In cui si raschia il fondo dell’immaginazione

La stanchezza si è fatta sabbia: si infiltra sotto le palpebre come la sabbia di Gatteo a Mare: sottile, polverosa e sporca. Si infila sottile e subdola come la paura degli autovelox, e si attacca come il fumo grigiazzuro dei sigari toscani di poco prezzo, tre euri e cinquanta: il pacco da cinque.

Trova la forza di spingere la porta del piccolo albergo e si accascia sui gomiti, appoggiandosi al bancone; sente le ossa rattolare, picchiandosi l’una all’altra come le gambe dei burattini. Come lattine vuote del loro contenuto.

Lei lo guarda da sotto in insù, distogliendo gli occhi dal monitor: anche lei è stanca, ma il sorriso è franco di stanchezza onesta, ormai persa la curva del ghigno precompilato delle ore del mezzogiorno. Indossa due fili di perle finte, grosse: uno attorno al collo in doppio giro, e uno più lungo che si attarda leggermente nella via chiaramente tracciata sul petto, alto e tondo, fino alla cintura. Lo segue con lo sguardo, fino al profondo spacco sulla coscia. Non indossa calze, fa ancora caldo in questo scampolo di estate pronta ad esalare l’ultimo respiro.

Le dice Non c’è bisogno che le dica la camera, vero. Lei risponde alzandosi in piedi, Lei è l’ultimo a rientrare, e si protende attraverso il piano di quercia per allungargli la chiave. C’è silenzio, e riesce a sentire distintamente un piccolo refolo, forbito con parsimonia tra le labbra. Lucide, piegate appena. Sono un uomo fortunato, dice allora. Perchè gli chiede, scostandosi una ciocca di capelli biondocenere. Solo adesso percepisce il lieve profumo di zagare, Perchè sono l’ultimo uomo che la vede prima di andare a dormire. Sente i sassolini franare, eppure non trattiene il resto, avviandosi verso il disastro, Perchè l’uomo che si addormenta vedendo lei come ultima cosa dev’essere un uomo felice.

Poi si scosta dal bancone, come per dire Guarda che non dico altro, vado via. Lei si guarda la punta delle scarpe, nemmeno tanto tacco, e gli dice Huighiueo uhysfwsyu jisj. Le risponde Buonanotte anche a lei, raccoglie la borsa e si avvia. Prima dell’angolo si gira a guardare, lei è di nuovo immersa nel monitor, gli occhi puntati nel mezzo. O forse a mille milioni di metri di distanza, su una spiaggia di Miami, o tra le vie di Aix-en-provance, sazia d’ostriche e di Chablis.

In camera si appoggia al piccolo scrittoio, apre una mezza bottiglia di acqua naturale. Fresca: gli netta la gola, scende marcando ogni millimetro con regoli calcolatori. E’ così stanco che le spalle si sono ripiegate in curve come tubi idraulici ammollati dal caldo. Beve, a piccoli sorsi.

Poi, di colpo, si ferma con la bottiglia a mezz’aria, girandosi verso la porta.

Biologico | To bio or not to bio

Impazzava su twitter la discussione sul vino bio. Anzi, credo che sia una delle discussioni più interessanti per i risvolti etici ed estetici che comporta. La questione non è semplice, soprattutto se si subordina una fruizione del tutto voluttuaria come quella del vino a qualche forma di ideologia a cui sono preventivamente allergico. Soprattutto non mi convince la necessità di avere manifestazioni settoriali, sempre che non siano settarie, distinte da quelle dei vini “normali”. E mentre pesto sui tasti ho una specie di prurito ai polpastrelli perchè la definizione stessa di “vini veri” o “vini naturali” cozza con l’idea che anche i vini cosiddetti “normali” possono essere fatti in modo corretto, usando cioè metodi naturali, seppur sotto l’egita di tecniche di vinificazione più elaborate.

Mentre mi sforzo di farmi una ragione in merito, che ora non ce l’ho ancora chiara, prelevo citando non ricordo più chi (forse il wannabe natural-prosecchista Luca Ferraro che nel cuor mi sta, che sta appunto avviandosi in direzione bio) una bella massima: “Come distinguere le mele bio da quelle “normali”? Semplice, quelle bacate sono biologiche.”

Ecco allora che la mie otto viti di Uva da Tavola Bianca, probabilmente un oscuro clone di moscato, crescono in regime ultra-bio: quest’anno non ha nemmeno passato nè zolfo nè rame. Ecco il risultato:

Peccato, perchè quando giunge a maturazione è uva buona, maturata sulla pianta dà belle zuccherose soddisfazioni. Tre quattro chili per vite, per un consumo sano e consapevole.

Apparizioni | Lagerstroemia Indica

Quando ero piccolo per un non breve periodo mi sono perduto nella coltivazione bonsai. Quindi sapevo tutto di robe tipo la Zelkova Serrata, il Ginko Biloba, i fittoni, i polloni e la sottile differenza tra il Ficus Retusa e il Benjamin. La richiesta di tempo ed attenzione per la gestione delle piante bonsai è disumano: un blog in confronto è un essere vivente autonomo.

Dunque avevo in casa anche in virgulto di Lagerstroemia Indica, ma sopravvisse assai poco. Per dirla tutta, salvo un Retusa di venti centimentri che durò vent’anni e morì questa primavera a causa del blog, tutte le piante sopravvissero assai poco. Il Nirvana era portare le piante a maturità senza farle crescere: tipo l’ulivo che fa una (1) oliva, il melo che fa due mele. Ma la Lagerstroemia fece solo sparute foglie.

Oggi ho scoperto che la Lagerstroemia Indica,  in libertà, fa dei fiori bellissimi: il colore è questo rosa delicato ma intenso, e la corolla è una via di mezzo tra un garofano e un’ortensia. Tanti, fitti, coloratissimi.

E’ stato bello.

Appunti Diviàggio | Andreini ad Alghero

Alguer, Alghero, Barceloneta, i cento nomi della città dai cento volti. Nella movida serotina vedi maschi di essere umano camminare sui calzoni sotto il ginocchio, acconciature vagamente emo, ampi petti a chiglia depilati; vedi femmine di essere umano con abbronzature paradossali e paradossali infradito: vincono il premio gli stivali, polpaccio coperto e piede libero, basterebbe a garantire l’immortalità allo stilista.

Alguer è bellissima: al tramonto prende respiri catalani, i passi che calcano i bastioni, la luce è gialla e fendente.

Andreini è un’intrapresa nascosta in una via centrale ma non troppo sbrilluccicante di coltelli e coralli, una vera organizzazione oliata e funzionante. Diverse interpretazioni d’accoglienza (Trattoria Anteprima Appenaprima e Ristorante), diverse situazioni. A mio sapere, la migliore cucina della Sardegna.

Appunti Divìno | Dettori, a Sènnori.

Non è proprio Sènnori, ma lì appresso: qualche tornante in più o forse qualcuno in meno, quel che basta per obliterare le azzurità del mare che qui pare abbia ragione di tutto. Ma non è così, perchè la costa di Sassari non è il meglio di Sassari: basta ubriacarsi delle giravolte del Canyon di San Lorenzo, o precipitare dalle pareti impervie del Castello Malaspina di Osilo (accento sulla prima “o”), oppure sciogliersi di fronte alle incredibili peripezie della luce del tardo pomeriggio sulle pareti pisane dell’Abbazia di Saccargia.

Strade arrotolate, ripide, solitarie: anzi, solinghe. Incontrare qualcuno è un segno di vita, mentre dai finestrini aperti che la lenta marcia rotabile ti regala filtra profumo di fichi verdolini, di mirto, di lentischio. Siamo in Romangia, siamo in Anglona. Sottozone mai coperte prima, da imparare magari soffiando forte sui pedali di una bicicletta, oppure parlando con un vignaiuolo di razza. O con un cuoco di lungo corso come Piero Careddu, che ha gettato l’ancora a Badde Nigolosu, tra le vigne intonse di Dettori.

Dettori fa vini senza nulla: due o tre zaffate di rame e zolfo, che di meno non si può; usa il cemento, e l’acciaio per i mosti, e poi il tempo. All’agriturismo Piero ha tirato indietro di cento anni l’orologio della sua creatività, abbandonando la ricerca che lo ha accompagnato per diciotto anni a Sassari e tuffandosi nello struggente mondo della cucina di stretta osservanza. Con le migliori materie prime del mondo, quelle che vivono sotto le gambe del desco su cui mangi.

Nei bicchieri i vini di Dettori: da ascoltare, assaporare, seguire a lungo. Ma solo per riverberare un’emozione, ecco il Dettori Bianco 2007, un Vermentino in purezza sulfureo e volitivo, percorso da una sapidità tesa e mirabile. Seducente il percorso ossidativo, che racconta le fibre del terreno quasi minuto per minuto, come un fresco tramonto dietro l’Asinara.

L’Ottomarzo è un rosso da uva Pascale. Vitigno autoctono, diffuso a Sud dell’Isola come coloritore dei pallidi Cannonau. Qui sprigiona temi selvatico-silvestri, con una progressione inesausta di sfumature, fino all’assaggio diritto, imperioso. Gigantesco in alcool con i suoi 16°, li palesa più all’aroma che all’assaggio, potente ma non sgarbato. Ecco, forza e garbo. Il millesimo è il 2007.

Il Tenores è il Cannonau di Sènnori, senza compromessi. La grenaccia matura nel suo colore naturale, che è leggero: ma proprompe in formidabile altezza all’olfatto. Asciutto, teso, vibrante. Nell’assaggio l’eleganza che argina l’irruenza, come un nebbiolo d’alta quota: non smette di evolvere, e andrebbe atteso a lungo, tipo dieci anni.

Il Moscadeddu 2006 è un dolce antico: una specie di miele allungato con l’alcool. Rigato di una acidità spessa ed espressa – al naso e al palato la volatile s’avverte – ma privo di manipolazioni.

Un agosto affatto fresco, il più fresco da anni, dicono quassù. Noi lo si scalda così, con i vini che gonfiano il cuore ed una tavola che vale la pena di visitare.

Appunti Dilùce | Balai, Porto Torres

La fotografia mi piace perchè ti consentre di strappare un respiro alle budella del tempo. Snap, e l’attacchi lì per sempre.

Mi piace, la fotografia, perchè ti consente di modellare l’orizzonte: quello che è piatto diventa tridimensionale, e quello che ha campo e profondità sa spapellarsi come su uno schermo. E’ quasi scolpire.

Mi piace, perchè è la sintesi definitiva.

Mi piace, la fotografia, perchè possono farla tutti, e tutti sono pari al nastro di partenza. Conta solo quella rasoiata che divelle un fotogramma dal film.

Mi piace, la fotografia, perché non ha pietà. Non lascia feriti sul campo.

Le immagini sono state riprese la stessa giornata in ordine successivo: alle 900, alle 1100, alle 1300, alle 1500 ed alle 1700. Per le variazioni di luce, rivolgersi al fornitore.

Appunti Diviàggio | Ichnusa

In qualsiasi altra parte del mondo Ichnusa sarebbe una birretta. Ne ho comprato una versione “cruda” che si chiama Jennas, per vedere bene. Una birretta leggera e cristallina, con un che d’amaro molto pronunciato. Bevuta sul ciglio di uno scoglio, con quel mare lì di quel colore lì color topazio, è la più buona del mondo.

Appunti Diviàggio | Livigno

Ci sarà modo di pallare di Livigno e della sua curiosa posizione geografica, unica in Italia: per arrivarci è più comodo passare per le Elvezie, che il passo del Foscagno  aiuta solo i più pochi che salgono da Bormio; e dei negozi e dell’esenzione doganale, che qualcuno estende a esenzione fiscale…

Magari al viaggiatore interesserà sapere che oltre ad essere un porto franco, Livigno è anche un posto dove si mangia discretamente bene con una certa facilità, pur nel limine stretto della cucina di montagna. E molto bene talvolta, come chez Mattias Peri, nel suo chalet gourmet. E onestamente al conto. E si beve Valtellina, che non son patate.

Certo, il viaggio è lungo e vorticoso di tornanti e di altitudini, e trovarfe la neve il 5 d’agosto è indubbiamente spiazzante.

Appunti Diviàggio | Maremma

Un invito ad una verticale di Morellino di Scansano Riserva “Le Valentane” di pugno di Romeo Bruni di Villa Patrizia non si rifiuta: così come l’occasione di incontrare – e conoscere – la famiglia del patriarca, tragliatelle incluse.
Se poi nel frattempo ti godi anche un paio di abbaglianti paesaggi di maremma, la tavola della Locanda del Glicine – incontri digital trasversali compresi  -  tra le pietre del medieval borgo di Campagnatico, beh, non è sacrifizio.

Terzo tempo

Oggi Appunti Digòla compie tre anni. Già. L’autore qualcuno in più, ma non è un caso: il blò infatti è un regalo di compleanno, quasi, che l’ingegnera mi donò tre anni fa, esatti.
Faceva sette utenti al giorno, al netto delle mie visite. Oggi i lettori di questo indegno moleskine digitale sono qualcuno più di sette.

Nel frattempo sono successe un po’ di cose, in mezzo a tanto scrivere di bicchieri e di piatti e di tavole: qualcuno mi ha infamato e qualcuno mi ha gonfiato il cuore di commozione; qualcuna in più di quelle sette persone mi ha ascoltato raccontare e raccontarmi, che ogni parola è un mattoncino Lego di me, per la prima volta a voce e dal vivo.

Qualcuno mi ha chiesto di descrivere i suoi vini, qualcuno ha voluto raccontarli con lacerti delle mie righe; qualcuno mi ha chiesto di cucinare per tanti, e qualcuno ha assaggiato i miei piatti; ho degustato lambruschi e lambroosky, con grandi e piccini; ho camminato sui petali di rosa, ed ho provato in anteprima piatti sperimentali di chef famosi; altri ne ho intervistati, e hanno pensato di premiarmi con il Blog Cafè del vino; ho preso il carciofino d’oro ed ho fatto il mio vino, trovandolo pessimo dopo poco; ho scritto il bindello ed ho scritto dentro Kelablù, e poi dentro Dissapore.

Ho infine pubblicato il mio primo ibù, quello qui di fianco: che un certo giorno il formato elettronico non mi è più sembrato un figlio sfortunato della carta. E sono qualcuno più di sette, ad averlo scaricato. Letto poi, è un altro paio di maniche.

Tenuto conto che tutto questo accade nei frammenti d’orologio tra impegni e chilometri, fino all’invalicabile limite delle 24 ore al giorno posso oggi considerarmi, seppur moderatamente, felice.