legato il sugo, e il sale e il pepe.
Vale ricordare che di campioni veramente fuori fuoco ce n’erano solo due: uno aveva preso il bruciato nel naso e nell’assaggio, l’altro era scappato di sale. Per il resto erano sfumature infinitesime, che si possono cogliere solo con l’assaggio non mediato, comparato e simultaneo grazie ad un servizio solerte e volonteroso.
Curiosa la discrasia tra la giuria popolare e quella “tecnica”: vincitore lo stufato della Gastronomia Mirella e Lucia – sinceramente emozionate alla proclamazione – e battuto per un’incollatura il preferito della giuria tecnica. Curiosa anche la partecipazione anche emotiva del pubblico, che quando il Presidente Leonardo Romanelli ha annunciato il numero del campione “prediletto” ha subissato i giurati con una salva di buu.
Una giornata divertente che racconta quell’Italia minore che non smette di stupire: S.Giovanni merita una gita a piedi nelle vie del centro, possibilmente con un po’ di documentazione al seguito per “leggerla” nella sua storia così chiaramente visibile. E ricchezza di questa cultura del cibo di cui si potrebbe raccontare all’infinito, coagulata attorno ad una tavola ben più di una semplice ricerca di sostentamento.

Appunti Diviàggio | Palio dello Stufato alla Sangiovannese

Arrivi a San Giovanni Valdarno e non hai esattamente la stessa impressione toscanizzante: anzi, bruttarello l’impatto anzichè no, con l’Arno messo di traverso con le sue acque color grigio topo grigio. Poi come sempre accade in Toscana c’è molto di più, soprattutto se hai la fortuna di avere uno storico straordinariamente che te la racconta.
E’ stata una bella giornata, questa del Palio dello Stufato.
Si è conosciuto questo piatto polputo e speziato, che ne ricorda altri mille pur mantenendo una sua sfumatura localissima; si sono conosciuti in carne molti avatar incontrati mille volte nelle autostrade digitali: Leo Romanelli, Aldo Fiordelli, Alessandro Maurilli; Elisia Menduni, Paoletta di Anice&Cannella; il vulcanico Picchi del Cibreo.
A SGV si sono dati un gran daffare, e va riconosciuto che sono riusciti a uscire dalle pastoie della Sagra Gastronomica.

Ah, non ha vinto il mio preferito, ovviamente.

Quella sporca dozzina

“Che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo” mi chiedevo al termine della telefonata con la quale la Casa Vinicola Zonin mi chiedeva di partecipare all’iniziativa “My Feudo” assieme ad altri 11 prescelti. Per la verità ancor oggi non me lo spiego: non sono un tecnico, non ho alcuna cultura teorica del vino. Bevo più che posso (nel senso che assaggio la maggior varietà di vini…) da solo e in compagnia, mi prendo il rischio di raccontare cosa ci sento dentro quel bicchiere magari facendomi coprire d’infamia (uno, due).
Vediamola così. Da un lato Zonin rappresenta l’altro vino: grandi numeri, linearità, prudenza e omogeneità di gusto conmfliggono pesantemente con il mio approccio emozinale alla mitica bevanda. Dall’altra Francesco Zonin si fa carico di una sensazione che come lui hanno tutti gli imprenditori degli di questo nome: percepiscono che con Internet ci si può e ci si deve fare qualcosa, ma poi faticano a concretizzare, a rieditare il loro sistema di riferimento fatto di rassicuranti camapagne a lungo termine con i Centri Media.
Lavorare con Internet significa mettere le mani in un calderone ribollente di magma fuso, in cui il tempo di reazione è quello dei centometristi in finale e la capacità di cambiare idea è una delle componenti fondamentali. Mica facile, quando si lavora con i fatturatoni zilionari e decine e decine di collaboratori.
Allora: di blend di vino non capisco nulla, però il kit del piccolo chimico è spettacolare. Divertente, fino, completo delle schede enologiche e di una scheda di Franco Giacosa in persona.
E’ un esperimento, e come gli esperimenti si dovrà fare seriamente. Dal punto di vista enologico non so quale validità possa avere: ora ci provo.
Dal punto di vista della comunicazione dice tre cose che mi piacciono: 1. c’è una speranza per internet anche in Italia; 2. La comunicazione on line è molto altro rispetto al display, una moscissima riedizione dello spot – o della pagina – tradizionale. 3. Anche le grandi aziende sono fatte di uomini, ed è sugli uomini che dobbiamo investire.
L’appuntamento con “My Feudo” è al Vinitaly, dove verrà presentato il nuovo vino di Butera e si parleràdei blend realizzato dalla “sporca dozzina”. Io per intanto  vado a riempire le provette.