Fettuccelle Gerardo di Nola e ragù di daino.

 

Nella società moderna per qualche deformazioni antropologica si crede che il maschio della specie Sapiens sia nato per fare il bricolage. Un intero comparto commerciale e produttivo si è allineato a questo infondato luogo comune: l’attrezzatura per il fai-da-te è una delle più scandalose mistificazioni del nostro secolo. Come non sentirsi inadeguati senza un compressorino, una bella fresatrice elettrica, una forbice da metalli nella cassetta degli attrezzi?

Curioso, perchè i maschi invece dovrebbero andare a caccia: portare a casa prede per le proprie donne, macellarle, porle allo spiede. Poi dovrebbero perdere il resto del loro tempo – satolli ed ebbri di vini a fermentazione spontanea – picchiarsi per le femmine e uscire vincitori, ed alla fine dedicarsi ad attività riproduttive con verve atletica ed entusiasta.

Invece: assistiamo ad una sorta di approvazione sociale per l’uomo in salopèt che sulla scala, sorridente con la sua mascella grande come la provincia di Cuno, avvita gioriosamente una lampadina.

Tutto questo per dire che il daino ce l’ho perchè ho un amico cacciatore. L’ho usato per la ricetta di Càntele Wines, ma mi sono avanzati i ritagli. Ne ho fatto un ragout.

Non una cosa sfinita da mille ore di cottura, ma un po’ sì: partenza con il soffritto verduristico (scalogno, carota, sedano, pomidoro), erbaggi (alloro, rosmarino, timo, salvia) e spezie (chiodo, cannella, pepe). Il tutto tritato con insistenza e lasciato andare nell’olio con l’aglio.

I ritagli di daino sono battuti a coltello, ossessivamente, poi lasciati andare nel soffritto. Aggiungi un mezzo bicchiere di vino e lascia ritirare, senza fretta. Metti in conto un’ora.

Le Fettuccelle di Gerardo di Nola sono una delle referenze più arcana della panoplia gragnanense: sono ritrose a disvelare il giusto punto di cottura. Per condire con il ragù non occorre un finale in padella eccessivamente movimentato: anzi, quei tre minuti faran basta. Ne chiedono senza micragna, e altro ne aggiungerai dopo aver impaginato un rotolo avvinto dal glutine nel centro del piatto.

Manda in tavola con un bicchiere di Lagrein Riserva di Messnerhof, magari vecchiotto. Magari due.

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6 commenti

  1. Giancarlo Maffi scrive:

    Si lo so, polemizzare su un blog enogastronomico in stile anticaccia e’ come andare in chiesa e bestemmiare. Ciononostante mi sento di dire che il tuo amico cacciatore l’avrei preferito a svitare lampadine, magari prendendosi pure una, leggera per carita’, scossa. Ma l ‘ hai mai visto da vivo e da vicino un daino, caf ? E non mi rispondere che un vitello e’la stessa cosa. E’ il senso che non va. Alzarsi presto, caricare quel maledetto oggetto che e’un fucile, prodotto da chi magari ha per oggetto sociale anche quello di costruire mine antiuomo, prendersi la briga di andare a schiantare un bellissimo esemplare di vita, con un cuore forse piu’ grande di quello umano e che forse teneva pure famiglia, maledizione. Il tutto , immagino, con indefesso ” spirito sportivo”. Alla faccia della sportivita’. Buon appetito.

    • maffy, sei fuori strada.
      io non lo sapevo e la pensavo come te, ma mi sono dovuto ricredere. il mio amico cacciatore, assieme ad una nutrita schiera di colleghi, pratica quella che si definisce “caccia di selezione”.
      Si inoltra nelle zone di caccia con un ricercatore, che gli assegna il numero e la qualità degli animali. Non uno di più, non uno diverso.
      L’autorità preposta simula l’attività della natura, sostituendo l’attività di caccia a quella dei nemici naturali ormai scomparsi.
      La verità è che se non fossero controllati e “selezionati” in questo modo avrebbero ugualmente gorsse difficoltà di sopravvivenza.
      Questo mi dicono, e io l’ho comprata.

  2. cristina scrive:

    sono cresciuta con il rispetto per i “cacciatori veri” e con la convinzione che utilizzare tutto dell’animale cacciato fosse doveroso e coerente. Non ho cambiato idea. Molto peggio allora gli animali allevati, specialmente in condizioni non propriamente ottimali, ecco quelli non li mangio! ps negli stati uniti i “bambi” sono considerati come i topi: li odiano. Sono troppo numerosi, distruggono giardini o campi, si moltiplicano velocemente. Insomma non e’ raro vederne uno ammazzzato per disperazione, chiaramente non al centro di NY.

    • Un po’ come i cinghiali in molte zone italiane, che spaccano e rovinano campi, giardini e coltivazioni di ogni genere. In particolare mi spiace molto per i vigneti e per i vignaioli. La differenza sta nel fatto che il daino è più buono del cinghiale e che oggi a pranzo, in una trattoria dell’entroterra imperiese – ricco di quei quadrupedi – proprio quel ragù e quello stufato mi toccheranno.

      p.s. la provincia di Cuno è la Granda ristretta ? ;-)

      Buona domenica a tutti

  3. Giancarlo Maffi scrive:

    Si lo so, te l’hanno venduta bene e la scusa della difficolta’di sopravvivenza non e’ male, cinicamente ammazzando.Che sarebbe come incendiare i clochard( gia’ successo in passato) solo perche’ tanto stanno morendo di freddo.Magari mi permetterai di pubblicare un dossier in futuro, forse leggermente di parte perche’ mi avvalgo di associazioni animaliste, semPre meglio di quelle ufficiali, finanziate dalle lobby pro- Beretta e simili

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