Quel Povero Diavolo

di Giampiero Prozzo

Verde.E ancora verde, attorno. Nell’ora ultima del viaggio, dal finestrino dell’auto, quel colore sembrerà essere l’unica possibilita’ per descrivere questi luoghi. Sara’ uno sbaglio, ma di questo se ne parlerà dopo.

Perchè ci sono ristoranti che si raccontano in una pagina, stilando il referto autoptico della lista delle pietanze, altri che invece chiamano il racconto delle suggestioni. Parole profumate ed imperfette: ma adatte ai retrogusti ancor più che ai gusti. Il Povero Diavolo, ad esempio, sotto la rupe Scorticata di Torriana: vicino Rimini solo perché così dicono le mappe.

Viaggio vero per arrivare fino qui: ed ecco Il lamento delle foglie sotto le ruote, ecco la roccia, ecco il silenzio sotto una scritta antica in caratteri nostagici da osteria di paese per non disturbare il colore del coccio.

Bussi alla porta, come per Una di quelle visite ai parenti fuori città, girata in biancoenero: rallentata affinché si compiano familiari rimandi in un infinito esercizio di memoria.

Il signore in baffi e sguardo severo sta in piedi, mani dietro la schiena, come fanno gli Osti veri: stringe mani, passeggia in sala, scruta, sovrintende, con gesti che disegnano un uomo dalle confidenze misurate e ancor meno parole. Accanto un volto di gentilezza antica, luminoso tra le brume. In contrappunto che solo ai distratti apparirà casuale i padroni di casa, Fausto e Stefania, insieme in sala, insieme nella vita: perchè solo i burberi riescono a conquistare donne così.

Inoltrandosi non si guarda più con gli occhi, ma le cose ti attraversano. il tavolo fratino della sala è vissuto: molte mani passando l’avranno accarezzato. E se sono rughe, si sa, non appartengono solo agli uomini. Poi, il camino acceso e aldilà, l’onda della veranda che sembra concedersi al moderno.

Al tavolo, arriveranno i piatti, in sequenza rigorosa, scelti dallo Chef di Casa: Giorgio per tutti, Parini per il secolo. Si affaccia a fine cena, ma non oltrepassa mai lo stipite: defilato, si appoggia al muro, domanda con un sussurro quale fosse il piatto meno piaciuto, e così racconta la forza e la modestia dei suoi 35 anni. Il successo da queste parti lo si vive naturalmente, come la annate buone delle vigne.
Il servizio è semplicemente come dovrebbe essere, a dimostrare che vent’anni possono bastare per amare il proprio lavoro.

E’ bello venire qui.

Dicevamo: Il verde. Quello che aveva colorato l’iride lungo la strada, in quel modo quasi inevitabile. Ecco, seduto al tavolo capiterà di cercarlo: ma non si trova come te l’hanno insegnato da piccolo. Esplora altre strade, si insinua nel biancore assoluto del risotto, nell’infuso di bosco e neve di rafano del rognone o negli strepitosi cardi attraverso il profumo delle gemme di pino.

Per i dubbi rimasti inesplosi c’è la folgore del gelato di cipresso. Inevitabilmente, verde.

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5 commenti

  1. Ho deciso: devo andare a mangiare al Povero Diavolo! Il viaggio da Torino è lunghetto ma dopo aver letto queste righe non mi resta altro da fare.
    Mi pare che sia anche locanda, ove è possibile soggiornare.

  2. leo scrive:

    Per il voto ancora non c’è il benestare del titolare ? :-))

    Complimenti a Giampiero che ha affinato (parecchio, direi) la scrittura dai tempi in cui scriveva su altro blog; questo avvalora la mia tesi che il Caf già conosce.

    La curiosità per Parini cresce sempre di più. Ho assaggiato solo un suo risotto a Vico e prometteva bene. Si sentono però in giro pareri contrastanti, magari detti a mezza voce, sussurrati, come se ormai Il povero diavolo fosse nell’empireo e la critica “professionista” l’avesse inserito fra gli intoccabili. Come ripeto sempre “prima provare poi parlare”.

    • Ho chiesto a Giampiero di raccontare le sue suggestioni per non duplicare un contenuto. E’ come si dice a casa di quelli serii, una “scelta editoriale” concordata.

      In un futuro prossimo prevedo di mettere a disposizione dei 25 lettori di AdG pareri diversi, anche dissonanti, sullo stesso locale. Con il voto. :=)

  3. rossal (ross*+sal) scrive:

    Il nostro memorabile pranzo al Povero Diavolo di Torriana è datato 4 aprile 2010. Ancora oggi, lo ricordiamo tra i migliori degli ultimi anni (e noi si gira parecchio per le tavole d’Italia). Solo il vino, un sangiovese di romagna consigliato dal patròn che ci accolse alla stessa maniera con cui si è presentato a Giampiero Prozzo, solo del vino si son persi alcuni dettagli (il nome della cantina), ma non come accompagnò degnamente ogni piatto, aprendosi man mano noi si procedeva a gustare le pietanze preparate mirabilmente da Pier Giorgio Parini, tutte accomunate dal territorio, interpretato con felicissima tecnica protesa tanto alla ricchezza del gusto della materia prima locale, quanto scevra da ogni pesantezza tipica dei menu pasquali (eravamo appunto in giro, dopo un tour nel Casentino, scollinando in quell’interno della Romagna ai confini con le Marche, nei giorni della settimana santa).
    Una frittata con gli asparagi di bosco aprì il convivio e ci immerse subito nelle sfumature in bilico tra rusticità e leggerezza, cucina “povera” e gusto ricco.
    L’insalata di faraona, carciofi ed erbe piccanti seguì a conferma delle buonissime prime impressioni.
    Il primo, un risotto all’olio e zafferano di cui avremmo voluto entrambi un bis (di solito, è il Sal della coppia, quello che mangia a dismisura e chiederebbe il bis di ogni buon piatto), fu la rappresentazione di cosa significa accostare senza azzardare bizzarrie, di mostrare raffinatezza senza sforare nella sofisticazione, di come si possa sposare la creatività senza perdere in sostanza.
    Dell’agnello arrosto, con salsa aromatica e patate non si potè che dirne bene, benissimo, fu straordinario: cottura pregevole, aromi in abbinamento scelti a dovere per abbinarli adeguatamente a quelli della carne, e persino le patate superiori alla media.
    Del dolce, a dir il vero, oltre che eccellente come tutto il resto, ricordiamo soprattutto la rincorsa al sapore del levistico, questa sorta di sedano di montagna che mai avevamo assaggiato. Il dessert si chiamava infatti: cioccolato al verde (to, ancora il verde sottolineato da Giampaolo Prozzo), ovvero, in tal caso, coniugato al latte, al levistico, al cipresso.
    In quel tour, solo Il Piastrino di Pennabili fu alla pari della tavola di Parini.
    “Di una ricchezza che non è mai ridondante, di quella perfezione che non è piattezza”, scrisse Stefano Caffarri in una sua bella recensione del posto, a proposito di un piatto supremo, e noi non ci proviamo a sintetizzare meglio quell’esperienza emozionante e suggestiva come poche. Se riandassimo da quelle parti non mancheremmo di recarci ancora a mangiare dal Povero Diavolo. Ed è un buon motivo per andarci.
    A Vittorio Rusinà non esitiamo a dire anche noi: è bello andare lì: vale il viaggio, per quanto lungo.
    :)rossal

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