IGT Maremma Toscana Bianco “San Martino” – La Busattina2007 [7.2]

Questo Bianco Maremmano è ottenuto da uve biodinamiche: 75% di Trebbiano, 20% di Malvasia Toscana e 5% di Ansonica. Viene dal caldo ‘sette, ed è Triple “A”.
Eppure limpidissimo, in onta alla congerie di vini torbidi e nebulosi nella fronda dei “veri”. Giallo e grigio, intenso ma non denso.
Ha naso dolce, rotondo, zuccheroso: non fosse per il gancio minerale che attendo in fondo. Gli aromatici escono a palla.
Sorprende: della temuta batteria di afrori grifagni resta solo un’oncia, come di stampo d’alluminio dopo che hai tolto la torta. E persistente: resta lineare, con un caramello nitido nella chiusura. Vivido.
L’assaggio è consistente al naso, addirittura esatto. Solo l’onda zuccherina è più intensa dell’atteso, appena un po’ appoggiata. Non molle, ma curvo il sorso: s’attarda sulle dolcezze di frutto stramaturo, quasi passito. Centro pronto subito.
Finale di partita tenuto, non troppo liquido: ha spessore di polpa, di succo, e di miele che è l’ultimo aroma a restare. Contenutissima l’acidità, paga uno svolgimento eccessivamente orientato alle dolcezze.
Perfetto per dessert, meno ispirato ad un pasto bianco. Stupefacente integrità per un ‘sette bianco.

DOC Sudtiroler Eisacktaler Riesling “Kaiton” – Kuenhof 2007 [9.0]

Un alone di leggenda circonda Peter Pigler e i suoi vini: per il rigore delle scelte e la pulizia delle esecuzioni. E ovviamente, per il livello dei risultati.
Ad esempio, il tappo a vite.
Il Riesling è gialloverde, spesso, ceroso. Cristallino e brillante, è solare e splendente.
Il profumo è travolgente: aggredisce con una opulenta messe di minerali come lo zolfo, giallo e deciso; o idrocarburi nitidi e pungenti.
Sotto una bordura vegetale, raspo e foglia di vite. Solo in fondo un fruttismo elegante e misurato, con mela verde e pesca a pasta bianca.
Ecco, per avere un’idea precisa dell’emozione di questo Riesling metti il naso nel punto esatto in cui lo zolfanello incontra la carta vetrata sulla scatola.
Il sorso è salato, ispido e profondo. Le corrispondenze brillano esatte, cui si aggiunge un tremito amaro al seguito del mezzo. La discesa è lentissima, lunga ed inebriante.
L’uscita è scossa da un brivido elettrico.
Un bicchiere che rimane per sempre nella memoria.

DOC Colli Pesaresi “Roncaglia” – Fattoria Mancini 2008 [7.4]

Fattoria Mancini è una bella storia: locazione affatto insolita dalle parti di Pesaro, alta e fredda, in cui non raramente compare la neve. Attiva dal 1861, la Fattoria si giova oltre che dell’opera di Luigi, continuatore della tradizione di famiglia, dell’esperienza di Shayle, enologa neozelandese con cui divide vita e destini aziendali.

Il Roncaglia è assemblato d’Albanella, e un saldo di Pinot Nero vinificato in bianco, vitigno su cui l’azienda sta facendo da tempo studi ed esperimenti. Leggerissimo di colore, limpido della più bell’acqua, ha vaghi e sfumatissimi riflessi grigi. Risulta invece piuttosto teso nella materia, che resta appesa al vetro ben a lungo.

Il naso pare piccolo, ma è breve impressione: all’indagine più paziente risulta addirittura profondo. Ricco di una nota esile ma precisa di frutto maturo e giallo. Miele, per dire, prima dell’avvento turgido e minerale della chiusura.

L’assaggio sale lieve, ma infine [sardo]: si porta dietro infatti un titolo alcoolico non banale (13°) che regge il sorso in solido equilibrio, fino alla fine. Anzi le belle e brillanti corrispondenze tengono ad oltranza.

Un bicchiere se vuoi appena compiacente, ma agile e venato d’acidità lineare e vellutata. Proprio buono.

IGT Isola dei Nuraghi Rosso “Noriolo” – Dorgali 2007 [7.1]

“Ottenuto da una collezione di antiche varietà autoctone”, recita l’etichetta, e già fa bello come dichiarazione d’intenti. Poi dal sito della cantina di Dorgali scoprirai che si tratta di Cannonau, e un 20% di Cabernet, che in effetti un po’ di poesia la toglie.

Il Noriolo non è filtrato, scuro seppur pervio alla luce, rubino sanguinoso e composto. Ombre al viola sul bordo, in coerenza con un naso in ultima istanza delicato, pur velatamente terragno. Cupo nei frutti, più comunicativo nella linea maschia degli umidi e dei piccanti, delle spezie – pepe – e di qualche brivido vegetabile, come un peperone dolce e umbratile.

Bello il sorso, che abbocca levigato e maturo; poi procede verso il mezzo senza alcuna esitazione. Bello l’equilibrio tra i tannismi, decisi ma non taglienti e la forza alcoolica sempre controllata. Bello il finale sospeso, come una linea di punti interrogativi.

Buono il rapporto qualità prezzo.

DOC Sangiovese di Romagna Superiore “Beato Enrico” – Santini 2006 [6.0]

Sangiovese, dice, superiore: come dire un trattamento da riserva.

Rubino-violaceo, sopra tutto sull’unghia è scuro ma non fitto. Perfettamente limpido. La tensione è continua ma breve, alla riceca di pizzi palpabili, mòtili e ripetuti.

Il naso è largo, a tratti vagolante. Esprime sensazioni diverse, financo contraddittorie: tabacco e crostata di ciliegie, fumo e cartone, un filo di volatile appeso da qualche parte all’uscita.

Il sorso parla lingue diverse non sempre corrispondenti: è levigato dove l’aspetti rasposo, liquido dove lo vorresti polputo. Il centro si fa angoloso, con base larga e angolo ottuso, con un finale colpevolmente breve.

Meno impressivo di altre prove dello stesso produttore.

Champagne Brut Rosè Grand Cru – Paul Dethune s.a. [7.0]

Anche meglio del suo fratello pallido: il rosa c’è ed è fitto, intenso, quasi pompeiano: ha più la nuance ramata, con quella sfiorita vena di coccinella propria dei vermouth rossi, ma dilavata. La spuma è svelta, non troppo fine, di un rosa rosa delicatissimo.

Il naso è articolato: dalle sensazioni più mature, ricche e solari, fino ai fiori, magari incontrati il giorno dopo. Il tiraggio si sente forte, pur in sottofondo, presente e persistente.

L’assaggio è accogliente: secco, tirato, con una virgola elettrica. La progressione è modica, mentre il mezzo esplora le sfumature delle bucce d’agrume, come il mandarino. Il finale s’allarga e si spiana, sereno.

Bicchiere felice, bevibile, sereno.

IGT Lambrusco dell’Emilia Picòl Ross – Tenuta La Piccola s.a. [6.0]

La Piccola lavora il biologico e imbottiglia questo vino da vitigni autoctoni e antichi, ormai infrequenti anche nelle terre reggiane. Eccolo in purezza, dall’autoclave.
Più viola che rubino sopra tutto sull’unghia che vien via brillante, anzi sfavillante.

Il naso è generoso e puntuto: i frutti rossi sono evidenti ma uno spigolo terroso è lì ben presente, fino alla chiusura che si eleva verticalmente in alcool.

La bocca però è larga, e nell’assaggio manca un po’ di rigore. Anzi dopo un centro abbastanza rotondo rotola verso un finale che regala una sensazione sbrindellata, come se si fosse a mezza via tra un agrume svelto e una sensazione più astringente che fresca.

DOC Colli di Luni Vermentino “Sarticola” – Ottaviano Lambruschi 2007 [8.8]

Ottaviano Lambruschi ha il fisico segaligno del cavatore: non a casa i tiranti dei filari dei vigneti più vecchi sono cavi ad elica. Mostra nel fisico e sopra tutto nello sguardo quel distaccato rispetto per il trascorrere del tempo di chi ha incassato una superiore consapevolezza.
Ho atteso tre anni questo tappo, ed ora è pronto. Giallo dai toni grigi, con riflessi neri ed oro.
Dinamico più che adesivo sul vetro, agile ad offrire quel naso fitto di idrocarburi nitidi e pungenti. Integrano l’esperienza olfattiva le erbe dell’orto, le pesche sciroppate, passando per la fumigante istanza di una trave di ferro arroventata dal sole.
Il sorso è anche più complesso, completo: da freddo è angolato, molto ricettivo, spinto fuori da uno sbalzo di potenza.
Prendendo temperatura diventa più liscio, s’allunga e s’ammolla pur aggrappato ad aromi alti e convincenti.
Bicchiere inevitabile.

Birra Speciale The Original HY Superbeer [9.0]

Una birra prodotta in Belgio ma commercializzata in Italia da Zago, sul cui sito si possono trovare i dettagli tecnici.
Complessa: doppio malto, tripla fermentazione in bottiglia.
Bella schiuma, ultra fine, vellutata e serica, ferma. Persiste in superficie con sicurezza, gialla e intensa, tono d’ambra e riflesso d’ocra.
Poliedrico l’olfatto, ampio e convincente, profondo: oltre ai lieviti, una nota di rabarbaro ed una di cognac vecchio.
L’assaggio è spessissimo, alto il tenore alcoolico: a 11° il confine con un vino è varcato. L’HY sale polputa, con un bello spigolo retto nel mezzo. Colossale l’uscita sopramontata di toni dolci e amari, formidabile di densità e precisione.
Amarevole anche la chiusura, lunghissima e sospesa.
Un’esperienza ai limiti del birrismo.

IGT Valle del Crati “Feudi del Duca” – De Caro 2009 [6.7]

Spesso mi trovo a disagio con i vini neonati, anche se sono nati per essere versati in solenne gioventù.
Questo blend di greco e mantonico ha nella freschezza e nel brio il suo genere. Paglierino leggero all’occhio ma non altrettanto al vetro, dove trova una certa materia a tratti ferma.
Il naso si copre di fiori , con gravi riminiscenze vegetali: ma semplice, lindo.
La verdezza è la cifra del sorso, ricalcata sugli aromi. C’è questo glicine, questo fiore bianco che si chiude su un dorso ampio, a tratti addirittura slabbrato. Se vuoi, non troppo rigoroso, soprattutto nella seconda parte della bevuta, dove quel fulmine vegetale si prolunga azzerando il resto.
Chiaro ma non banale, seppur fin troppo esatto. Ecco magari è quell’esattezza che lo rende aritmetico, e non troppo comunicativo.