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	<title>appunti digòla &#187; frammenti &amp; detriti</title>
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	<description>appunti e disappunti di gaudenza quotidiana</description>
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		<title>Il Sabato del Villaggio &#124; Suggerimenti gratuiti per il ristoratore di successo nell&#8217;anno in cui finì il mondo come lo conosciamo.</title>
		<link>http://www.appuntidigola.it/2012/01/28/il-sabato-del-villaggio-suggerimenti-gratuiti-per-il-ristoratore-di-successo-nellanno-in-cui-fini-il-mondo-come-lo-conosciamo/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 06:23:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[frammenti & detriti]]></category>
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		<category><![CDATA[Il Sabato del Villaggio]]></category>
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		<description><![CDATA[Consumare otto pneumatici all&#8217;anno sulle strade ed autostrade ha molti effetti collaterali indesiderabili, e solo alcuni vantaggi. Uno di questi è conoscere la penisola palmo a palmo, e poter confrontare realtà spazio-temporali molto differenti. Ad esempio ci si accorge che una curiosa caratteristica unisce la Capitale Morale (Milano, NdA) alla Capitale (Roma, NdA), seppure nel secondo caso assai più accentuata. La forza d&#8217;attrazione della Grande Metropoli è infatti tale che tutt&#8217;attorno si genera una spece di cono d&#8217;ombra, una sorta di depressione atmosferica per cui il tempo rallenta. Al centro trovi una realtà cosmopolita, iperattiva, contemporanea e fitta di tensioni al futuro, più o meno composte; pochi chilometri più in là par d&#8217;essere precipitati negli anni cinquanta. Lo si capisce dai telefonini: in centro dalli di smartphone, iphone e protophone, 30km più in là ho visto anche uomini felici con un Nokia 3210. Conseguenza diretta di questo sfasamento cronostorico è l&#8217;urgenza di mantenere allenata la capacità di sopravvivere in ambienti differenti: un po&#8217; come un paramecio nel brodo primordiale indossi la faccia che occorre a seconda ti trovi in via Victor Hugo a Milano o a Motta Visconti poco più a Sud, oppure a Via del Babuino a Roma e ti sposti a Grottaferrata. Alla fine, dopo averne visti a pacchi di deserti e di affollati, di frequentati e di abbandonati, ti senti di offrire la tua scienza ai ristoratori, con la crisi che c&#8217;è signora mia. Dunque quali sono gli ingredienti principali per una Tavola di successo? 1. La posizione, la posizione, la posizione. Cento metri al di fuori del raggio d&#8217;azione dei PR e la scalata al successo si trasformerà nella salita allo Stelvio in bici su una ruota sola. 2. La televisione. Trova il modo di farti riprendere da una qualsiasi telecamera, di smanettare una padella in diretta o in differita, basta che accanto a te ci sia una conduttrice con un discreto decoltè e il giuoco è fatto 3. La bellezza. Se sei brutto ti tirano le pietre. E il mondo non ha bisogno di altri cuochi brutti. Come? Saper cucinare? Ah,beh sì, male non fa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/cellulari.jpg" rel="lightbox[23897]"><img class="alignnone size-large wp-image-23899" title="cellulari" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/cellulari-733x550.jpg" alt="" width="733" height="550" /></a></p>
<p>Consumare otto pneumatici all&#8217;anno sulle strade ed autostrade ha molti effetti collaterali indesiderabili, e solo alcuni vantaggi. Uno di questi è conoscere la penisola palmo a palmo, e poter confrontare realtà spazio-temporali molto differenti.</p>
<p>Ad esempio ci si accorge che una curiosa caratteristica unisce la Capitale Morale (Milano, NdA) alla Capitale (Roma, NdA), seppure nel secondo caso assai più accentuata. La forza d&#8217;attrazione della Grande Metropoli è infatti tale che tutt&#8217;attorno si genera una spece di cono d&#8217;ombra, una sorta di depressione atmosferica per cui il tempo rallenta. Al centro trovi una realtà cosmopolita, iperattiva, contemporanea e fitta di tensioni al futuro, più o meno composte; pochi chilometri più in là par d&#8217;essere precipitati negli anni cinquanta. Lo si capisce dai telefonini: in centro dalli di smartphone, iphone e protophone, 30km più in là ho visto anche uomini felici con un Nokia 3210.</p>
<p>Conseguenza diretta di questo sfasamento cronostorico è l&#8217;urgenza di mantenere allenata la capacità di sopravvivere in ambienti differenti: un po&#8217; come un paramecio nel brodo primordiale indossi la faccia che occorre a seconda ti trovi in via Victor Hugo a Milano o a Motta Visconti poco più a Sud, oppure a Via del Babuino a Roma e ti sposti a Grottaferrata.</p>
<p>Alla fine, dopo averne visti a pacchi di deserti e di affollati, di frequentati e di abbandonati, ti senti di offrire la tua scienza ai ristoratori, con la crisi che c&#8217;è signora mia. Dunque quali sono gli ingredienti principali per una Tavola di successo?</p>
<p>1. La posizione, la posizione, la posizione. Cento metri al di fuori del raggio d&#8217;azione dei PR e la scalata al successo si trasformerà nella salita allo Stelvio in bici su una ruota sola.</p>
<p>2. La televisione. Trova il modo di farti riprendere da una qualsiasi telecamera, di smanettare una padella in diretta o in differita, basta che accanto a te ci sia una conduttrice con un discreto <em>decoltè</em> e il giuoco è fatto</p>
<p>3. La bellezza. Se sei brutto ti tirano le pietre. E il mondo non ha bisogno di altri cuochi brutti.</p>
<p>Come? Saper cucinare? Ah,beh sì, male non fa.</p>
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		<title>Il Sabato del Villaggio &#124; La vita è un panino al prosciutto</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 06:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[frammenti & detriti]]></category>
		<category><![CDATA[panino al prosciutto]]></category>
		<category><![CDATA[Sabato del Villaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Un heavy-commuter &#8211; un pendolare assoluto &#8211; ha alcuni punti fermi nella vita: tra questi imprescindibile la rinuncia completa ad una tradizionale relazione carnale con il tavolo da pranzo. Qui da noi, a Borzano sulla Lodola, non pochi dei miei conborzanitani a mezzogiorno riescono ancora a &#8220;fare un giro intorno alla tavola&#8221;: arrivano a casa, non raramente dell&#8217;attempata mamma, sforchettano uno spaghetto o una braciuolina e se ne tornano, magari facendo in tempo a passare in caffè a dir su con gli amici. Per fare questo le aziende reggiane soccombono ancora ad orari di lavoro medievali, con due-ore-due di pausa. E&#8217; per quello che i lavoratori cinquantenni di Reggio in media possono fare lo Stelvio in bici, ma su una ruota sola: si allenano nell&#8217;ora di pranzo. Nel Paese delle Macchinette del Caffè &#8211; sto pallando di Milano, ovviamente &#8211; questa usanza è scomparsa. La pausa è una fucilata al Ristorante Aziendale, se va bene, oppure via peggiorando. Vanno i panini. Commendevole l&#8217;attenzione che non pochi esercenti hanno verso il panino, fomentando la trendyssima vocazione al &#8220;panino gurmè&#8221;. Sarà una delle prime occasioni in cui il Sud colonizza culturalmente il Nord: da Roma in giù il panino è un evento tellurico composto di pane buono, tanti ingredienti, accostamenti opulenti e composizioni sofisticate. Al Nord invece va d&#8217;uso la semplicità più tagliente: per dire, a Borzano sulla Lodola con la mortadella-e-basta. Altrove, il crudo. Dunque il panino con il prosciutto crudo richiede capacità di sintesi superiori. Pane, prosciutto. Ora non è questo il luogo per scatenare faide omicide tra i sostenitori di questo o quel prosciutto: Parma o Sandaniele, nostrale o iberico, fresco o stagionato. Diciamo che ci basterebbe un prosciutto che non si impasti con la mollica del pane, che non ci prosciughi il velopendulo con abbozzi infiniti di sale e che non stracancheri lo stomaco con lardi rancidi da lame d&#8217;affettatrice mal nettata. Forza di Lapalisse, in un panino riveste importanza esiziale &#8211; appunto &#8211; il pane. Lo vorresti fresco, fragrante, con una crosticina sonora ma cedevole, che s&#8217;arrenda alla pressione delle dita, ma che non divella le gengive dai denti; lo vorresti alveolato ma non gruvierato; poco salato e lieve; e soprattutto che non s&#8217;ammolli al primo bao. Ma soprattutto, perbacco, il panino al prosciutto non lo vorrai caldo: peccato capitale passare il panino già apparecchiato nella piastra, o nel fornetto, o sotto l&#8217;asciugacapelli. Il prosciutto rilascia sale, s&#8217;accrotoccia, si fessa, s&#8217;ischifisce. Al massimo ti concedo di arrossire il pane già aperto per qualche istante, in modo di togliere l&#8217;umidità e il freddo arcigno di gennaio. Ma il pane del panino dev&#8217;essere poi a temperatura ambiente e null&#8217;altro. Poi potrai anche separarti da quei cinque euri, che saran ben spesi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/panino-al-prosciutto.jpg" rel="lightbox[23709]"><img class="aligncenter size-large wp-image-23711" title="panino al prosciutto" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/panino-al-prosciutto-733x550.jpg" alt="" width="733" height="550" /></a></p>
<p>Un <em>heavy-commuter</em> &#8211; un pendolare assoluto &#8211; ha alcuni punti fermi nella vita: tra questi imprescindibile la rinuncia completa ad una tradizionale relazione carnale con il tavolo da pranzo.</p>
<p>Qui da noi, a Borzano sulla Lodola, non pochi dei miei conborzanitani a mezzogiorno riescono ancora a &#8220;fare un giro intorno alla tavola&#8221;: arrivano a casa, non raramente dell&#8217;attempata mamma, sforchettano uno spaghetto o una braciuolina e se ne tornano, magari facendo in tempo a passare in caffè a dir su con gli amici.</p>
<p>Per fare questo le aziende reggiane soccombono ancora ad orari di lavoro medievali, con due-ore-due di pausa. E&#8217; per quello che i lavoratori cinquantenni di Reggio in media possono fare lo Stelvio in bici, ma su una ruota sola: si allenano nell&#8217;ora di pranzo.</p>
<p>Nel Paese delle Macchinette del Caffè &#8211; sto pallando di Milano, ovviamente &#8211; questa usanza è scomparsa. La pausa è una fucilata al Ristorante Aziendale, se va bene, oppure via peggiorando. Vanno i panini.</p>
<p>Commendevole l&#8217;attenzione che non pochi esercenti hanno verso il panino, fomentando la trendyssima vocazione al <em>&#8220;panino gurmè&#8221;</em>. Sarà una delle prime occasioni in cui il Sud colonizza culturalmente il Nord: da Roma in giù il panino è un evento tellurico composto di pane buono, tanti ingredienti, accostamenti opulenti e composizioni sofisticate. Al Nord invece va d&#8217;uso la semplicità più tagliente: per dire, a Borzano sulla Lodola con la mortadella-e-basta. Altrove, il crudo.</p>
<p>Dunque il panino con il prosciutto crudo richiede capacità di sintesi superiori. Pane, prosciutto. Ora non è questo il luogo per scatenare faide omicide tra i sostenitori di questo o quel prosciutto: Parma o Sandaniele, nostrale o iberico, fresco o stagionato. Diciamo che ci basterebbe un prosciutto che non si impasti con la mollica del pane, che non ci prosciughi il velopendulo con abbozzi infiniti di sale e che non stracancheri lo stomaco con lardi rancidi da lame d&#8217;affettatrice mal nettata.</p>
<p>Forza di Lapalisse, in un panino riveste importanza esiziale &#8211; appunto &#8211; il pane.</p>
<p>Lo vorresti fresco, fragrante, con una crosticina sonora ma cedevole, che s&#8217;arrenda alla pressione delle dita, ma che non divella le gengive dai denti; lo vorresti alveolato ma non gruvierato; poco salato e lieve; e soprattutto che non s&#8217;ammolli al primo <em>bao</em>.</p>
<p>Ma soprattutto, perbacco, il panino al prosciutto non lo vorrai caldo: peccato capitale passare il panino già apparecchiato nella piastra, o nel fornetto, o sotto l&#8217;asciugacapelli. Il prosciutto rilascia sale, s&#8217;accrotoccia, si fessa, s&#8217;ischifisce.</p>
<p>Al massimo ti concedo di arrossire il pane già aperto per qualche istante, in modo di togliere l&#8217;umidità e il freddo arcigno di gennaio. Ma il pane del panino dev&#8217;essere poi a temperatura ambiente e null&#8217;altro.</p>
<p>Poi potrai anche separarti da quei cinque euri, che saran ben spesi.</p>
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		<title>Avanzi &#124; Riso bruciato</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 07:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[frammenti & detriti]]></category>
		<category><![CDATA[avanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Ricette]]></category>
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		<description><![CDATA[Poche trasformazioni regalano altrettanta soddisfazione del riuso di pietanze avanzate: questa è la volta di un modesto risotto con i carciofi, mantecato a burro e P.Reggiano, rimasto inevaso il giorno prima. Sarà un piatto semplice, anzi banale: e nemmeno bellissimo. Ma ammantato di purissima delizia. Un risotto come mille: tenuto al dente, e rimasto ad asciugarsi per una notte intera. Nella padelletta antiaderente lo appoggi spianandolo bene con la forchetta, che preda bella forma tonda e piatta. Non aggiungere ulteriore grassezza, che non serve: anzi, quella che c&#8217;è di burri e formaggi basta e avanza. Lascia andare a fuoco medio: attaccherà subito. Poi la crostetta che si formerà diverrà via via più staccabile. Lascia abbrunare bene e rovescia nel piatto, tel quel. Assapora la deliziosa doratura, e lo scrocchio ripassato. C&#8217;è chi lo chiede passato anche dall&#8217;altro lato, ma a me pare misura eccessiva. Servilo così, godendo un bicchiere di Soave, magari il Ronchetto di Portinari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/riso-bruciato.jpg" rel="lightbox[23590]"><img class="aligncenter size-large wp-image-23610" title="riso bruciato" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/riso-bruciato-733x550.jpg" alt="" width="733" height="550" /></a></p>
<p>Poche trasformazioni regalano altrettanta soddisfazione del riuso di pietanze avanzate: questa è la volta di un modesto risotto con i carciofi, mantecato a burro e P.Reggiano, rimasto inevaso il giorno prima. Sarà un piatto semplice, anzi banale: e nemmeno bellissimo. Ma ammantato di purissima delizia.</p>
<p>Un risotto come mille: tenuto al dente, e rimasto ad asciugarsi per una notte intera.</p>
<p>Nella padelletta antiaderente lo appoggi spianandolo bene con la forchetta, che preda bella forma tonda e piatta. Non aggiungere ulteriore grassezza, che non serve: anzi, quella che c&#8217;è di burri e formaggi basta e avanza.</p>
<p>Lascia andare a fuoco medio: attaccherà subito. Poi la crostetta che si formerà diverrà via via più staccabile. Lascia abbrunare bene e rovescia nel piatto, tel quel. Assapora la deliziosa doratura, e lo scrocchio ripassato.</p>
<p>C&#8217;è chi lo chiede passato anche dall&#8217;altro lato, ma a me pare misura eccessiva. Servilo così, godendo un bicchiere di Soave, magari il <a href="http://www.appuntidigola.it/2011/12/22/doc-soave-classico-ronchetto-portinari-2007-7-0/">Ronchetto</a> di Portinari.</p>
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		<title>Il Sabato del Villaggio &#124; Indubbiamente, uno dei misteri più insondabili della psiche umana è la sindrome del pendolo.</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 06:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[frammenti & detriti]]></category>
		<category><![CDATA[Il Sabato del Villaggio]]></category>
		<category><![CDATA[lego]]></category>
		<category><![CDATA[Veglionissimo]]></category>

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		<description><![CDATA[Da quando giuocavo con i Lego mi sono chiesto cosa significasse la parola Veglionissimo. E&#8217; uno dei neologismi più abominevoli che siano stati creati dal tempo di Vincenzo d&#8217;Alcamo e la sua rosa aulentissima. Già parte con la &#8220;V&#8221; &#8211; la scienza la definisce una labiodentale fricativa &#8211; che predispone mascella e labbra ad arcani contorsionismi: segue il gruppo palatale &#8220;gl&#8221; che costringe la lingua a infrattarsi tra i denti per produrre quel buffo suono gorgogliante, e infine la doppia esse, una specie di omicidio preterintenzionale per ogni nato in Reggio d&#8217;Emilia. Suona proprio male, tanto che il mio delicato senso estetico si è rifiutato di comprendere &#8211; fino a quarant&#8217;anni suonati &#8211; la catena veglia &#62; veglione = grande veglia &#62; veglionissimo = veglia esagerata. In quel tempo avevo già smesso di tentare di stare sveglio fino al giorno dopo, per Capodanno, e mi resi conto di questa semplice verità mentre scalavo lo Sparavalle in bici, con le visioni dei Santi del Paradiso che mi accompagnavano sull&#8217;erta. Oggi il Veglionissimo non va più tanto di moda, anzi: anche la signora della Pizzeria &#8220;L&#8217;Altra Noce&#8221; su cui aggetta il mio balcone mi ha detto che no, l&#8217;intrattenimento non tira. Però resta copiosa assai la produzione letteraria di Menù di Pranzi di Natale, Cene della Vigilia, Buffet di Capodanno, Merende di Santo Stefano, e spuntini di tutti i giorni nel mezzo. Poi, appena finita la festa, ecco già pronte le diete per perdere le &#8220;calorie in eccesso&#8221;. Come dire, metà della popolazione umana impegnata a convincerci a mangiare di più di quel che serve, e l&#8217;altra metà impegnata a eliminare tutto quello che si è mangiato. Mi sembra un po&#8217; come l&#8217;attuale, tragicomica situazione italiana: metà della popolazione che si ammazza a pagare oceani di tasse producendo fiumi di denaro, e l&#8217;altra metà che si impegna a scialarlo. Per il momento, al contrario del peso in gravame, sembra che i secondi siano assai più preparati dei primi. &#160;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/lego1.jpg" rel="lightbox[23375]"><img class="aligncenter size-large wp-image-23413" title="lego" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/lego1-733x550.jpg" alt="" width="733" height="550" /></a></p>
<p>Da quando giuocavo con i Lego mi sono chiesto cosa significasse la parola Veglionissimo. E&#8217; uno dei neologismi più abominevoli che siano stati creati dal tempo di Vincenzo d&#8217;Alcamo e la sua rosa <em>aulentissima</em>. Già parte con la &#8220;V&#8221; &#8211; la scienza la definisce una labiodentale fricativa &#8211; che predispone mascella e labbra ad arcani contorsionismi: segue il gruppo palatale &#8220;gl&#8221; che costringe la lingua a infrattarsi tra i denti per produrre quel buffo suono gorgogliante, e infine la doppia esse, una specie di omicidio preterintenzionale per ogni nato in Reggio d&#8217;Emilia.</p>
<p>Suona proprio male, tanto che il mio delicato senso estetico si è rifiutato di comprendere &#8211; fino a quarant&#8217;anni suonati &#8211; la catena veglia &gt; veglione = grande veglia &gt; veglionissimo = veglia esagerata. In quel tempo avevo già smesso di tentare di stare sveglio fino al giorno dopo, per Capodanno, e mi resi conto di questa semplice verità mentre scalavo lo Sparavalle in bici, con le visioni dei Santi del Paradiso che mi accompagnavano sull&#8217;erta.</p>
<p>Oggi il Veglionissimo non va più tanto di moda, anzi: anche la signora della Pizzeria &#8220;L&#8217;Altra Noce&#8221; su cui aggetta il mio balcone mi ha detto che no, l&#8217;intrattenimento non tira. Però resta copiosa assai la produzione letteraria di Menù di Pranzi di Natale, Cene della Vigilia, Buffet di Capodanno, Merende di Santo Stefano, e spuntini di tutti i giorni nel mezzo.</p>
<p>Poi, appena finita la festa, ecco già pronte le diete per perdere le &#8220;calorie in eccesso&#8221;. Come dire, metà della popolazione umana impegnata a convincerci a mangiare di più di quel che serve, e l&#8217;altra metà impegnata a eliminare tutto quello che si è mangiato.</p>
<p>Mi sembra un po&#8217; come l&#8217;attuale, tragicomica situazione italiana: metà della popolazione che si ammazza a pagare oceani di tasse producendo fiumi di denaro, e l&#8217;altra metà che si impegna a scialarlo.</p>
<p>Per il momento, al contrario del peso in gravame, sembra che i secondi siano assai più preparati dei primi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;ultimo Primo dell&#8217;Anno</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 23:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[frammenti & detriti]]></category>
		<category><![CDATA[l'ultimo primo dell'anno]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Ha guidato molte ore, senza fermarsi. Arrivato in albergo, nella città costiera, ha trovato il portiere di notte con il colletto della camicia aperto, il nodo della cravatta allentato, uno scapino fatto in fretta. Lo riguarda in evidente stato di alterazione etilica: sta appoggiato al bancone, il mento incastrato nel palmo della mano, a sua volta in equilibrio approssimativo sul gomito. Sulla faccia stanno appese palpebre che sembrano cuscini a cui abbiano tolto l&#8217;imbottitura. Gli occhi, al di sotto, sono opachi e corti. L&#8217;uomo con il cappotto dice Ho una prenotazione, per ieri sera. Ho fatto tardi, ho guidato tutta la notte. Il ghiaccio, la neve. Il freddo. Il portiere dice qualcosa di inutile, trascinato e gobbo, e l&#8217;uomo ripete Ho una prenotazione, e gli mette un documento liso sotto il naso. Il portiere bofonchia, borbotta, armeggia svogliatamente nel sottomano,  poi gli allunga &#8211; più schiantato che sgarbato &#8211; una chiave con un enorme pendolo peloso. Quei grossi, malsani lombrichi di stoffa rossa, spelacchiata e impallidita da troppe mani e troppe notti forestiere, e da troppe carezze clandestine, e da troppi risvegli istupiditi di stanchezza, di malumore e di nostalgia. L&#8217;uomo chiede indicazioni per l&#8217;ascensore, la camera è al tredicesimo piano.  Il portiere alza un braccio apoplettico e indica una direzione vaga, compresa tra Lubecca e Tallin. Il braccio a mezz&#8217;aria sbanda come una manica a vento in un giorno di vento molle, e così non è facile capire dov&#8217;è il Nord. Figurati l&#8217;ascensore. C&#8217;è movimento, nell&#8217;albergo: i festanti stanno rientrando, o forse uscendo ora, in mezzo a qual momento che si incastra tra il desiderio della notte di iniziare a morire, e l&#8217;aspirazione del mattino di piantare i palmi sul nuovo giorno. E&#8217; il momento in cui gli amanti si abbandonano per un istante, per guardarsi e convincersi che sì, quello è il momento giusto per andarsene. E&#8217; il momento in cui gli amici, i vecchi amici di lunga data, spingono avanti il bicchiere ancora mezzo pieno, schioccano la lingua e dicono E&#8217; il momento giusto per andarsene. E&#8217; il momento i cui i sogni si accendono della luce fioca di un risveglio imprevisto, e decidono che è il momento giusto per andarsene. L&#8217;uomo si arrampica sull&#8217;ascensore, preme piano tredici. La stanza è un numero lungo e finto, la valigia sembra piena di lingotti di piombo radioattivi. Entra, con una ultima occhiata al display del telefono muto ormai da molti secoli. Ma l&#8217;uomo non lo sa: quello è il momento esatto in cui la notte indecisa si raggomitola in una esitazione senza forza e senza respiro, è il momento in cui i sognatori si aggrappano al sonno, ficcandogli le punte delle dita nei lombi a trattenerlo ancora un po&#8217;, perchè no, non è ancora il momento di andarsene. Il suo sogno ha il profilo di luce della città in festa, ha i diamanti nascosti nelle ombre, ha taglietti di buio così profondi da agghiacciare un cuor di leone, e virgole abbaglianti, così abbaglianti da offendere la folgore. Il suo sogno sbrindellato e sfatto, crivellato di dubbi e di stanchezza, sta appollaiato sul profilo della città, tendendo la notte in un pugno e il mattino nell&#8217;altro, e strappa con i denti i minuti dall&#8217;orologio di cartone appeso al bordo del cielo. Il suo sogno gli rimanda l&#8217;immagine riflessa a fatica dai vetri fumati della grande finestra, l&#8217;immagine di un uomo con il cappotto con le braccia morte appese alle spalle come se fossero tenute insieme solo dalle maniche del cappotto. O forse di un pupazzo con il cappotto cucito addosso al manico della valigia con le ruote, mai vivo di vita propria ma sostenuto da diafane architetture d&#8217;alluminio, contratti inevasi e cambiali tratte. Ma il sogno è vivo, e l&#8217;uomo lo vede. Si toglie il cappotto e l&#8217;abito stazzonato, la camicia infestata di pieghe oblique e seghettate. Sfila la maglia acciaccata, scopre le gambe rattrappite ma ancora attraversate da una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha guidato molte ore, senza fermarsi. Arrivato in albergo, nella città costiera, ha trovato il portiere di notte con il colletto della camicia aperto, il nodo della cravatta allentato, uno scapino fatto in fretta. Lo riguarda in evidente stato di alterazione etilica: sta appoggiato al bancone, il mento incastrato nel palmo della mano, a sua volta in equilibrio approssimativo sul gomito. Sulla faccia stanno appese palpebre che sembrano cuscini a cui abbiano tolto l&#8217;imbottitura. Gli occhi, al di sotto, sono opachi e corti.</p>
<p>L&#8217;uomo con il cappotto dice Ho una prenotazione, per ieri sera. Ho fatto tardi, ho guidato tutta la notte. Il ghiaccio, la neve. Il freddo.</p>
<p>Il portiere dice qualcosa di inutile, trascinato e gobbo, e l&#8217;uomo ripete Ho una prenotazione, e gli mette un documento liso sotto il naso. Il portiere bofonchia, borbotta, armeggia svogliatamente nel sottomano,  poi gli allunga &#8211; più schiantato che sgarbato &#8211; una chiave con un enorme pendolo peloso. Quei grossi, malsani lombrichi di stoffa rossa, spelacchiata e impallidita da troppe mani e troppe notti forestiere, e da troppe carezze clandestine, e da troppi risvegli istupiditi di stanchezza, di malumore e di nostalgia.</p>
<p>L&#8217;uomo chiede indicazioni per l&#8217;ascensore, la camera è al tredicesimo piano.  Il portiere alza un braccio apoplettico e indica una direzione vaga, compresa tra Lubecca e Tallin. Il braccio a mezz&#8217;aria sbanda come una manica a vento in un giorno di vento molle, e così non è facile capire dov&#8217;è il Nord. Figurati l&#8217;ascensore.</p>
<p>C&#8217;è movimento, nell&#8217;albergo: i festanti stanno rientrando, o forse uscendo ora, in mezzo a qual momento che si incastra tra il desiderio della notte di iniziare a morire, e l&#8217;aspirazione del mattino di piantare i palmi sul nuovo giorno. E&#8217; il momento in cui gli amanti si abbandonano per un istante, per guardarsi e convincersi che sì, quello è il momento giusto per andarsene. E&#8217; il momento in cui gli amici, i vecchi amici di lunga data, spingono avanti il bicchiere ancora mezzo pieno, schioccano la lingua e dicono E&#8217; il momento giusto per andarsene. E&#8217; il momento i cui i sogni si accendono della luce fioca di un risveglio imprevisto, e decidono che è il momento giusto per andarsene.</p>
<p>L&#8217;uomo si arrampica sull&#8217;ascensore, preme piano tredici. La stanza è un numero lungo e finto, la valigia sembra piena di lingotti di piombo radioattivi. Entra, con una ultima occhiata al display del telefono muto ormai da molti secoli.</p>
<p>Ma l&#8217;uomo non lo sa: quello è il momento esatto in cui la notte indecisa si raggomitola in una esitazione senza forza e senza respiro, è il momento in cui i sognatori si aggrappano al sonno, ficcandogli le punte delle dita nei lombi a trattenerlo ancora un po&#8217;, perchè no, non è ancora il momento di andarsene.</p>
<p>Il suo sogno ha il profilo di luce della città in festa, ha i diamanti nascosti nelle ombre, ha taglietti di buio così profondi da agghiacciare un cuor di leone, e virgole abbaglianti, così abbaglianti da offendere la folgore.</p>
<p>Il suo sogno sbrindellato e sfatto, crivellato di dubbi e di stanchezza, sta appollaiato sul profilo della città, tendendo la notte in un pugno e il mattino nell&#8217;altro, e strappa con i denti i minuti dall&#8217;orologio di cartone appeso al bordo del cielo. Il suo sogno gli rimanda l&#8217;immagine riflessa a fatica dai vetri fumati della grande finestra, l&#8217;immagine di un uomo con il cappotto con le braccia morte appese alle spalle come se fossero tenute insieme solo dalle maniche del cappotto. O forse di un pupazzo con il cappotto cucito addosso al manico della valigia con le ruote, mai vivo di vita propria ma sostenuto da diafane architetture d&#8217;alluminio, contratti inevasi e cambiali tratte.</p>
<p>Ma il sogno è vivo, e l&#8217;uomo lo vede. Si toglie il cappotto e l&#8217;abito stazzonato, la camicia infestata di pieghe oblique e seghettate. Sfila la maglia acciaccata, scopre le gambe rattrappite ma ancora attraversate da una sorta di elettricità gentile. Si fa scorrere acqua rovente sul petto, si rade accuratamente mentre gli occhi si riaccendono, i muscoli si riprendono, le orecchie smettono di rombare, le dita smettono di tremare. Indossa una camicia bianca e una cravatta viola, spazzola le scarpe nere, si riavvia i capelli grigi si avvia alla porta.</p>
<p>Passando davanti al <em>concierge</em> getta la chiave con noncuranza la faccia piena di sorrisi parzialmente macchiati d&#8217;ansia. S&#8217;incammina verso la Festa, che si porterà via tutte le feste. Per sempre.</p>
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		<title>Santo Stefano. Magro.</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 06:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Guardando meglio questo ritratto che mi ha fatto Camilla, mi è tornata in mente quella scena di &#8220;Finchè c&#8217;è guerra c&#8217;è speranza&#8221;. Sempre con il trolley incollato al braccio, il pc nell&#8217;altro. Non con tutta quella amarezza: certo. Ma resta la consapevolezza che scriviamo i nostri calendarii direttamente sulla pelle dei nostri figli, e loro leggono tutto. Camilla mi ha disegnato giovine, magro e sorridente. Quest&#8217;ultima cosa mi fa sopra tutto piacere, perchè con the cats and the rats che ti porti addosso in questo stronzissimo finale di venti-undici, mandar fuori un ricordo sorridente di sè non è male. Certo, lo fai per lavoro, per contratto, per formazione, per abitudine: per sopravvivenza. Tanto che rispondere &#8220;Tutto bene!&#8221; anche quando ti è appena crollato addosso un pezzo di cielo è una forma di autodifesa, anzi: di cortesia per il prossimo. Solo ad alcuni, provati amici puoi rispondere la verità, ammesso che la fatidica domanda &#8220;Come va?&#8221; non sia un intercalare per dar sollievo al palato. Magro, non è facile: la bici che fino ad ora mi ha salvato giace impiccata tra giorni di pioggia, malanni e crollli sull&#8217;asfalto, dai quali è progressivamente più complicato risollevarsi. E la bici non è uno sport, lo sanno anche i capibara: è una religione. E quando perdi la fede una volta, ritrovarla è arduo. Nei buoni propositi per il Dodici Bisesto c&#8217;è anche un piccolo pensiero al punto vita. La mia cintura rock ha tre buchi di troppo, e quando metto gli anfibbi e la giacca di pelle da motociclista teutonico degli anni &#8217;30 sembro sempre di più un anziano fan di Vasco Rossi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/santo-stefano.jpg" rel="lightbox[23105]"><img class="aligncenter size-large wp-image-23106" title="santo stefano" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/santo-stefano-733x550.jpg" alt="" width="733" height="550" /></a></p>
<p>Guardando meglio questo ritratto che mi ha fatto Camilla, mi è tornata in mente quella scena di <a title="A.Sordi" href="http://youtu.be/SWNSEsxNwCQ" target="_blank">&#8220;Finchè c&#8217;è guerra c&#8217;è speranza&#8221;</a>. Sempre con il trolley incollato al braccio, il pc nell&#8217;altro. Non con tutta quella amarezza: certo. Ma resta la consapevolezza che scriviamo i nostri calendarii direttamente sulla pelle dei nostri figli, e loro leggono tutto.<span id="more-23105"></span></p>
<p>Camilla mi ha disegnato giovine, magro e sorridente. Quest&#8217;ultima cosa mi fa sopra tutto piacere, perchè con <em>the cats and the rats</em> che ti porti addosso in questo stronzissimo finale di venti-undici, mandar fuori un ricordo sorridente di sè non è male. Certo, lo fai per lavoro, per contratto, per formazione, per abitudine: per sopravvivenza. Tanto che rispondere &#8220;Tutto bene!&#8221; anche quando ti è appena crollato addosso un pezzo di cielo è una forma di autodifesa, anzi: di cortesia per il prossimo. Solo ad alcuni, provati amici puoi rispondere la verità, ammesso che la fatidica domanda &#8220;Come va?&#8221; non sia un intercalare per dar sollievo al palato.</p>
<p>Magro, non è facile: la bici che fino ad ora mi ha salvato giace impiccata tra giorni di pioggia, malanni e crollli sull&#8217;asfalto, dai quali è progressivamente più complicato risollevarsi. E la bici non è uno sport, lo sanno anche i capibara: è una religione. E quando perdi la fede una volta, ritrovarla è arduo. Nei buoni propositi per il Dodici Bisesto c&#8217;è anche un piccolo pensiero al punto vita. La mia cintura rock ha tre buchi di troppo, e quando metto gli <em>anfibbi</em> e la giacca di pelle da motociclista teutonico degli anni &#8217;30 sembro sempre di più un anziano fan di Vasco Rossi.</p>
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		<title>Natale con i tuoi</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 06:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Natale]]></category>

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		<description><![CDATA[Ecco, ho fallito nel mio Buon Proposito. Mi ero prefissato l&#8217;obiettivo di arrivare alla Befana evitando di mettere la parola &#8220;Natale&#8221; in un titolo. Non ci sono riuscito. Però sono riuscito nell&#8217;ingrato compito di fare lo slalom tra ricette di Natale, dolci di Natale, tovaglie di Natale, film di Natale, bottiglie di Natale, cene di Natale, regali di Natale e auguri di Natale. Quest&#8217;anno ho raggiunto il punto di non ritorno per gli auguri digitali: quando ricevo nella mailbox il biglietto allegato con preghierina-augurio-solfa-buonista mi si scatena l&#8217;eritema, s&#8217;apre l&#8217;eczema, mi fibrilla il velopendulo, si inverte la peristalsi con conseguente emopoiesi, arrosamento della cute e secchezza delle fauci. Visto che presumibilmente a nessuno dei miei 25 lettori potrà mai interessare cosa si serve al mio desco oggi e con quanti litri d&#8217;acqua preparo il brodo, mi approfitto della giornata festiva e dico due o tre cose successe nel venti-undici su AdG : l&#8217;indegno bloghettino che sta infestando i pixel del Vs monitor da mille pollici appena avuto in dono da B.Natale. 1. Nasce il nuovo AdG: nuova grafica, nuovo logo, qualche funzionalità in più 2. Dissapuàr linka AdG tra i blog del network. Furono bei momenti, e come tutti i bei momenti durò poco. 3. Progressivamente altri autori hanno iniziato a scrivere su AdG: alcuni più frequentemente, altri sporadicamente. Fabio &#8220;Duffy&#8221; D&#8217;Uffizi con le sue sardità; Chiara &#8220;Jovi&#8221; Giovoni con i suoi descrittori esoterici; il Pessimo Ricci con la sua preparazione birraria smisurata; Davide &#8220;Studiocru&#8221; Cocco, e le sue chicche archeogastronomiche. 4. Gli chef su AdG: Ilario Vinciguerra, Salvatore Tassa, Fulvia Legnazzi, Nicola Cavallaro, Marianna Vitale, Cristina Bowerman hanno accettato di raccontare e raccontarsi con i piatti: più che la solita ricetta, un dialogo in cui mettere a nudo il processo creativo. Bello. (Aggiunto dopo, con imperdonabile dimenticanza e scuse: Matteo Fronduti, il cuoco motociclista) 5. Altri scrissero: Andrea Bezzecchi, Gianpaolo Paglia, Sara Carbone, il mio personalissimo Nume Danilo Lernieri (che vuoi umani conoscete come Dan Lerner), l&#8217;amatissimo odiatissimo Massimo Valerio Visintin. 6. Sono comparsi i miei Cammei sulla Guidona: un brivido, vedere quei quadratini con il nome stampato. 7. Il Sabato del Villaggio è diventato un appuntamento fisso per 4, anche 5 fedeli lettori. 8. il traffico su AdG è progressivamente aumentato da 5mila agli attuali 7, per ogni settimana. un-beliavable. Ora attendiamo il venti-dodici con il suo carico di presagi terribili e diafane promesse. Ne succederanno delle belle, proprio qui su AdG, che si preannuncia una specie di cataclisma. Ma non è il modo nè il luogo, e questa è un&#8217;altra storia. Buon Natale per chi ne vuole, e buon tutto per tutti gli altri.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/sheet-adg.jpg" rel="lightbox[23035]"><img class="aligncenter size-large wp-image-23037" title="sheet adg" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/sheet-adg-735x422.jpg" alt="" width="735" height="422" /></a></p>
<p>Ecco, ho fallito nel mio Buon Proposito. Mi ero prefissato l&#8217;obiettivo di arrivare alla Befana evitando di mettere la parola &#8220;Natale&#8221; in un titolo. Non ci sono riuscito. Però sono riuscito nell&#8217;ingrato compito di fare lo slalom tra ricette di Natale, dolci di Natale, tovaglie di Natale, film di Natale, bottiglie di Natale, cene di Natale, regali di Natale e auguri di Natale.</p>
<p>Quest&#8217;anno ho raggiunto il punto di non ritorno per gli auguri digitali: quando ricevo nella mailbox il biglietto allegato con p<em>reghierina-augurio-solfa-buonista</em> mi si scatena l&#8217;eritema, s&#8217;apre l&#8217;eczema, mi fibrilla il velopendulo, si inverte la peristalsi con conseguente emopoiesi, arrosamento della cute e secchezza delle fauci.</p>
<p>Visto che presumibilmente a nessuno dei miei 25 lettori potrà mai interessare cosa si serve al mio desco oggi e con quanti litri d&#8217;acqua preparo il brodo, mi approfitto della giornata festiva e dico due o tre cose successe nel venti-undici su AdG : l&#8217;indegno bloghettino che sta infestando i pixel del Vs monitor da mille pollici appena avuto in dono da B.Natale.</p>
<p>1. Nasce il nuovo AdG: nuova grafica, nuovo logo, qualche funzionalità in più</p>
<p>2. <a title="Dissapore" href="http://www.dissapore.com/" target="_blank">Dissapuàr</a> linka AdG tra i blog del network. Furono bei momenti, e come tutti i bei momenti durò poco.</p>
<p>3. Progressivamente altri autori hanno iniziato a scrivere su AdG: alcuni più frequentemente, altri sporadicamente. Fabio &#8220;Duffy&#8221; D&#8217;Uffizi con le sue sardità; Chiara &#8220;Jovi&#8221; Giovoni con i suoi descrittori esoterici; il Pessimo Ricci con la sua preparazione birraria smisurata; Davide &#8220;Studiocru&#8221; Cocco, e le sue chicche archeogastronomiche.</p>
<p>4. Gli chef su AdG: Ilario Vinciguerra, Salvatore Tassa, Fulvia Legnazzi, Nicola Cavallaro, Marianna Vitale, Cristina Bowerman hanno accettato di raccontare e raccontarsi con i piatti: più che la solita ricetta, un dialogo in cui mettere a nudo il processo creativo. Bello. (Aggiunto dopo, con imperdonabile dimenticanza e scuse: Matteo Fronduti, il cuoco motociclista)</p>
<p>5. Altri scrissero: Andrea Bezzecchi, Gianpaolo Paglia, Sara Carbone, il mio personalissimo Nume Danilo Lernieri (che vuoi umani conoscete come Dan Lerner), l&#8217;amatissimo odiatissimo Massimo Valerio Visintin.</p>
<p>6. Sono comparsi i miei <a title="Cammei" href="http://www.lucianopignataro.it/a/guida-espresso-caffarri-ciomei-e-scarpato-tre-kameisti-e-nove-ristoranti/34703/" target="_blank">Cammei</a> sulla <a href="http://www.appuntidigola.it/2011/10/06/the-day-the-guide-stood-still/">Guidona</a>: un brivido, vedere quei quadratini con il nome stampato.</p>
<p>7. Il Sabato del Villaggio è diventato un appuntamento fisso per 4, anche 5 fedeli lettori.</p>
<p>8. il traffico su AdG è progressivamente aumentato da 5mila agli attuali 7, per ogni settimana. un-beliavable.</p>
<p>Ora attendiamo il venti-dodici con il suo carico di presagi terribili e diafane promesse. Ne succederanno delle belle, proprio qui su AdG, che si preannuncia una specie di cataclisma. Ma non è il modo nè il luogo, e questa è un&#8217;altra storia.</p>
<p>Buon Natale per chi ne vuole, e buon tutto per tutti gli altri.</p>
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		<title>Il Sabato del Villaggio &#124; Post (Orgasmic Chill), ovvero il Paradiso della Marketta</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 06:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[frammenti & detriti]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni be]]></category>
		<category><![CDATA[Il Sabato del Villaggio]]></category>
		<category><![CDATA[neolitico]]></category>
		<category><![CDATA[war marketing]]></category>

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		<description><![CDATA[Sembra il Neolitico, quando brillanti relatori adrenalinici entusiasmavano le platee degli operatori Niù Midia con elettrizzanti presentazioni multimediali fitte di effetti stroboscopici, colori sovrasaturi, grafici iperbolici, citazionismi aforismatici, casi di studio dal sapore profetico-catastrofista, colonne sonore alla it&#8217;s-the-end-of-the-world-as-we-know-it-and-I-feel-fine. Ci dicevano che era finito il tempo del war marketing, quella cosa brutta e cattiva dove oscuri persuasori occulti cercavano di farci fare cose che non avevamo nessuna voglia di fare facendoci vedere cose che non avevamo voglia di vedere. Ora c&#8217;era l&#8217;Internet, con l&#8217;articolo e con la maiuscola, c&#8217;erano tutti questi giovani &#8211; e un nutrito gruppo di quarantenni scravattati si guardava e faceva sì con la testa &#8211; e c&#8217;eravamo noi che invece. L&#8217;Internet, dicevano, era il luogo dove può accadere solo quello che vuoi tu, perchè nessuno poteva infliggere ad alcuno il supplizio di sorbirsi una quantità debordante di messaggi indesiderati, falsi e manipolatori. Almeno non senza permesso. Noi, invece, ci abbiamo creduto. Oggi, che il Neolitico è passato da tempo e citare il permission marketing è come chiedere ad un meccanico contemporaneo se l&#8217;auto che non parte per il freddo ha problemi allo spinterogeno, anche l&#8217;indegno bloghettino qui presente è stato finalmente coinvolto nel progresso. Contravvengo oggi a due delle norme che mi sono imposto da sempre, perché domani è Natale e siamo tutti più buoni. La prima è il garbo, perché sono fomentato alla ruvidezza dalla rara cifra di cretinismo comunicazionale della &#8220;proposta di affiliazione gratuita&#8221; che ho ricevuto. La seconda è quella della riservatezza, ma l&#8217;iniziativa della Edizioni BE è in rotta di collisione così diretta con tutto quello in cui credo che vale la pena per una volta di spendersi, e spendersi contro. Da tempo infatti si parla di queste agenzie che sobillano i blogger a scrivere post &#8220;redazionali&#8221; pagandoli una fischiata, sfruttando la credibilità eventualmente costruita e mascherando la comunicazione sotto forma di informazione indipendente e destrutturata. Li chiamavan markette. Qui si raggiunge il Nirvana della Marketta: addirittura il post viene scritto direttamente dall&#8217;azienda e/o dall&#8217;Agenzia e/o dallo staff, dice, &#8220;con una forma di testo garbata, rispettosa dei tuoi lettori e allineata il più possibile alla forma di scrittura utilizzata oggi sui blog&#8221;. A parte che sperare che l&#8217;azienda e/o l&#8217;Agenzia e/o lo staff possa scrivere post allineati alla forma di scrittura di questo blog è come sperare che io corra i cento metri piani allineato con Usain, trovo veramente gigantesca l&#8217;idea di innescare un sistema in cui una terza parte viene autorizzata tout court ad inserire dei contenuti in un blog a fini pubblicitari. Facciamo così: se mai qualcuno volesse dire qualcosa ai milletrè utenti di AdG chiama Vinoclic, paga, e &#8211; negli appositi spazi segnalati da una cornicetta &#8211; glielo dice. Oppure può provare a farmi assaggiare i suoi prodotti, rischiando che ne scriva male o affatto. Altrimenti possiamo tranquillamente continuare ad ignorarci in deo gratia. Ah, la mia risposta? &#8220;Stigmatizzo e biasimo questa iniziativa&#8221;. Immagine: dal Web]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/neanderthal.jpg" rel="lightbox[23001]"><img class="aligncenter size-large wp-image-23002" title="neanderthal" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/neanderthal-733x550.jpg" alt="" width="733" height="550" /></a></p>
<p>Sembra il Neolitico, quando brillanti relatori adrenalinici entusiasmavano le platee degli operatori <em>Niù Midia</em> con elettrizzanti presentazioni multimediali fitte di effetti stroboscopici, colori sovrasaturi, grafici iperbolici, citazionismi aforismatici, casi di studio dal sapore profetico-catastrofista, colonne sonore alla <a title="It's the end of he world" href="http://youtu.be/Z0GFRcFm-aY" target="_blank"><em>it&#8217;s-the-end-of-the-world-as-we-know-it-and-I-feel-fine.</em></a></p>
<p>Ci dicevano che era finito il tempo del <em>war marketing</em>, quella cosa brutta e cattiva dove oscuri persuasori occulti cercavano di farci fare cose che non avevamo nessuna voglia di fare facendoci vedere cose che non avevamo voglia di vedere. Ora c&#8217;era l&#8217;Internet, con l&#8217;articolo e con la maiuscola, c&#8217;erano tutti questi giovani &#8211; e un nutrito gruppo di quarantenni scravattati si guardava e faceva sì con la testa &#8211; e c&#8217;eravamo noi che invece.</p>
<p>L&#8217;Internet, dicevano, era il luogo dove può accadere solo quello che vuoi tu, perchè nessuno poteva infliggere ad alcuno il supplizio di sorbirsi una quantità debordante di messaggi indesiderati, falsi e manipolatori. Almeno non senza permesso.</p>
<p>Noi, invece, ci abbiamo creduto.</p>
<p>Oggi, che il Neolitico è passato da tempo e citare il <em>permission marketing</em> è come chiedere ad un meccanico contemporaneo se l&#8217;auto che non parte per il freddo ha problemi allo spinterogeno, anche l&#8217;indegno bloghettino qui presente è stato finalmente coinvolto nel progresso.</p>
<p>Contravvengo oggi a due delle norme che mi sono imposto da sempre, perché domani è Natale e siamo tutti più buoni. La prima è il <em>garbo</em>, perché sono fomentato alla ruvidezza dalla rara cifra di cretinismo comunicazionale della &#8220;proposta di affiliazione gratuita&#8221; che ho ricevuto. La seconda è quella della riservatezza, ma l&#8217;iniziativa della <a title="Edizioni BE" href="http://edizionibe.it/" target="_blank">Edizioni BE</a> è in rotta di collisione così diretta con tutto quello in cui credo che vale la pena per una volta di spendersi, e spendersi <em>contro.</em></p>
<p>Da tempo infatti si parla di queste agenzie che sobillano i blogger a scrivere post &#8220;redazionali&#8221; pagandoli una fischiata, sfruttando la credibilità eventualmente costruita e mascherando la comunicazione sotto forma di informazione indipendente e destrutturata. Li chiamavan <em>markette</em>.</p>
<p>Qui si raggiunge il Nirvana della Marketta: addirittura il post viene scritto direttamente dall&#8217;azienda e/o dall&#8217;Agenzia e/o dallo staff, dice, <em>&#8220;con una forma di testo garbata, rispettosa dei tuoi lettori e allineata il più possibile alla forma di scrittura utilizzata oggi sui blog&#8221;</em>. A parte che sperare che l&#8217;azienda e/o l&#8217;Agenzia e/o lo staff possa scrivere post allineati alla forma di scrittura di questo blog è come sperare che io corra i cento metri piani allineato con Usain, trovo veramente gigantesca l&#8217;idea di innescare un sistema in cui una terza parte viene autorizzata <em>tout court</em> ad inserire dei contenuti in un blog a fini pubblicitari.</p>
<p>Facciamo così: se mai qualcuno volesse dire qualcosa ai milletrè utenti di AdG chiama <a title="Vinoclic" href="http://www.vinoclic.it/" target="_blank">Vinoclic</a>, paga, e &#8211; negli appositi spazi segnalati da una cornicetta &#8211; glielo dice. Oppure può provare a farmi assaggiare i suoi prodotti, rischiando che ne scriva male o affatto. Altrimenti possiamo tranquillamente continuare ad ignorarci <em>in deo gratia</em>.</p>
<p>Ah, la mia risposta? <em>&#8220;Stigmatizzo e biasimo questa iniziativa&#8221;</em>.</p>
<p><em>Immagine: dal Web</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il Sabato del Villaggio &#124; Perché prevedere quello che ti succederà nel piatto è assai meno divertente che azzeccare le previsioni del tempo</title>
		<link>http://www.appuntidigola.it/2011/12/17/il-sabato-del-villaggio-perche-prevedere-quello-che-ti-succedera-nel-piatto-e-assai-meno-divertente-che-azzeccare-le-previsioni-del-tempo/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 06:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[frammenti & detriti]]></category>
		<category><![CDATA[cucina classica]]></category>
		<category><![CDATA[Il Sabato del Villaggio]]></category>
		<category><![CDATA[previsioni metero]]></category>

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		<description><![CDATA[Dice: sereno variabile. Imberti il bagagliaio con brache corte, pèdule, camicia a quadri, un bel cestino pieno di panini imbottiti, creme solari, la cartina dei sentieri del medio Appennino e parti. A parte che sul sentiero del Monte Nevoso trovi la Comunità Anziani Pedulatori del Peloritano a sgranchirsi le gambe, una compagnia di sette famiglie con passeggini per off-road estremo, una coppia di giovini atletici con tre feroci Rottweiler, la III^A del Liceo Scientifico L.Spallanzani in cerca di reperti fittili del Mesozoico, la compagnia Amici della Trota con attrezzatura al seguito, il coro borzanitano degli Alpini che canta senza interruzione Sul Cappello Che Noi Portiamo, don Giuseppe Badodi detto Don Pedana per i suoi piedi numero 51 e il suo passo lungo e disteso, molto disteso. Ed oltre ad essi autotrasportatori avicoli, manutentori di pozzi artesiani, attempati studiosi di geologia, ragazze in infradito e shorts con cellulari viola in mano, pallavolisti con dita fratturate da schiacciate troppo energiche,  indossatori di tutine colorate casualmente accoccolati su mountain bike, famiglie di senegalesi con abiti a fiorami, macellai equini di Albinea, viticoltori biologici di Sozzigalli. Però il tempo è bello: le previsioni erano azzeccate. Sulla vetta azzannerai il tuo sfilatino con mortadella e mayonese Calvè e berrai acqua naturale non senza un certo soffuso piacere: almeno quanto quello di sfilarsi lo zaino dalle spalle. Ecco, tutt&#8217;altra cosa quando ti siedi a tavola, magari nemmeno nell&#8217;ultima trattoria di Caracas, e sai già com&#8217;è il finale di partita appena il segaligno cameriere in giacca nera cravatta nera pantaloni neri scarpe nere si palesa dalla porta della cucina. Fuagrà? certo, con la mostarda. Maialino? certo, croccante. Patate? certo, viola. Pane? certo, lievitato duecento ore con lievito madre. Carne? certo, cotta duecento ore a bassa temperatura. Polenta? certo, con farina macinata a pietra. Riso? certo, invecchiato sedici anni. Pasta? Certo, artigianale di Gragnano. Gamberi? di Mazzara Mazara. Pesce? d&#8217;amo. Battuta? al coltello. Sono molto indeciso su dove situare il labile confine tra la cucina classica e la routine manieristica, la rappresentazione di un canone. Capisco che un perfetto Chateaubriand sia una specie di esercizio di stile, una specie di triplo Axel per un pattinatore: non è facile, ma per poterti qualificare tale devi saperlo eseguire in modo perfetto. Però il campione olimpico, per potersi qualificare tale, saprà inventare. Che è assai meglio che scoprire, e assai meno noioso che replicare. Uno molto più furbo di me un giorno disse che essere originali è la più grande delle virtù, voler essere originali è uno dei più grandi vizi. Diciamo che ci sono frangenti in cui ci si potrebbe accontentare dei volonterosi tentativi. Immagine: PianetAvventura]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/Tipo-strano.jpg" rel="lightbox[22842]"><img class="aligncenter size-large wp-image-22854" title="Tipo strano" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/Tipo-strano-733x550.jpg" alt="" width="733" height="550" /></a></p>
<p>Dice: sereno variabile. Imberti il bagagliaio con brache corte, pèdule, camicia a quadri, un bel cestino pieno di panini imbottiti, creme solari, la cartina dei sentieri del medio Appennino e parti. A parte che sul sentiero del Monte Nevoso trovi la Comunità Anziani Pedulatori del Peloritano a sgranchirsi le gambe, una compagnia di sette famiglie con passeggini per off-road estremo, una coppia di giovini atletici con tre <del>feroci</del> Rottweiler, la III^A del Liceo Scientifico L.Spallanzani in cerca di reperti fittili del Mesozoico, la compagnia Amici della Trota con attrezzatura al seguito, il coro borzanitano degli Alpini che canta senza interruzione <em>Sul Cappello Che Noi Portiamo</em>, don Giuseppe Badodi detto Don Pedana per i suoi piedi numero 51 e il suo passo lungo e disteso, molto disteso.</p>
<p>Ed oltre ad essi autotrasportatori avicoli, manutentori di pozzi artesiani, attempati studiosi di geologia, ragazze in infradito e shorts con cellulari viola in mano, pallavolisti con dita fratturate da schiacciate troppo energiche,  indossatori di tutine colorate casualmente accoccolati su mountain bike, famiglie di senegalesi con abiti a fiorami, macellai equini di Albinea, viticoltori biologici di Sozzigalli.</p>
<p>Però il tempo è bello: le previsioni erano azzeccate. Sulla vetta azzannerai il tuo sfilatino con mortadella e mayonese Calvè e berrai acqua naturale non senza un certo soffuso piacere: almeno quanto quello di sfilarsi lo zaino dalle spalle.</p>
<p>Ecco, tutt&#8217;altra cosa quando ti siedi a tavola, magari nemmeno nell&#8217;ultima trattoria di Caracas, e sai già com&#8217;è il finale di partita appena il segaligno cameriere in giacca nera cravatta nera pantaloni neri scarpe nere si palesa dalla porta della cucina.</p>
<p><em>Fuagrà</em>? certo, con la mostarda. Maialino? certo, croccante. Patate? certo, viola. Pane? certo, lievitato duecento ore con lievito madre. Carne? certo, cotta duecento ore a bassa temperatura. Polenta? certo, con farina macinata a pietra. Riso? certo, invecchiato sedici anni. Pasta? Certo, artigianale di Gragnano. Gamberi? di <del>Mazzara</del> Mazara.</p>
<p>Pesce? d&#8217;amo.</p>
<p>Battuta? al coltello.</p>
<p>Sono molto indeciso su dove situare il labile confine tra la cucina classica e la <em>routine</em> manieristica, la rappresentazione di un canone. Capisco che un perfetto Chateaubriand sia una specie di esercizio di stile, una specie di triplo Axel per un pattinatore: non è facile, ma per poterti qualificare tale devi saperlo eseguire in modo perfetto. Però il campione olimpico, per potersi qualificare tale, saprà inventare. Che è assai meglio che scoprire, e assai meno noioso che replicare.</p>
<p>Uno molto più furbo di me un giorno disse che essere originali è la più grande delle virtù, voler essere originali è uno dei più grandi vizi. Diciamo che ci sono frangenti in cui ci si potrebbe accontentare dei volonterosi tentativi.</p>
<p><em>Immagine: <a href="http://www.pianetavventura.eu/">PianetAvventura</a></em></p>
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		<title>Appunti Diviàggio &#124; Vecchia Pavia a Certosa</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 13:55:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[frammenti & detriti]]></category>
		<category><![CDATA[Appunti Diviàggio]]></category>
		<category><![CDATA[Vecchia Pavia]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo chiamano Monumento, la Certosa, ed incombe a pochi metri da qui. Ho un ricordo nebuloso della Certosa, vivisitata e poi più tanti anni fa. E nebuloso rimane vista la tanta nebbia. Anche la Locanda è un monumento: qui da sempre, racchiude sapienza ospitale e maestria alle soglie della perfezione. Mestiere, preparazione, abnegazione. In tanto clamore, l&#8217;ombra di una classicità che si avvita nell&#8217;esecuzione. Più Haydn che Mahler, ecco.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/IMG_4100-copia.jpg" rel="lightbox[22781]"><img class="aligncenter size-large wp-image-22783" title="Vecchia Pavia al Mulino" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/IMG_4100-copia-733x550.jpg" alt="" width="733" height="550" /></a></p>
<p>Lo chiamano Monumento, la Certosa, ed incombe a pochi metri da qui. Ho un ricordo nebuloso della Certosa, vivisitata e poi più tanti anni fa. E nebuloso rimane vista la tanta nebbia.</p>
<p>Anche la Locanda è un monumento: qui da sempre, racchiude sapienza ospitale e maestria alle soglie della perfezione. Mestiere, preparazione, abnegazione.</p>
<p>In tanto clamore, l&#8217;ombra di una classicità che si avvita nell&#8217;esecuzione. Più Haydn che Mahler, ecco.</p>
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