
“Quell’uomo non sa nemmeno fare una frittata” / “Quell’uomo ha fatto una bella frittata”. Straordinaria polisemia della parola. Di certo questo piccolo angolo di gola digitale non sa come fare a riparare le frittate del secondo uomo, ma potrebbe essere assai utile al primo.
Per fare una frittata occorrono: 1 padella antiaderente, 1 coperchio dell’acconcia misura, 4 uova, un pezzo di P.Reggiano da grattugiare, olio, pepe, sale. Un pezzino di burro per ungere meglio la padella, che qui in Padanìa male non fa. Un fornello, un accendigas. Ecco le istruzioni.
Prendi una ciotola di circa 25 cm di diametro con i bordi alti. Le uova una ad una sul…
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La Mozzarella Barlotti ha la bellezza dei prodotti fatti con le mani: mani esperte e capaci, ma non dedite alla decorazione, alla foinezza cicisbea fine a se stessa: anzi, al contrario rulla il palato di una tessitura poderosa, a trama potente.
Alla mattina presto ho gettato fra le fauci un boccone: di quelle perle che racchiudono in una sola porzione palatabile l’uniferso bufalino in modo minore. Oscuro per tutti se non per i maestri casari il mistero che rende delicata la mozzarella in piccole porzioni e travolgente in quelle grandi, ecco il familiare scricchiolio sotto i denti: poi l’esplosione del latte che sgorga dagli alveoli, e il succo che trascina il boccone verso…
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Due versioni dello “scomodo” vitigno del Piave, marcate da una differenza sensibile tra i millesimi pur ancora molto giovini.
Entrambi caratterizzati da un punto di colore molto intenso, appena più leggero per il millesimo più vecchio. Ma le differenze si aprono quando infili il nasone nel bicchiere e provi ad indagarne il cuore.
Troverai più composto e ragionato il ’9, più vivo ed esuberante – per certi versi scalciante – il ’10. Entrambi caratterizzati da quella riga verde vegetale nitida e tagliente, che ricorda in pieno il tralcio di vite in pieno rigoglio, trovi il più vecchio più tondo e accogliente, più virulento e spigoloso il …
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![Enocratia, Milano [7.0]](http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/IMG_6767-733x550.jpg)
Vado una sera qualsiasi di un giorno qualsiasi di una settimana qualsiasi. Non prenoto, al banco non c’è nessuno che conosco. Mi infilo lemme lemme e mi insinuo tra le storte e precipizie scale dell’Enocrazia. Che ha questo nome che insomma, non so se mi mette sempre a mio agio: e questo svolgersi faticoso in spire, come un serpente dal di dentro.
E c’è questo cuoco che sembra un normanno, che mi ispira assaggi.
Mi immergo nelle budella del locale fino ad una delle salette sotterranee, dove d’obbligo abbandoni il mondo al suo destino: i ciappini digitali ti abbandonano, e resti intrappolato in un altrove enoico. Certo basta chiedere che c’è il wi-fi: ma…
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càpita, a volte, di inciampare in parole che non hanno più sapore: hanno perso potenza e non contengono più nulla. galleggiano tra le persone, rimbalzano come palloncini ripienati di gas leggermente più leggero dell’aria, ma non s’alzano in volo nè sprofondano nell’oblio. restano lì come sacrifizi non completamente esperiti. consunte, stanche, esauste. non c’è più il gesto dentro la parola, e se l’ascolti ti accorgi che resta sono un’alito. anf.
e càpitano le immagini: che nel gesto trovano la loro rivoluzione, lo esprimono e lo esauriscono allo stesso tempo. e rendono le parole complementari, oppure superflue, oppure inutili….
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