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	<title>appunti digòla &#187; film, dischi, libri, spettacoli</title>
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	<description>appunti e disappunti di gaudenza quotidiana</description>
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		<title>Enoturisti per  caso naso</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 12:58:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[film, dischi, libri, spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[elisabetta tosi]]></category>
		<category><![CDATA[giampiero Nadali]]></category>
		<category><![CDATA[manuale di conversazione per enoturisti]]></category>

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		<description><![CDATA[Basta conoscere un po&#8217; Elisabetta Tosi e Giampiero Nadali per rendersi conto che il risultato della loro fatica non poteva essere altro che questo. Lizzy &#8211; è il nome di battaglia usato in rete, per Vino Pigro ed altro &#8211; è oltre che una professionista sensibile e precisa del settore eneologico, una tignosa appassionata della lingua italiana; Giampiero &#8211; Aristide, in rete &#8211; è un adrenalinico polemista delle questioni del vino, sempre uptempo dal punto di vista tecnologico, particolarmente pragmatico quando si tratta di escogitare soluzioni. Dunque pensando ad un libro sul vino era ovvio aspettarsi un punto di vista quantomeno non omologato: quello del turista del vino. Per la verità, se il Manuale è uno strumento di base per il neofita, anche l&#8217;appassionato di un certo livello non potrà che rasserenarsi trovando riunite in un solo agile volumetto un gran numero di nozioni, soprattutto pratiche, per districarsi on-the-road nel mondo dei vignaiuoli. In altri termini, una riserva confermata da fonti qualificate di nozioni magari orecchiate qua e là, sedimentate in un patrimonio a volte arruffato e approssimativo. Infatti, dimenticata subito la sdrucciolevole via bignamistica, gli autori forniscono la &#8220;cassetta degli attrezzi&#8221; per cercare il proprio vino ideale, che però ognuno si dovrà trovare altrove. Occhio, orecchio, e una singolare raccolta di domande da fare, sempre pronte all&#8217;uso, per capire quel che si deve sapere. Un Manuale in senso stretto dunque, e non una pozione magica per rilevare in quel bianco il profumo del trifoglio fiorito della riva desta della Dora Riparia, o in quel rosso il sentore di pepe nero giordano raccolto da giovini imberbi in una notte illune. Chiaro senza essere asettico, svelto senza essere sbarazzino, il Manuale di Conversazione per Enoturisti è in vendita on line per 6.99, da Ultima Books/Simplicissimus.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/manuale.jpg" rel="lightbox[19528]"><img class="aligncenter size-large wp-image-19529" title="manuale" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/manuale-733x550.jpg" alt="" width="733" height="550" /></a>Basta conoscere un po&#8217; Elisabetta Tosi e Giampiero Nadali per rendersi conto che il risultato della loro fatica non poteva essere altro che questo. Lizzy &#8211; è il nome di battaglia usato in rete, per <a title="Vino Pigro" href="http://www.vinopigro.it/" target="_blank">Vino Pigro</a> ed altro &#8211; è oltre che una professionista sensibile e precisa del settore eneologico, una tignosa appassionata della lingua italiana; Giampiero &#8211; <a title="Aristide" href="http://www.aristide.biz/" target="_blank">Aristide</a>, in rete &#8211; è un adrenalinico polemista delle questioni del vino, sempre <em>uptempo</em> dal punto di vista tecnologico, particolarmente pragmatico quando si tratta di escogitare soluzioni.</p>
<p>Dunque pensando ad un libro sul vino era ovvio aspettarsi un punto di vista quantomeno non omologato: quello del turista del vino. Per la verità, se il Manuale è uno strumento di base per il neofita, anche l&#8217;appassionato <em>di un certo livello</em> non potrà che rasserenarsi trovando riunite in un solo agile volumetto un gran numero di nozioni, soprattutto pratiche, per districarsi <em>on-the-road</em> nel mondo dei vignaiuoli. In altri termini, una riserva confermata da fonti qualificate di nozioni magari orecchiate qua e là, sedimentate in un patrimonio a volte arruffato e approssimativo.</p>
<p>Infatti, dimenticata subito la sdrucciolevole via bignamistica, gli autori forniscono la &#8220;cassetta degli attrezzi&#8221; per cercare il proprio vino ideale, che però ognuno si dovrà trovare altrove. Occhio, orecchio, e una singolare raccolta di domande da fare, sempre pronte all&#8217;uso, per capire quel che si deve sapere.</p>
<p>Un Manuale in senso stretto dunque, e non una pozione magica per rilevare in quel bianco il profumo del trifoglio fiorito della riva desta della Dora Riparia, o in quel rosso il sentore di pepe nero giordano raccolto da giovini imberbi in una notte illune.</p>
<p>Chiaro senza essere asettico, svelto senza essere sbarazzino, il Manuale di Conversazione per Enoturisti è <a title="Manuale di Conversazione per Enoturisti" href="http://www.fermentidigitali.com/dove-si-compra/" target="_blank">in vendita on line</a> per 6.99, da Ultima Books/Simplicissimus.</p>
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		<title>Fenomeni Paranormali &#124; Katy &#8220;Pube de oro&#8221; Perry</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Feb 2011 18:17:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[film, dischi, libri, spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[fireworks]]></category>
		<category><![CDATA[katy perry]]></category>

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		<description><![CDATA[Credevo di cavarmela con un po&#8217; di spernacchiamento per la procace pollastra californiana, ma addentrandomi nella sua biografia ho dovuto più volte abbeverarmi alla boccetta di Valontan per gli attacchi di vertigine da incredulità. Fino a ieri l&#8217;altro non sapevo nemmeno chi fosse, Katy Perry: poi spiaggiato sul divano influenzale mi è capitato di passare attraverso una sua certa esibizione dal vivo a Top of The Pops dove ho avuto modo di apprezzare: a) il ricciolo maledetto; b) il decoltè omicida c) la microgonna puberale d) la voce salda e sicura di un&#8217;anatra muta, ma solo dopo averle fatto ingollare una pallina da golf Claaway usata e) l&#8217;intonazione precisa che, come un orologio fermo segna almeno due volte al giorno l&#8217;ora esatta, le consente di azzeccare qualche nota a caso f) l&#8217;incredibile arguzia nella scrittura del pezzo che pare davvero composto da un battaglione di autori di pezzi pop tante sono le citazioni sottotraccia degli anthems da classifica. Allora: la ragazza ha venduto qualcosa come polentadue milioni di dischi. La cosa incredibile è che il suo primo albo è una raccolta di canzoni di gospel cristiano. Già, lei è figlia di pastori metodisti. E una parte non marginale del suo successo la deve alle partecipazioni, in ruolo non protagonista, a capolavori della fiction mondiale quali Febbre d&#8217;Amore. Ed ora mentre faccio andare in loop il video di &#8220;Fireworks&#8221; ancora non riesco a crederci. Capisco che vi piacciano le more romagnole, capisco che via piaccia sperperare i vostri magri stipendi con i CD di Laura Pausini. Ma c&#8217;è qualcuno che riesce a spiegarmi il motivo per separarsi da una parte ingente del proprio denaro per ascoltare i bramiti di costei nel refrain di Fireworks &#8211; ho capito, ho capito che ha il &#8220;gancio&#8221; &#8211; oppure andare ad un suo spettacolo? Dài, che da solo non ci arrivo.]]></description>
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<p>Credevo di cavarmela con un po&#8217; di spernacchiamento per la procace pollastra californiana, ma addentrandomi nella sua biografia ho dovuto più volte abbeverarmi alla boccetta di <em>Valontan </em>per gli attacchi di vertigine da incredulità.</p>
<p>Fino a ieri l&#8217;altro non sapevo nemmeno chi fosse, Katy Perry: poi spiaggiato sul divano influenzale mi è capitato di passare attraverso una sua certa esibizione dal vivo a Top of The Pops dove ho avuto modo di apprezzare: a) il ricciolo maledetto; b) il decoltè omicida c) la microgonna puberale d) la voce salda e sicura di un&#8217;anatra muta, ma solo dopo averle fatto ingollare una pallina da golf Claaway usata e) l&#8217;intonazione precisa che, come un orologio fermo segna almeno due volte al giorno l&#8217;ora esatta, le consente di azzeccare qualche nota a caso f) l&#8217;incredibile arguzia nella scrittura del pezzo che pare davvero composto da un battaglione di autori di pezzi pop tante sono le citazioni sottotraccia degli anthems da classifica.</p>
<p>Allora: la ragazza ha venduto qualcosa come polentadue milioni di dischi. La cosa incredibile è che il suo primo albo è una raccolta di canzoni di gospel cristiano. Già, lei è figlia di pastori metodisti. E una parte non marginale del suo successo la deve alle partecipazioni, in ruolo non protagonista, a capolavori della fiction mondiale quali Febbre d&#8217;Amore.</p>
<p>Ed ora mentre faccio andare in loop il video di &#8220;Fireworks&#8221; ancora non riesco a crederci. Capisco che vi piacciano le more romagnole, capisco che via piaccia sperperare i vostri magri stipendi con i CD di Laura Pausini. Ma c&#8217;è qualcuno che riesce a spiegarmi il motivo per separarsi da una parte ingente del proprio denaro per ascoltare i bramiti di costei nel refrain di Fireworks &#8211; ho capito, ho capito che ha il &#8220;gancio&#8221; &#8211; oppure andare ad un suo spettacolo?</p>
<p>Dài, che da solo non ci arrivo.</p>
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		<title>Meccanica Celeste, Maurizio Maggiani [7.8]</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 06:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[film, dischi, libri, spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[Feltrinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Maggiani]]></category>
		<category><![CDATA[Meccanica Celeste]]></category>

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		<description><![CDATA[Maurizio Maggiani ha scritto una porzione non marginale delle pagine dell&#8217;ultimo dopoguerra che vale la pena di leggere. Scrive in modo plastico e villoso, entrando e uscendo da storie pieghevoli che confeziona con mano rude e ferma. Storie che grondano sudore polvere lagrime e sorrisi: inverosimili e vere, o forse per questo più vere. Cioè, vere storie, non storie vere. Ha scritto anche il secondo miglior titolo della storia della letteratura: &#8220;Regina disadorna&#8221;. Un titolo che racchiude in sè l&#8217;opera, senza disvelarne nemmeno un cristallo. Questa &#8220;Meccanica&#8221; invece è una storia che è anche un documento, ma è anche un documentario che è anche uno studio antropologico. Disegnato con un continuo, difficile equilibrio tra le iperboli. Se entra e si esce dalla narrazione con un scatto di prospettiva, quando il narratore &#8211; che è a tratti protagonista, a tratti osservatore &#8211; si mette seduto, abbassa il tono, rallenta il ritmo, cambia il timbro della voce e legge pezzi della Storia. E chiunque abbia passato più di un minuto più di una volta in Garfagnana non può rimanerne irretito. A me è toccato in sorte di farla in su e in giù colla biciletta, la Garfagnana: dai tavoli odorosi di Andrea al Ponte &#8211; ricorre spesso nella storia quel ponte traverso &#8211; a Castelnovo Garfagnana al passo dell&#8217;Alpe di San Pellegrino, una delle pendenze più impervie di tutta l&#8217;italica ciclovia. In bicicletta ne cogli ogni respiro, ogni fremito, ed è facile ritrovarsi nei luoghi e nei luoghi comuni: nei profumi e nei refoli d&#8217;aria che s&#8217;infilano giù dai sentieri di lizza, le miniere di marmo abbandonate, il fascino incontornabile di Fabbriche di Careggine, il paese sommerso. La prima volta in Garfagnana per me è stato al Lago di Vagli, quando la diga s&#8217;apre ogni dieci anni e il paese riemerge: incipriato di fango. Da allora fu solo quell&#8217;amore tiepido ma eterno della brace sotto la cenere. Attraversa cinquant&#8217;anni molto italiani: dalla maestrina madre allo spaccapietre poeta, all&#8217;amore impossibile con lo straniero al rude cavatore che diventa ballerino. Fino al lento ed oscuro disvelarsi del vero mestiere di questo nostro cantastorie, che non dirò per obbligarti all&#8217;acquisto. Sono genti e colori, brividi freddi e scoppi di calore, sapori che conosci &#8211; il biroldo &#8211; e altri che vorresti, come l&#8217;impossibile brodo d&#8217;ossa. Basterebbe la ricostruzione gastronomica di questa ricetta per rendere la Meccanica Celeste un libro indispensabile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/meccanica-celeste.jpg" rel="lightbox[13364]"><img class="size-full wp-image-13366 alignleft" title="Meccanica celeste - Maurizio Maggiani" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/meccanica-celeste.jpg" alt="" width="210" height="326" /></a>Maurizio Maggiani ha scritto una porzione non marginale delle pagine dell&#8217;ultimo dopoguerra che vale la pena di leggere. Scrive in modo plastico e villoso, entrando e uscendo da storie pieghevoli che confeziona con mano rude e ferma. Storie che grondano sudore polvere lagrime e sorrisi: inverosimili e vere, o forse per questo più vere. Cioè, vere storie, non storie vere. Ha scritto anche il secondo miglior titolo della storia della letteratura: <em>&#8220;Regina disadorna&#8221;</em>. Un titolo che racchiude in sè l&#8217;opera, senza disvelarne nemmeno un cristallo.</p>
<p>Questa &#8220;Meccanica&#8221; invece è una storia che è anche un documento, ma è anche un documentario che è anche uno studio antropologico. Disegnato con un continuo, difficile equilibrio tra le iperboli.</p>
<p>Se entra e si esce dalla narrazione con un scatto di prospettiva, quando il narratore &#8211; che è a tratti protagonista, a tratti osservatore &#8211; si mette seduto, abbassa il tono, rallenta il ritmo, cambia il timbro della voce e legge pezzi della Storia. E chiunque abbia passato più di un minuto più di una volta in Garfagnana non può rimanerne irretito.</p>
<p>A me è toccato in sorte di farla in su e in giù colla biciletta, la Garfagnana: dai tavoli odorosi di <a href="http://www.appuntidigola.it/2007/09/09/osteria-del-vecchio-mulino-castelnuovo-garfagnana-78/">Andrea</a> al Ponte &#8211; ricorre spesso nella storia quel ponte traverso &#8211; a Castelnovo Garfagnana al passo dell&#8217;Alpe di San Pellegrino, una delle pendenze più impervie di tutta l&#8217;italica ciclovia. In bicicletta ne cogli ogni respiro, ogni fremito, ed è facile ritrovarsi nei luoghi e nei luoghi comuni: nei profumi e nei refoli d&#8217;aria che s&#8217;infilano giù dai sentieri di lizza, le miniere di marmo abbandonate, il fascino incontornabile di Fabbriche di Careggine, il paese sommerso.</p>
<p>La prima volta in Garfagnana per me è stato al Lago di Vagli, quando la diga s&#8217;apre ogni dieci anni e il paese riemerge: incipriato di fango. Da allora fu solo quell&#8217;amore tiepido ma eterno della brace sotto la cenere.</p>
<p>Attraversa cinquant&#8217;anni molto italiani: dalla maestrina madre allo spaccapietre poeta, all&#8217;amore impossibile con lo straniero al rude cavatore che diventa ballerino. Fino al lento ed oscuro disvelarsi del vero mestiere di questo nostro cantastorie, che non dirò per obbligarti all&#8217;acquisto.</p>
<p>Sono genti e colori, brividi freddi e scoppi di calore, sapori che conosci &#8211; il biroldo &#8211; e altri che vorresti, come l&#8217;impossibile brodo d&#8217;ossa. Basterebbe la ricostruzione gastronomica di questa ricetta per rendere la Meccanica Celeste un libro indispensabile.</p>
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		<title>Invisible Monster, Chuck Palahniuk [6.3]</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 11:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[film, dischi, libri, spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[chuck palahniuk]]></category>
		<category><![CDATA[invisible monster]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Vale la pena di leggere questo raccapricciante racconto? La risposta è &#8220;senz&#8217;altro sì, ma&#8221;.&#8221; &#8220;Ma&#8221; significa che Palahniuk scrive meravigliosamente cose orribili. Cito a memoria: &#8220;L&#8217;uomo parlava mettendo la sigaretta dappertutto tranne in bocca&#8221;. Poche volte ho letto una costruzione altrettanto vigorosa di un uomo che gesticola, senza passare per la didascalia. Eppure l&#8217;Autore fa un uso ossessivo delle didascalie: ad ogni ingresso in scena pare che il personaggio si fermi un secondo, il tempo di far leggere il sottotitolo agli spettatori, poi ricomincia a muoversi. Come nei primi cartoni animati di mostri spaziali dal giappone. Ecco, Palahniuk ha questo modo di usare le parole di potenza devastante. E quando se ne serve per raccontare cose violente o disgustose lascia il segno. Curiosamente, questa lettura segue quella di Johnatan Coe, La Casa del Sonno, un&#8217;altra storia di uomini che diventano donne e donne che non vogliono gli uomini eccetera. Ma Palaniuk è proprio il contrario di Coe: laddove l&#8217;inglese tesse storie avvincenti e dipinge  espedienti narrativi folgoranti, salvo poi spiaggiarsi su una letteratura che ha la sua cifra espressiva nel pallore, l&#8217;americano scrive con continue esplosioni di genio storie fastidiose. Nel caso, di uomini che diventano donne e donne che non vogliono gli uomini eccetera. Questa in particola modo è una storia che smette di essere plausibile nelle prime venti righe: e se sei il tipo Okay, ho capito che nella realtà le cose non vanno così, questo è il libro per te. Esagerazioni, assurdi, iperboli, parodie. E pagine di letteratura immortale sepolte nell&#8217;immondizia umana. Certo la critica della società dell&#8217;immagine è acida, sulfurea, corrosiva. La smania d&#8217;apparire, il trionfo della bellezza, l&#8217;inutilità e il lusso, il delirio d&#8217;onnipotenza attribuito dal denaro, tutto viene passato al trinciapollo di descrizioni affilate come rasoi. Però, diamine, non siamo sempre così. Certo, la storia dell&#8217;impiegata della Posta di Capracotta è meno funambolica, ma a tratti piacerebbe credere che non è necessario scrivere favole macabre per raccontare storie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/invisible-monster.jpg" rel="lightbox[11711]"><img class="size-full wp-image-13145 alignleft" title="invisible monster" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/invisible-monster.jpg" alt="" width="207" height="301" /></a>Vale la pena di leggere questo raccapricciante racconto? La risposta è &#8220;senz&#8217;altro sì, ma&#8221;.&#8221;</p>
<p>&#8220;Ma&#8221; significa che Palahniuk scrive meravigliosamente cose orribili. Cito a memoria: <em>&#8220;L&#8217;uomo parlava mettendo la sigaretta dappertutto tranne in bocca&#8221;</em>. Poche volte ho letto una costruzione altrettanto vigorosa di un uomo che gesticola, senza passare per la didascalia. Eppure l&#8217;Autore fa un uso ossessivo delle didascalie: ad ogni ingresso in scena pare che il personaggio si fermi un secondo, il tempo di far leggere il sottotitolo agli spettatori, poi ricomincia a muoversi. Come nei primi cartoni animati di mostri spaziali dal giappone.</p>
<p>Ecco, Palahniuk ha questo modo di usare le parole di potenza devastante. E quando se ne serve per raccontare cose violente o disgustose lascia il segno.</p>
<p>Curiosamente, questa lettura segue quella di Johnatan Coe, <a title="La Casa del Sonno, Johnatan Coe" href="http://www.appuntidigola.it/2010/08/25/la-casa-del-sonno-jonathan-coe-6-7/">La Casa del Sonno</a>, un&#8217;altra storia di uomini che diventano donne e donne che non vogliono gli uomini eccetera. Ma Palaniuk è proprio il contrario di Coe: laddove l&#8217;inglese tesse storie avvincenti e dipinge  espedienti narrativi folgoranti, salvo poi spiaggiarsi su una letteratura che ha la sua cifra espressiva nel pallore, l&#8217;americano scrive con continue esplosioni di genio storie fastidiose. Nel caso, di uomini che diventano donne e donne che non vogliono gli uomini eccetera.</p>
<p>Questa in particola modo è una storia che smette di essere plausibile nelle prime venti righe: e se sei il tipo <em>Okay, ho capito che nella realtà le cose non vanno così</em>, questo è il libro per te. Esagerazioni, assurdi, iperboli, parodie. E pagine di letteratura immortale sepolte nell&#8217;immondizia umana. Certo la critica della società dell&#8217;immagine è acida, sulfurea, corrosiva. La smania d&#8217;apparire, il trionfo della bellezza, l&#8217;inutilità e il lusso, il delirio d&#8217;onnipotenza attribuito dal denaro, tutto viene passato al trinciapollo di descrizioni affilate come rasoi.</p>
<p>Però, diamine, non siamo sempre così. Certo, la storia dell&#8217;impiegata della Posta di Capracotta è meno funambolica, ma a tratti piacerebbe credere che non è necessario scrivere favole macabre per raccontare storie.</p>
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		<title>La cucina dei Tabarchini, Sergio Rossi</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 11:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[film, dischi, libri, spettacoli]]></category>
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		<description><![CDATA[La vicenda dei Tabarchini è una delle più affascinanti storie del Mediterraneo, tanto da sconfinare in che di leggendario. Affascina sia per il suo svolgimento, in epoca storica, sia per la sua collocazione attuale: questa popolazione ligure trasferita di peso a Tabarka per pescare il corallo, una comunità chiusa sull&#8217;isola tunisina per circa 200 anni con il proprio bagaglio linguistico e culturale, ricette incluse. Ovviamente la continguità con gli usi locali, i prodotti locali, gli abitanti del luogo ha prodotto un meticciato che ha seguito quella comunità nella loro seconda transumanza, quando spinti dal decadere politico economico si trasferirono di nuovo in massa nel sud della Sardegna. Oggi giungere a Carloforte &#8211; ancor più che a Calasetta &#8211; provoca un senso di commosso straniamento: un enclave in cui si parla con accento ligure questa variazione del dialetto genovese ancora integra, che solo i genovesi riescono a distinguere. Tutto sa di Genova: architettura, usi e ovviamente cucina. Perchè la cucina Tabarchina ora è contaminata non solo dalla vicenda storica, ma anche dal nuovo sopravvivere da queste parti dove non c&#8217;è corallo &#8211; almeno non abbastanza per costruirci un&#8217;economia stabile &#8211; ma c&#8217;è il tonno. Sergio Rossi, attivo nella ricerca storica gastronomica e alimentare, si è appassionato a questa emergenza unica, e ne ha scritto con la passione di &#8220;uno di loro&#8221;. Il libro è preciso, dettagliato, documentato, e riposta pagine gustosissime &#8211; in ogni senso &#8211; dedicate ai principali ingredienti e alle principali preparazioni della cucina Tabarchina Valgono il prezzo di copertina le notizie riguardanti i prezzi di mercato a Tabarka, una vera istantanea della vita cinquecentesca, e il capitolo dedicato al cuscus, e alle sue cento contaminazioni fuori e dentro la cucina Tabarchina su fino alle tradizionali preparazioni genovesi. Ingredienti locali &#8211; mai sentito parlare dei pomodori tre canti? &#8211; e importati, procedimenti, significati. C&#8217;è tutto. La confezione è curata senza essere patinata, con un abbondante corredo fotografico. Ma attenzione, le foto sono istantanee colte qua e là, senza la maniacale costruzione dell&#8217;attuale folgorazione food-ografica che impazza in rete. Per SAGEP Editore, 22,00€.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/tabarchini.jpg" rel="lightbox[13001]"><img class="size-medium wp-image-13003 alignleft" title="tabarchini" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/tabarchini-248x300.jpg" alt="" width="248" height="300" /></a>La vicenda dei Tabarchini è una delle più affascinanti storie del Mediterraneo, tanto da sconfinare in che di leggendario. Affascina sia per il suo svolgimento, in epoca storica, sia per la sua collocazione attuale: questa popolazione ligure trasferita di peso a Tabarka per pescare il corallo, una comunità chiusa sull&#8217;isola tunisina per circa 200 anni con il proprio bagaglio linguistico e culturale, ricette incluse. Ovviamente la continguità con gli usi locali, i prodotti locali, gli abitanti del luogo ha prodotto un meticciato che ha seguito quella comunità nella loro seconda transumanza, quando spinti dal decadere politico economico si trasferirono di nuovo in massa nel sud della Sardegna.</p>
<p>Oggi giungere a Carloforte &#8211; ancor più che a Calasetta &#8211; provoca un senso di commosso straniamento: un enclave in cui si parla con accento ligure questa variazione del dialetto genovese ancora integra, che solo i genovesi riescono a distinguere. Tutto sa di Genova: architettura, usi e ovviamente cucina. Perchè la cucina Tabarchina ora è contaminata non solo dalla vicenda storica, ma anche dal nuovo sopravvivere da queste parti dove non c&#8217;è corallo &#8211; almeno non abbastanza per costruirci un&#8217;economia stabile &#8211; ma c&#8217;è il tonno.</p>
<p>Sergio Rossi, attivo nella ricerca storica gastronomica e alimentare, si è appassionato a questa emergenza unica, e ne ha scritto con la passione di &#8220;uno di loro&#8221;. Il libro è preciso, dettagliato, documentato, e riposta pagine gustosissime &#8211; in ogni senso &#8211; dedicate ai principali ingredienti e alle principali preparazioni della cucina Tabarchina</p>
<p>Valgono il prezzo di copertina le notizie riguardanti i prezzi di mercato a Tabarka, una vera istantanea della vita cinquecentesca, e il capitolo dedicato al <em>cuscus</em>, e alle sue cento contaminazioni fuori e dentro la cucina Tabarchina su fino alle tradizionali preparazioni genovesi.</p>
<p>Ingredienti locali &#8211; mai sentito parlare dei pomodori<em> tre canti</em>? &#8211; e importati, procedimenti, significati. C&#8217;è tutto.</p>
<p>La confezione è curata senza essere patinata, con un abbondante corredo fotografico. Ma attenzione, le foto sono istantanee colte qua e là, senza la maniacale costruzione dell&#8217;attuale folgorazione <em>food-ografica</em> che impazza in rete.</p>
<p>Per SAGEP Editore, 22,00€.</p>
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		<title>Il Riccio, Mona Achache [7.4]</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 05:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[film, dischi, libri, spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[Il riccio]]></category>
		<category><![CDATA[josiane balasko]]></category>
		<category><![CDATA[L'eleganza del RIccio]]></category>
		<category><![CDATA[mona achache]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono certe opere che si estendono e si esauriscono nel titolo. Ce ne sono altre che nel titolo evocano un&#8217;acchiappanza che non si diluisce fino quando non l&#8217;hai tra le mani, l&#8217;opera. Soprattutti i libri: mi è capitato con Ogni cosa è illuminata, con Regina disadorna, per dire. E, certo, per L&#8217;eleganza del riccio come per La strategia della lumaca. Belli, i titoli, tanto da sostenere tutta l&#8217;espressività in una riga. Per questo la scelta della produzione italiana di ridurre il titolo a &#8220;Il Riccio&#8221;, assai meno evocativo dell&#8217;originale, è coraggiosa e in fondo apprezzabile. La pellicola è francese fino al midollo, dal primo fotogramma all&#8217;ultimo piano e sequenza. Francese nel ritmo, nell&#8217;andare, nel taglio, nel discorso. Ed è bella. Tanto che ti lascia dimenticare che a undici anni nessuno disegna così, nessuno pensa quei pensieri, e che qui fuori le cose non vanno così. Basta quel sopore inframmezzato di sospiri, come quando sali le scale a fatica per la decima volta. Tanto bella da dimentica che in fondo si tratta di un altro film sulla famiglia cattiva, che noi genitori ormai viviamo con un&#8217;ansia da prestazione fitta e persistente. Piace l&#8217;ambiente fatto di due stanze, l&#8217;inquadratura sempre da sottinsù. Il recitato asciutto e vibrante di di Josanie Balasko è francese, la nevrastenia della mamma di Palomà è schiettamente francese così come il brusco distacco del potente e ricco padre. Giocato su figure che paiono icone, ma con una levità ed una fluidità che vale preziosi. Poi il film deraglia, e mozza il fiato in gola. Ma per questo conviene vederlo: al cinema.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/il-riccio.jpg" rel="lightbox[11715]"><img class="size-full wp-image-12189 alignleft" title="Il RIccio" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/il-riccio.jpg" alt="" width="293" height="420" /></a>Ci sono certe opere che si estendono e si esauriscono nel titolo. Ce ne sono altre che nel titolo evocano un&#8217;acchiappanza che non si diluisce fino quando non l&#8217;hai tra le mani, l&#8217;opera. Soprattutti i libri: mi è capitato con Ogni cosa è illuminata, con Regina disadorna, per dire. E, certo, per L&#8217;eleganza del riccio come per La strategia della lumaca.</p>
<p>Belli, i titoli, tanto da sostenere tutta l&#8217;espressività in una riga. Per questo la scelta della produzione italiana di ridurre il titolo a &#8220;Il Riccio&#8221;, assai meno evocativo dell&#8217;originale, è coraggiosa e in fondo apprezzabile.</p>
<p>La pellicola è francese fino al midollo, dal primo fotogramma all&#8217;ultimo piano e sequenza. Francese nel ritmo, nell&#8217;andare, nel taglio, nel discorso. Ed è bella.</p>
<p>Tanto che ti lascia dimenticare che a undici anni nessuno disegna così, nessuno pensa quei pensieri, e che qui fuori le cose non vanno così. Basta quel sopore inframmezzato di sospiri, come quando sali le scale a fatica per la decima volta. Tanto bella da dimentica che in fondo si tratta di un altro film sulla famiglia cattiva, che noi genitori ormai viviamo con un&#8217;ansia da prestazione fitta e persistente.</p>
<p>Piace l&#8217;ambiente fatto di due stanze, l&#8217;inquadratura sempre da sottinsù. Il recitato asciutto e vibrante di di Josanie Balasko è francese, la nevrastenia della mamma di Palomà è schiettamente francese così come il brusco distacco del potente e ricco padre. Giocato su figure che paiono icone, ma con una levità ed una fluidità che vale preziosi.</p>
<p>Poi il film deraglia, e mozza il fiato in gola. Ma per questo conviene vederlo: al cinema.</p>
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		<title>La solitudine dei numeri primi, Saverio Costanzo [4.0]</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 10:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[film, dischi, libri, spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[isabella rossellini]]></category>
		<category><![CDATA[la solitudine dei numeri primi]]></category>
		<category><![CDATA[saverio costanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono dei titoli che sovrastano l&#8217;opera che dovrebbero solamente introdurre: altri che addirittura la annichiliscono. Un esempio? L&#8217;insostenibile leggerezza dell&#8217;essere, di cui non ricordo nemmeno una parola ma potrei citare il titolo a braccio non meno di cento volte il giorno; oppure Il senso di Smilla per la neve, che invece ricordo perfettamente, quasi parola per parola, ma non perchè sia un&#8217;opera immortale, ma perchè lo lessi tutto d&#8217;un fiato su un interminabile traghetto da Lombok a Labuanbajo, interrompendomi solo un attimo in vista di Komodo. Ecco questo film ha questo richiamo, di un titolo inestimabile: poco importa che sia preso di peso dal libro (che non ho letto) di cui la pellicola pare trasposizione fedele. Ora vediamo di non sparare sulla croceròssa: il curriculum di Saverio Costanzo è ampio e brillante, con quel cognome pesante. Ti verranno in mente, le mille interviste di celebri figli di celebri padri che immancabilmente terminavano con &#8220;Certo, il cognome che porto è stato un peso per me, perchè tutti si aspettano di più&#8221;, e tu che sei lì con il tuo cognome di padre falegname e il tuo manoscritto nel cestino dici, Vabè, allora con un cognome da falegname dovrebbero già avermi dato il Nobel. E invece tenti di arrivare in fondo ad questa sconclusionata storia di esseri umani grondante liquidi organici di ogni forma e costume, con questi uomini e donne deformi e malsani, con un senso di disagio che non è solo il fastidio di una storia disturbante. E ti chiedi: ma nel venti dieci abbiamo ancora bisogno &#8211; qui ed ora &#8211; di sentirci raccontare storie di genitori cattivi ma così cattivi che pensano solo a guadagnarsi da vivere come possono? Già, così cattivi che tentano di sopravvivere al quotidiano. Così cattivi che sarebbero quasi normali, se non fossero dilatati, sfatti, crivellati di luoghi comuni da ridursi a macchiette. Il sartino e l&#8217;agente di commercio, con quel parlato strascinato vagamente lombardo-efficientista. Non diremo dunque di una recitazione glabra fino al malessere &#8211; lodevole eccezione, la Rossellini nella sua onesta vecchiezza -  con ragazzini che girano per lo schermo con movenze da adulti, e giovani adulti che non si scollano dalla maschera di se stessi. Non diremo di un montaggio che a tratti raggiunge larghezze soporifere, non ostante i brucianti drammi che si consumano sullo schermo. Non diremo di una regia squinternata che sbanda lo spettatore fino a fargli perdere l&#8217;orizzonte: ma per confusione, non per riflessione. Non diremo di una fotografia sbrindellata, che prende di punta la luce come manciate di sabbia da lanciare in faccia all&#8217;osservatore, o di quella colonna sonora che ti stupirai forte essere opera di Mike Patton. Non so quanto il film sia debitore del volume, ma so per certo che seduto davanti ai titoli di coda hai l&#8217;impressione che quella bicromia sintetizzi tutte le dimensioni del film: due colori attigui, quasi illeggibili: nero, e blu.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/solitudine.jpg" rel="lightbox[11377]"><img class="size-medium wp-image-11380 alignleft" title="La solitudine dei numeri primi" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/solitudine-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>Ci sono dei titoli che sovrastano l&#8217;opera che dovrebbero solamente introdurre: altri che addirittura la annichiliscono. Un esempio? L&#8217;insostenibile leggerezza dell&#8217;essere, di cui non ricordo nemmeno una parola ma potrei citare il titolo a braccio non meno di cento volte il giorno; oppure Il senso di Smilla per la neve, che invece ricordo perfettamente, quasi parola per parola, ma non perchè sia un&#8217;opera immortale, ma perchè lo lessi tutto d&#8217;un fiato su un interminabile traghetto da Lombok a Labuanbajo, interrompendomi solo un attimo in vista di Komodo.</p>
<p>Ecco questo film ha questo richiamo, di un titolo inestimabile: poco importa che sia preso di peso dal libro (che non ho letto) di cui la pellicola pare trasposizione fedele.</p>
<p>Ora vediamo di non sparare sulla croceròssa: il curriculum di Saverio Costanzo è ampio e brillante, con quel cognome pesante. Ti verranno in mente, le mille interviste di celebri figli di celebri padri che immancabilmente terminavano con <em>&#8220;Certo, il cognome che porto è stato un peso per me, perchè tutti si aspettano di più&#8221;</em>, e tu che sei lì con il tuo cognome di padre falegname e il tuo manoscritto nel cestino dici, Vabè, allora con un cognome da falegname dovrebbero già avermi dato il Nobel.</p>
<p>E invece tenti di arrivare in fondo ad questa sconclusionata storia di esseri umani grondante liquidi organici di ogni forma e costume, con questi uomini e donne deformi e malsani, con un senso di disagio che non è solo il fastidio di una storia disturbante. E ti chiedi: ma nel venti dieci abbiamo ancora bisogno &#8211; qui ed ora &#8211; di sentirci raccontare storie di genitori cattivi ma così cattivi che pensano solo a guadagnarsi da vivere come possono? Già, così cattivi che tentano di sopravvivere al quotidiano. Così cattivi che sarebbero quasi normali, se non fossero dilatati, sfatti, crivellati di luoghi comuni da ridursi a macchiette. Il sartino e l&#8217;agente di commercio, con quel parlato strascinato vagamente lombardo-efficientista.</p>
<p>Non diremo dunque di una recitazione glabra fino al malessere &#8211; lodevole eccezione, la Rossellini nella sua onesta vecchiezza -  con ragazzini che girano per lo schermo con movenze da adulti, e giovani adulti che non si scollano dalla maschera di se stessi. Non diremo di un montaggio che a tratti raggiunge larghezze soporifere, non ostante i brucianti drammi che si consumano sullo schermo. Non diremo di una regia squinternata che sbanda lo spettatore fino a fargli perdere l&#8217;orizzonte: ma per confusione, non per riflessione.</p>
<p>Non diremo di una fotografia sbrindellata, che prende di punta la luce come manciate di sabbia da lanciare in faccia all&#8217;osservatore, o di quella colonna sonora che ti stupirai forte essere opera di Mike Patton.</p>
<p>Non so quanto il film sia debitore del volume, ma so per certo che seduto davanti ai titoli di coda hai l&#8217;impressione che quella bicromia sintetizzi tutte le dimensioni del film: due colori attigui, quasi illeggibili: nero, e blu.</p>
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		<title>La casa del Sonno, Jonathan Coe [6.7]</title>
		<link>http://www.appuntidigola.it/2010/08/25/la-casa-del-sonno-jonathan-coe-6-7/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 05:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[film, dischi, libri, spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[Jonathan Coe]]></category>
		<category><![CDATA[la casa del sonno]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Non è aritmetica: sovvertendo l&#8217;ordine dei fattori, il risultato&#8230; mah. Leggo questo dopo La pioggia prima che cada e mi trovo tra le mani la sua bella copia. Ma letti in ordine inverso, credo facciano diverso. Allora: J.Coe scrive una narrativa *brillante*. Fluida: è un virtuoso della narrazione, tanto da cadere spesso preda di una specie di narcisismo letterario. I suoi guardamammasenzamanismi, per dirla con un altro bel tomo (Forster Wallace) sono là la ricostruzione della storia sulla storia di un mazzo di fotografie; qui con questi frammenti ben ordinati, capitoli pari nel tempo andato e capitoli dispari nel tempo presente: o forse viceversa, per quel che conta. Quello che potrebbe far discutere un lettore che si ubriachi di tecnica narrativa è che il romanzo si giuochi su un espediente, e si risolva con un pretesto. L&#8217;espediente è appunto una narrazione singultante, che acchiappa senza esitazione a pagina 1 e molla alla fine. Il punto debole dell&#8217;espediente e che per mantenere elevata la tensione occorre insufflare nel disegno un numero così inverosimile di coincidenze che poi alla fine occorre un pretesto per riallacciare tutto. Non il realismo, che si abbandona già molte pagine prima, ma una sventagliata di colpi di scena che tramortiscono e in fondo anestetizzano anche il lettore di buona volontà. Così quando arriva l&#8217;eruzione vulcanica su cui si regge tutto risulta ovattata, come un sussurro nelle orecchie martoriate da un concerto heavy metal. Non si dice il perchè e il percome, perchè &#8220;La Casa del Sonno&#8221; va letto: è un bel pezzo molto british, con pagine imperdibili come la rieducazione dei medici &#8211; manager da parte di ragazzini appena &#8220;masterizzati&#8221;. Anche se pure in questo frangente l&#8217;aspetto macchiettistico prevale sulla giusta e faconda satira di costume, come si sarebbe detto un trentacinque anni fa. Meno interessante il versante linguistico, anche se le pagine dedicate all&#8217;interpretazione psicanalitica del linguaggio della protagonista devono essere state un bel rompicapo per il traduttore. Anyway, nella versione italiana il libro scorre via senza asperità, e non è un pregio: senza scosse, e non è un complimento; senza brividi, e non è necessariamente un male. Laddove cerchi la poesia, incontri un approccio &#8211; appunto &#8211; vagamente aritmetico, così esatto. Non prevedibile, ma predestinato. Magari quella patina d&#8217;accoglienza nei confronti dell&#8217;omosessualità, quell&#8217;approccio così tollerante ecco, quello stride. Perchè il tollerare ahimè, non è accettare as is.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/La-casa-del-sonno.jpg" rel="lightbox[10878]"><img class="size-full wp-image-10879 alignleft" title="La casa del Sonno, Jonathan Coe [6.7]" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/La-casa-del-sonno.jpg" alt="" width="250" height="393" /></a>Non è aritmetica: sovvertendo l&#8217;ordine dei fattori, il risultato&#8230; mah. Leggo questo dopo <a href="http://www.appuntidigola.it/2009/06/05/la-pioggia-prima-che-cada-jonathan-coe-50/">La pioggia prima che cada</a> e mi trovo tra le mani la sua bella copia. Ma letti in ordine inverso, credo facciano diverso.</p>
<p>Allora: J.Coe scrive una narrativa *brillante*. Fluida: è un virtuoso della narrazione, tanto da cadere spesso preda di una specie di narcisismo letterario. I suoi <em>guardamammasenzamanismi</em>, per dirla con un altro bel tomo (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/David_Foster_Wallace" target="_blank">Forster Wallace</a>) sono <em>là </em>la ricostruzione della storia sulla storia di un mazzo di fotografie; <em>qui </em>con questi frammenti ben ordinati, capitoli pari nel tempo andato e capitoli dispari nel tempo presente: o forse viceversa, per quel che conta.</p>
<p>Quello che potrebbe far discutere un lettore che si ubriachi di tecnica narrativa è che il romanzo si giuochi su un <em>espediente</em>, e si risolva con un <em>pretesto</em>. L&#8217;espediente è appunto una narrazione singultante, che acchiappa senza esitazione a pagina 1 e molla alla fine. Il punto debole dell&#8217;<em>espediente </em>e che per mantenere elevata la tensione occorre insufflare nel disegno un numero così inverosimile di coincidenze che poi alla fine occorre un <em>pretesto </em>per riallacciare tutto. Non il realismo, che si abbandona già molte pagine prima, ma una sventagliata di colpi di scena che tramortiscono e in fondo anestetizzano anche il lettore di buona volontà. Così quando arriva l&#8217;eruzione vulcanica su cui si regge tutto risulta ovattata, come un sussurro nelle orecchie martoriate da un concerto <em>heavy metal</em>.</p>
<p>Non si dice il perchè e il percome, perchè &#8220;La Casa del Sonno&#8221; va letto: è un bel pezzo molto <em>british</em>, con pagine imperdibili come la rieducazione dei medici &#8211; manager da parte di ragazzini appena &#8220;masterizzati&#8221;. Anche se pure in questo frangente l&#8217;aspetto macchiettistico prevale sulla giusta e faconda satira di costume, come si sarebbe detto un trentacinque anni fa.</p>
<p>Meno interessante il versante linguistico, anche se le pagine dedicate all&#8217;interpretazione psicanalitica del linguaggio della protagonista devono essere state un bel rompicapo per il traduttore. Anyway, nella versione italiana il libro scorre via senza asperità, e non è un pregio: senza scosse, e non è un complimento; senza brividi, e non è necessariamente un male. Laddove cerchi la poesia, incontri un approccio &#8211; appunto &#8211; vagamente aritmetico, così esatto. Non prevedibile, ma predestinato.</p>
<p>Magari quella patina d&#8217;accoglienza nei confronti dell&#8217;omosessualità, quell&#8217;approccio così tollerante ecco, quello stride. Perchè il tollerare ahimè, non è accettare <em>as is</em>.</p>
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		<title>Il Piccolo Nicolas e i suoi genitori, Laurent Tirard [6.9]</title>
		<link>http://www.appuntidigola.it/2010/04/04/il-piccolo-nicolas-e-i-suoi-genitori-laurent-tirard/</link>
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		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 21:13:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[film, dischi, libri, spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[frammenti & detriti]]></category>
		<category><![CDATA[Asterix]]></category>
		<category><![CDATA[Goscinny]]></category>
		<category><![CDATA[Il Piccolo Nicola e i suoi genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Kad Merad]]></category>
		<category><![CDATA[Le Petit Nicolas]]></category>

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		<description><![CDATA[Non c&#8217;è bisogno che vi facciate trascinare al cinema dai vostri PEU [Piccoli Esseri Umani] per vedere il Piccolo Nicolas. Il titolo originale, come spesso accade, non ha quella pelosità bovina dalla ns traduzione, che noi qui in Italia la mamma dobbiamo cacciarla dentro in ogni manifestazione umana. Perchè Le Petit Nicolas può sembrare un film sciocchino su come i piccini vedono il mondo dei genitori solo ad una lettura con occhi foderati di speck. Le Petit Nicolas è un film arguto, a tratti intelligentemente disagevole su come i grandi credono che i piccini vedano il mondo dei grandi. E nei sottotitoli invisibili c&#8217;è scritto &#8220;ma non è così&#8221;. Certo, c&#8217;è il richiamo irresistibile di Kad Merad, un caratterista di taglia epica che sa rendere comiche le situazioni più amarevoli, con un tocco di autoironia e di arguzia corrosiva che da tempo non si vedeva. E non solo perchè era il protagonista dell&#8217;altro botto di risate d&#8217;oltralpe, quel &#8220;giù al Nord&#8221; che ci ha restituito le risate francesi da molto tempo scomparse dagli schermoni. Varrebbe la pena di vederlo solo perla scena della cena, con il principale del marito un po&#8217; sfigato e la moglie col perenne complesso di inferiorità alle prese con: l&#8217;astice alla maionese. La quintessenza del cibo da parvenù. Per stavolta non avrete disagi esistenzali, stupri, squartamente, squilibri psichici, geometrie sentimentali sbilenche, prove di paranoia poetica, gelosie omosessuali, carceri sovraffollate, emarginati migranti, miliardari infelici, bimbi violati: solo un filmetto che regala qualche risata. MIca patate. Il film è un adattamento per il cinema delle storie di Nicolas, malamente accostato al Giovannino Stoppani di Vamba (Gianburrasca). L&#8217;autore, Goscinny, è anche il creatore delle storie di Asterix e Obelix, che fanno un piccolo cameo particolarmente gustoso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/nicolas-e-i-suoi-genitori1.jpg" rel="lightbox[9429]"><img class="alignleft size-medium wp-image-9432" title="nicolas e i suoi genitori" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/nicolas-e-i-suoi-genitori1-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></a>Non c&#8217;è bisogno che vi facciate trascinare al cinema dai vostri PEU [Piccoli Esseri Umani] per vedere il Piccolo Nicolas. Il titolo originale, come spesso accade, non ha quella pelosità bovina dalla ns traduzione, che noi qui in Italia la mamma dobbiamo cacciarla dentro in ogni manifestazione umana. Perchè Le Petit Nicolas può sembrare un film sciocchino su come i piccini vedono il mondo dei genitori solo ad una lettura con occhi foderati di speck. Le Petit Nicolas è un film arguto, a tratti intelligentemente disagevole su come i grandi credono che i piccini vedano il mondo dei grandi. E nei sottotitoli invisibili c&#8217;è scritto &#8220;ma non è così&#8221;.<br />
Certo, c&#8217;è il richiamo irresistibile di Kad Merad, un caratterista di taglia epica che sa rendere comiche le situazioni più amarevoli, con un tocco di autoironia e di arguzia corrosiva che da tempo non si vedeva. E non solo perchè era il protagonista dell&#8217;altro botto di risate d&#8217;oltralpe, quel &#8220;giù al Nord&#8221; che ci ha restituito le risate francesi da molto tempo scomparse dagli schermoni.<br />
Varrebbe la pena di vederlo solo perla scena della cena, con il principale del marito un po&#8217; sfigato e la moglie col perenne complesso di inferiorità alle prese con: l&#8217;astice alla maionese. La quintessenza del cibo da <em>parvenù</em>.<br />
Per stavolta non avrete disagi esistenzali, stupri, squartamente, squilibri psichici, geometrie sentimentali sbilenche, prove di paranoia poetica, gelosie omosessuali, carceri sovraffollate, emarginati migranti, miliardari infelici, bimbi violati: solo un filmetto che regala qualche risata. MIca patate.</p>
<p>Il film è un adattamento per il cinema delle storie di Nicolas, malamente accostato al Giovannino Stoppani di Vamba (Gianburrasca). L&#8217;autore, Goscinny, è anche il creatore delle storie di Asterix e Obelix, che fanno un piccolo cameo particolarmente gustoso.</p>
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		<title>Alice in Wonderland, di Tim Burton [10.0]</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 13:15:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Caffarri</dc:creator>
				<category><![CDATA[film, dischi, libri, spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[Alice in Wonderland]]></category>
		<category><![CDATA[Anne Hathaway]]></category>
		<category><![CDATA[Disney]]></category>
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		<description><![CDATA[Amerai Alice fin dal primo momento: quando compare il sorriso al termine del suo incubo, tra le mani amorevoli del padre. La amerai definitivamente quando brillerà d&#8217;azzurro, fresca come un petalo di miosotis crudamente contrapposta alla cartapecora del volto &#8211; e dell&#8217;intelletto &#8211; della madre. E vorrai essere il Cappellaio fin dal primo momento che lo vedrai: vorrai avere i suoi occhi gialli e i suoi capelli rossi elettrici. E vorrai avere uno Stregatto per casa, non appena lo vedrai evaporare. Vorrai avere la Bigralance per le mani, con cui combattere tutti i Ciciarampa del mondo &#8211; magari anche quelli che ti rubano le biciclette nuove &#8211; con l&#8217;armatura adamantina. Vorrai avere un Grafobrancio in cantina, per combattere la tua Regina Rossa, la Caledetta Mapocciona, e vorrai abitare il castello della Regina Bianca dove c&#8217;è solo luce e anche l&#8217;ombra risplende. E vorresti che non finisse mai, che qui 108 minuti fossero anni: perchè in quell&#8217;oretta emmezzo ci sono più idee di una intera stagione di cinematografie mondiali. Tim Burton prende il mondo, lo fagocita e lo scolpisce con una fantasia rutilante, spessa, pentadimensionale. Ogni scena sa avere cento piani di lettura, ogni immagine regala una foresta di particolari così fitta da provocare pura ebbrezza. La ricostruzione digitale è così perfettamente integrata con i dialoghi surreali a volte iperreali altre, l&#8217;ironia sottile e sdrucciolevole è così coinvolgente da lasciare tatuaggi emotivi squassanti, che solo i cuori di pietra potranno non cogliere. Il cast è di bravura somma: Johnny Depp rasenta il sovrumano, riuscendo a diventare comunicativo anche con le  espressione più catatoniche. La giovine e semisconosciuta Mia Wasikowska è solidamente perfetta. La Bonam Carter indescrivibile, con quel suo grido ossessivo &#8220;Tagliategli la testa!&#8221;. Anche Anne Hathaway azzecca la parte con quell&#8217;espressione finta, ma non falsa. I personaggi digitali sono irresistibili, a partire dal Bianconiglio che ha un&#8217;espressività anche psicologica da vero caratterista. Finzione, mai falsità dentro il rocambolesco schermo di Alice. Una interpretazione del classico che tocca i generi dal Vaudeville all&#8217;Epico, con una felicità ed una freschezza creativa che non si vedeva da un pezzo, in nessun angolo del globo. Varrebbe il biglietto il solo minuto della Stanza con le Porte, ricca di un simbolismo espressionista così fitto da disorientare assai più i grandi dei piccini, un omaggio ossequioso più che osservante alla fantasia lisergica di Lewis Carrol. Nemmeno il finale felice molto à la Disney riesce ad essere imperfetto: perchè lascia comunque un senso di sospensione così tenero da lucidare gli occhi: almeno fino al prossimo giorno Gioiglorioso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/alice.jpg" rel="lightbox[9107]"><img class="alignleft size-medium wp-image-9108" title="Alice di Tim Burton" src="http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/alice-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Amerai Alice fin dal primo momento: quando compare il sorriso al termine del suo incubo, tra le mani amorevoli del padre. La amerai definitivamente quando brillerà d&#8217;azzurro, fresca come un petalo di miosotis crudamente contrapposta alla cartapecora del volto &#8211; e dell&#8217;intelletto &#8211; della madre. E vorrai essere il Cappellaio fin dal primo momento che lo vedrai: vorrai avere i suoi occhi gialli e i suoi capelli rossi elettrici. E vorrai avere uno Stregatto per casa, non appena lo vedrai evaporare.<br />
Vorrai avere la Bigralance per le mani, con cui combattere tutti i Ciciarampa del mondo &#8211; magari anche quelli che ti rubano le biciclette nuove &#8211; con l&#8217;armatura adamantina. Vorrai avere un Grafobrancio in cantina, per combattere la tua Regina Rossa, la Caledetta Mapocciona, e vorrai abitare il castello della Regina Bianca dove c&#8217;è solo luce e anche l&#8217;ombra risplende.<br />
E vorresti che non finisse mai, che qui 108 minuti fossero anni: perchè in quell&#8217;oretta emmezzo ci sono più idee di una intera stagione di cinematografie mondiali. Tim Burton prende il mondo, lo fagocita e lo scolpisce con una fantasia rutilante, spessa, pentadimensionale. Ogni scena sa avere cento piani di lettura, ogni immagine regala una foresta di particolari così fitta da provocare pura ebbrezza.<br />
La ricostruzione digitale è così perfettamente integrata con i dialoghi surreali a volte iperreali altre, l&#8217;ironia sottile e sdrucciolevole è così coinvolgente da lasciare tatuaggi emotivi squassanti, che solo i cuori di pietra potranno non cogliere.<br />
Il cast è di bravura somma: Johnny Depp rasenta il sovrumano, riuscendo a diventare comunicativo anche con le  espressione più catatoniche. La giovine e semisconosciuta Mia Wasikowska è solidamente perfetta. La Bonam Carter indescrivibile, con quel suo grido ossessivo &#8220;Tagliategli la testa!&#8221;. Anche Anne Hathaway azzecca la parte con quell&#8217;espressione finta, ma non falsa. I personaggi digitali sono irresistibili, a partire dal Bianconiglio che ha un&#8217;espressività anche psicologica da vero caratterista.<br />
Finzione, mai falsità dentro il rocambolesco schermo di Alice. Una interpretazione del classico che tocca i generi dal Vaudeville all&#8217;Epico, con una felicità ed una freschezza creativa che non si vedeva da un pezzo, in nessun angolo del globo. Varrebbe il biglietto il solo minuto della Stanza con le Porte, ricca di un simbolismo espressionista così fitto da disorientare assai più i grandi dei piccini, un omaggio ossequioso più che osservante alla fantasia lisergica di Lewis Carrol.<br />
Nemmeno il finale felice molto <em>à la Disney</em> riesce ad essere imperfetto: perchè lascia comunque un senso di sospensione così tenero da lucidare gli occhi: almeno fino al prossimo giorno Gioiglorioso.</p>
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