IGT Lambrusco dell’Emilia “Rosso del Fante” – Fantesini s.a. [7.0]

Producteur Recoltant, dalla piana-non-pianura di Bibbiano RE, una piccola azienda che tratta la propria uva in casa, da terra a cielo: il “Fante” si trova in negozio ad un prezzo fantasmagorico per questi numeri e questo livello qualitativo. Dicesi 3 euri tondi.
TRattato in autoclave con molto rispetto per i tempi e la naturale evoluzione dei mosti, il blend di Grasparossa, Maestri, Ancellotta spruzza una schiuma fervida e ribollente, un cappuccio fuxia sorridente appoggiato delicatamente su un corpo neroblù.
Con calma anche la corona si ritira, con riflessi viola molto intensi. Tondo il naso frutto floreale, non esente da una certa vinosità di fondo. Non cristallino ma: di più, arricchito da qualche gibbosità quasi stramatura, quasi fermentata come di tabacco.
La bocca èp sincera, accolta subito da un abbraccio potente, con tannini non banali e una sensazione piacevolmente amarevole.
Largo nel mezzo, con inserti dolci imprevisti, con una spina rutilante e un graffio appena accennato d’acidità.
Bel bicchiere: imperfetto se vuoi, ma gaio, generoso e bevibilissimo. Per tutti, in attesa di provare il rifermentato in bottiglia della stessa Azienda.

Champagne Brut Nature “Sans Soufre” – Drappier s.a. [9.0]

Zero solfiti, zero dosaggio, solo Pinot Nero, degorgiato a luglio 2009, non filtrato: che meraviglia.
Uno champagne sans anneè giallo pieno, con una risongiva intensa, fitta: non finissima al calibro ma generosa e bella.
Il naso è al contempo rotondo e puntuto: con tutte le frutta e i fichi secchi al loro posto, un burrismo intenso e vigoroso, maturo, lungo.
Incredibilmente bevibile, ha una densità più aromatica che di polpa: ne vorresti ancora e di puù, tanto l’appagamento è totale. Con quel sorso così ricco e cremoso nel mezzo, così ampio ed armonico ai lati. Lunghissimo il finale, degno di lasciare un consistente stordimento, ma ebbro e felice.
Fantastico.

Stupor Mundi Carbone ‘cinque e ‘sei: un Aglianico in verticale.

Pare che dalle parti di Melfi piacciano i vini all’impiedi. Dev’essere così perchè questi Aglianico, pur robustamente solidi e concreti conservano una tensione verticale spettacolare, a tratti pirotecnica

Condizioni di degustazione
Ho conservato i due flaconi di Stupor Mundi in cantina per un paio di mesi, a riposo. Oggi in casa rombavano 27° Celsius belli tondi, e l’Aglianico non può essere trattato a tale temperatura ambiente. Perciò le bottiglie sono state refrigerate per un’ora emmezza e poi prelevate dal frigo, aperte e fatte rifiatare per almeno mezz’ora. Il risultato era che il vino era perfetto al palato e ricco al naso. Un po’ di maltrattamenti, ma a fin di bene.

Confronto
I due millesimi sono pressochè indistinguibili all’occhio, salvo un’anticchia di profondità in più per il ’5, appena più fitto. Anche la tensione glicerica è sostanzialmente simile: solo leggermente più dinamica per il ’6.
Decisa la differenza al naso a bottiglia appena aperta e vino appena versato. Poi un quarto d’ora d’aria allarga gli orizzonti e avvicina i comportamenti. Con l’ossigenazione il ’6 appare più fruttoso, con ancora una virgola di succo d’uva risplendente. Molto più adulto e “fungoso” il ’5.
Ad un primo frettoloso abboccamento la differenza è evidente: un potente corredo tannico per entrambi, ma il ’6 conserva qualche astringenza pur sorretta da un volta alcoolica nitida e cristallina. Il ’5 invece estrae una linea d’eleganza lunga e lucida – smooth - di una certa persistenza.

Stupor Mundi 2005
Il Mundi è Aglianico vero. Tinge il bicchiere, e dopo la bevuta ha ancora il coraggio di esalare – a bicchere vuoto – espressioni di vinaccia, di vaniglia in baccelli larghe e precise.
Mentre rotea nel bicchiere scatena profumi arcani, compiuti. Piange lagrime rarefatte ma regolari, con i suoi archi a sesto basso. Profuma di quelle mattine in cui i cercatori di funghi finalmente trovano: quell’istante esatto in cui il porcino esce dalle foglie umide. Solo il finale resta uncinato d’alcool, secoli dopo.
Il sorso è spesso, ma non grasso, anzi ha una vena di sussiego in attesa di quel centro letteralmente esplosivo.
Privo di gradini indulgenti, procede con tratti di vigorìa verso il termine, molto distante.
Stupor Mundi 2006
Appena marezzato di un riflesso scarlatto, un po’ meno pigmentato del fratello maggiore, risulta anche meno angolato al naso. Sulla linea di un ricordo di mosto d’uva ecco una vena di erbe dell’orto: qualche scintilla di timo, di salvia fresca, intermittenti. In uscita emerge una percezione come di segatura bagnata – quella che si metteva nelle scuole quando pioveva – ad anticipare l’assaggio. Ruvido, archivoltato da una tensione quasi elettrica, vine poi nel mezzo ruspante come i movimenti degli adolescenti. Un bicchiere ancora precoce, che cerca un amalgama verso il finale con una chiusura rapida, in cui il succo s’appropria del palato.

Conclusioni.
Bei bicchieri di Lucania vulcanica profonda, forti e mai meno che bevibili. Bella interpretazione tel quel del rugoso vitigno in purezza. Giusto uscirli sul mercato dopo tre anni, perchè anche il ’5 è ancora propri oinmezzo alla sua parabola. I brividi d’eleganza che si colgono lo proiettano in un futuro luminoso. Forse il ’6 non lo sarà altrettanto: ci adatteremo a berlo l’anno prossimo.

DOCG Franciacorta Satèn – Donna Lucia s.a. [7.0]

Non ha millesimo questo bicchiere solare, quasi focoso, entusiasta della schiuma di calibri disomogenei. Facili a ritirarsi, e rapidi.
Giallo e denso, favillante di foglie d’oro.
Il naso è maturo, quasi rampinato ad una nota speziata dai fianchi larghi, a ricordre anche il baccello della vaniglia e il rotolo di cannella. Appena ripiegato in freschezza, cesella un’espressione alcoolica e il frutto.
Sale fin che vuoi nell’assaggio, in partenza e in arrivo. Poi quella bocca tonda, meno leggera di quanto potresti pensare in un satèn, s’offre in quel centro martellato, rotolante, con quel finale squillante e tenuto.
Gustoso.

TerroirVino 2010: assaggi.

Sette Giugno VentiDieci, alle ore dieci si salgono le scale mobili che portano alle grandi sale dove sono ariosamente in rassegna i produttori: 150. Non riuscirai mai a visitarne nemmeno una parte frazionale. Conscio di ciò ti inoltri tra le trincee, guardando nomi noti e ignoti, attratto soprattutto dai secondi. Scorro i suggerimenti di due dei miei fari enoici: Enofaber e Tirebouchon hanno preparato le loro guide for dummies, per non perdere troppo tempo di qua edi là. Ho usato i nomi di battaglia, e non quelli anagrafici, come un abbraccio tra commilitoni. Due – tra tanti eh – infaticabili speleologi dell’inconsueto. Dunque: cominciamo.

Mi fermo da Armin Kobler, di Kobler Weinhof, un signore che sa essere rigorosamente gentile: come i suoi vini. Fa solo acciaio e tappi a vite, rigorosi e gentili, dalle sue vigne di 40 anni, a 200 mt d’altezza pur lassù tra le montagne. Irriducibile perosità del Grauer Burgunder Klausner 2008, vivo e scalciante. Levigatissimo e lungo, con questa deriva tenera sul finale. Acchiappante il Merlot Kretzer Kotzner 2008, rosato del rosa del ramaiuolo, secchissimo di lamponi e fragole, con un bell’angolo amaro.

Paolo Zanini è il giovane ma storico teroldeghista di Redondel, proprio nel mezzo della piana rotaliana. Già amai i suoi precedenti Teroldego, ma questi si fanno abbracciare fosse solo per il nome: Il nel Teroldego Rosato 2009 Assolto, non filtrato, intenso, asciutto e importante. Sorso secco e pulito, anche profondo. Bello – anche il Dannato, Teroldego 2007. Passa dalla botte e torna bello tondo, macchia copiosamente il bicchiere. Naso fitto con più di qualche brezza di spezie. Corpo rilevato non ostante il piccolo tenore alcoolico. Pieno, ma bevibile.
Cinzia Canzian de Le Vigne di Alice ha provato a spiegarmi la sua idea di Prosecco: più di tutti c’è riuscita con il Rosè Osè. Lo chiama “fricchettone”, ma è il pezzo con il naso più intenso e fondo, con una spinta poderosa anche nel mezzo del sorso. Poi tiene bene fino in fondo, sapido e pertinace. Il DOCG Doro Prosecco Brut ha tutta questa carica floreale fine e sottile, delicatissimo all’assaggio e bellamente persistente. Il Tajad – Vino Spumante è una bevuta a garganella: sottile e fresco, con un punto più amaro laggiù. Ah, uno dei più bei siti di vino dei sette mari.

Luciano Ciolfi racconta di Podere San Lorenzo è una realtà montalcinese da 10 mila preziose bottiglie. Ha il Rosso di Montalcino 2008 che schizza sangiovesità come furia, cancellando il legno di vigoria inesausta. Naso complesso, non troppo caldo. Bocca arrampicata, tenace. Formidabile la prova del Brunello 2005 Bramante – dal nome del nonno. Ha naso maschio, dritto ed esposto, e una bevuta suadente: ma lineare e stabile senza essere nemmeno per un istante, come dire, rassicurante.

Una spazzolata anche ai vini atomici di Paolo Càntele di Càntele Wines, Salento vero. Già il TeresaManara Negroamaro Salento IGT aveva fatto fare facce convinte alla cena di Villa Spinola, ma l’intera gamma veleggia a belle altezze non ostante la tiratura di un bel pajo di milioni di flaconi. Il Negroamaro Rosato 2009, un IGT tuttacciaio ha tutti questi fiori davanti, su una base di qualche sassosità. Bocca asciutta, magra, ma sferzata da un brivido amaricante. Colossale il bicchiere di Salice Salentino DOC Riserva: scuro e fondo, gran spezia, gran passeggiata balsamica. Poi il sorso si trattiene in irruenza per conquistare un che di velata elganza, di levità. Lungo e sapido.

C’erano mille amici che ho incontrato in tre dimensioni o su queste indegne pagine, che ho potuto solo stringimanare. Belecasel con il suo vertiginoso Prosecco Colfòndo, a mio avviso una delle più avveniristiche espressioni del genere. Cascina I Carpini, che presentava il suo novissimo Timorasso puro. Cascina Gilli, il Mosnel, Carbone con i suoi Aglianico diversamente meridionali.

Quanti ne ho dimenticati?

DOC Collio Rosso “Leopold” – Fiegl 2003 [6.8]

Non so niente di Fiegl, bevo a occhi bendati. Un blend classicone di Cabernet Sauvignon e Merlot dalle bande di Oslavia: ma resta nel limine delle referenze più rassicuranti, senza vortici di ricerca.
E’ scuro e granato, piuttosto fitto, curiosamente integro all’orlo. Al anso hai subito ovvi riferimenti del tipo: il cioccolato, il tabacco, la botta d0′alcool a 14°. Poi l’ossigento tira fuori le parti più volatili.
Il sorso è meno prevedibile di quanto t’aspetti: ha questa presa amara immediata, questo percorso assai scosceso verso un centro largo, importante.
Le sensazioni si fanno anche più acuminate con bordi ogni tanto slabbrati.
Il finale si tiene, ma di forza. Vale 30 petecchioni, al ristorante: e non son patate.

Birra Ambrata “Skizoid” – Toccalmatto [7.8]

Chiunque sia nato in un anno con il sei dopo il diciannove riconoscerà questa citazione propria della copertina del primo disco ufficiale dei Krimson: In the court of the Crimson King. Dentro quell’allucinato urlo di 21st Century Schizoid Man. Piccola occorrenza grammaticale, e certa emergenza dell’immagine, omaggio.
Toccalmatto non esita a gettarsi addosso secchiate d’autoironia, e ti piacerà subito leggere “con uso smodato di luppoli americani”. Incuriosisce, quel sottotitolo, Birra Ambrata dalla pazza beverinità.
In realtà hai un bicchiere impegnativo, che richiede attenzioni: e più d’una. E’ rossa, anzi castana, con spuma color della corda nuova.
Ha naso tondo, complesso: con l’acuto del bastoncello di liquirizia dentro. Non manca un genere di buccia d’agrume, d’agrume candito.
L’assaggio è levigato:con moderatissima effervescenza, zero salinità. Rotola verso un mezzo ampio e fondo, con una soglia amara che si trascina verso il fine, quasi tagliente.

Birra “Jadis” – Toccalmatto [8.2]

Non è la grande varietà che ostacola la classificazione, ma la sottigliezza delle sfumature dell’universo birroso. Questa ad esempio è una birra chiara e fresca, ma che suona i suoi bei 6,5 gradi che non sono un scherzo per nulla.
E’ attenuta addizionando mosto di Fortana, un vitigno a bacca rossa conosciuto nella zona di Parma: nei pressi della location del Birrifizio Toccalmatto. La spumona è alta e setosa, permanente: l’effervescenza è esuberante, subito furiosa: poi s’acquesta e si spegne.
Il colore è una curiosa nuance biondo cenere: ambra grigia, per dire.
Il naso è pulitissimo, privo di qualsiasi eco metallica, puro e gustoso. I sentori di frutta secca, sul corredo tipo di lieviti freschi e di gaje fermentazioni, sono decisi.
L’assaggio è vagolante, e per questo anche pù seducente: la prima boccata è salsa, effervescente e rubiconda: poi s’alliscia e s’allunga, con più delicatezza che potenza.
Non lunghissima, anzi più elegante che tenace: ma di questa sensazione di seta mano pesca che va.

IGT Dolomiten Weinberg Zweigelt – Strasserhof 2006 [8.8]

In fondo qusto Zweigelt – un vitigno dolomitico – ha il passo del vinello: ma quello che resta nelle impressioni è ben altro. E’ un frutto a bacca rossa incrociato, nato qualche decennio fa da Blaufrankish e Saint Laurent. Rubino brillante, limpidissimo, non troppo carico ma decisamente espressivo.
Il nasino è accattivante, di non banale presenza selvatica e frutto acerbo, roba di bosco. Brivido umbratile sul finire, mi muschi, di erbe fresche, di erbe calpestate, di sorrisi estivi.
Quest’ olfatto sbarazzino e seducente, come l’ancheggiare di una giovine nelle notti di luna nuova.
Va con il vento, va s’insinua sottopelle, inebria sottile, s’allunga, lampone al traguardo.
Sorso che s’aggrappa al palato, schiavo di piacevolezze e zuccheri non mielosi.
Risale rapido verso un centro fatto di tannini appesi in alto, come tendaggi di tulle. Si frange iln larghezze, dilagando in un finale commovente come le recite dei bimbi a fine d’anno.
Ancor fresco ancora diritto, tiene il passo tinnendo e dilavandosi in ricordi memorabili.
Un bicchiere fantastico, vena di rustico e cuore di seta: facilmente imperdibile.

VdT “Neroduva” – Storchi 2006 [7.0]

Di certo inconsueto, questo Neroduva: ottenuto da uve locali stramature. Non appare alcun millesimo sull’etichetta, ma campeggia il colossale grado alcolico: 15.5° non sfigurerebbero nemmeno tra gli Amarone. Uve appassite, e lungamente affinate in botte piccola.
Nero: ovviamente, vista la denominazione: ma nero fondo, nero inchiostro, pigmento potente e trama sanguigna e fitta, appena alleggerito al viola sul bordo: ma appena.
Il naso è poderoso, anche se stretto e decisamente orientato. Tutto teso verso quelle prugne cotte e mature, con quella voce decisa di tabacco fermentato. E – certo – rossi sotto spirito.
La bocca è densa, con tannini che a tratti assumono una viscosità vagamente fangosa: ma è solo l’impressione tattile della carne di questo bicchiere che si fa boccone, masticabile.
Rotola verso la fine con una sorta di potenza cinematica, insospettato di bevibilità.