La casa del Sonno, Jonathan Coe [6.7]
Non è aritmetica: sovvertendo l’ordine dei fattori, il risultato… mah. Leggo questo dopo La pioggia prima che cada e mi trovo tra le mani la sua bella copia. Ma letti in ordine inverso, credo facciano diverso.
Allora: J.Coe scrive una narrativa *brillante*. Fluida: è un virtuoso della narrazione, tanto da cadere spesso preda di una specie di narcisismo letterario. I suoi guardamammasenzamanismi, per dirla con un altro bel tomo (Forster Wallace) sono là la ricostruzione della storia sulla storia di un mazzo di fotografie; qui con questi frammenti ben ordinati, capitoli pari nel tempo andato e capitoli dispari nel tempo presente: o forse viceversa, per quel che conta.
Quello che potrebbe far discutere un lettore che si ubriachi di tecnica narrativa è che il romanzo si giuochi su un espediente, e si risolva con un pretesto. L’espediente è appunto una narrazione singultante, che acchiappa senza esitazione a pagina 1 e molla alla fine. Il punto debole dell’espediente e che per mantenere elevata la tensione occorre insufflare nel disegno un numero così inverosimile di coincidenze che poi alla fine occorre un pretesto per riallacciare tutto. Non il realismo, che si abbandona già molte pagine prima, ma una sventagliata di colpi di scena che tramortiscono e in fondo anestetizzano anche il lettore di buona volontà. Così quando arriva l’eruzione vulcanica su cui si regge tutto risulta ovattata, come un sussurro nelle orecchie martoriate da un concerto heavy metal.
Non si dice il perchè e il percome, perchè “La Casa del Sonno” va letto: è un bel pezzo molto british, con pagine imperdibili come la rieducazione dei medici – manager da parte di ragazzini appena “masterizzati”. Anche se pure in questo frangente l’aspetto macchiettistico prevale sulla giusta e faconda satira di costume, come si sarebbe detto un trentacinque anni fa.
Meno interessante il versante linguistico, anche se le pagine dedicate all’interpretazione psicanalitica del linguaggio della protagonista devono essere state un bel rompicapo per il traduttore. Anyway, nella versione italiana il libro scorre via senza asperità, e non è un pregio: senza scosse, e non è un complimento; senza brividi, e non è necessariamente un male. Laddove cerchi la poesia, incontri un approccio – appunto – vagamente aritmetico, così esatto. Non prevedibile, ma predestinato.
Magari quella patina d’accoglienza nei confronti dell’omosessualità, quell’approccio così tollerante ecco, quello stride. Perchè il tollerare ahimè, non è accettare as is.

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