Egly-Ouriet “Les Vignes de Vrigny” e l’insolito 1er Cru

di Chiara Giovoni

Un calice biondo con i riflessi della buccia della cipolla dorata che fa venire in mente i Beatles. Non quelli suadenti di Let it be, ma quelli di I’m the Walrus, una delle canzoni più psichedeliche dei Fab Four. Ecco, cosa intendo: invece di suonare un classico da White Album, il mio palato si trova catapultato nell’equivalente del Magical Mystery Tour,  davanti ad uno champagne che comincia dalla seconda strofa con “sitting on a cornflake“.

“Les Vignes de Vrigny” è il succo delle uve delle vecchie vigne di Vrigny, un Premier Cru della Marna, di sole uve Pinot Meunier. Uno champagne di Meunier in purezza è inusuale, e sono pochi i produttori che riescono a sgrezzare gli impressionistici effetti fruttati del vitigno. Con una tecnica di vinificazione fatta di microossigenazione in legno, niente malolattca e niente filtrazioni per salvaguardare la parca acidità delle uve, Egly-Ouriet riesce a far percepire la sottile freschezza, dimostrando come si possa fare uno champagne aggraziato ed elegante, con un’uva che solitamente è impiegata in piccole percentuali per donare note più selvatiche alle Cuvée.

Il naso è piuttosto denso di fragranze floreali sugose e polpa di mela. Ci sono raffinatezze di biscotto e di lieve caffè che lasciano spazio nuovamente alle gelatine zuccherate di pesca. Il sorso è cremoso e la freschezza è decisamente misurata e infiocchettata in rotonde armonie, senza spigoli e senza lame. Compostezza allucinogena perchè col secondo sorso segue un nuovo esplodere di frutta e popcorn. Certamente quel 20% di vini di riserva garantisce l’equilibrio e consacra con il termine “fine” l’originalità di questo champagne che risulta soffice come un marshmallow nonostante i 3g/lt di dosage.

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4 commenti

  1. fabrizio scarpato scrive:

    A me m’è piaciuto. Assai. Goo goo goo job, goo goo goo job.
    (chissà cosa ne pensa The Eggman…)

  2. massimo scrive:

    la prima volta che l’ho bevuto a primo acchitto ho fatto una smorfia di delusione, povero al naso e poco persistente al palato, impressione che timidamente esplicito anche agli amici con cui stavamo bevendo, trovandoli in sintonia con me. Bè il tempo di passare dal solottino dell’aperitivo al desco, saranno stati una quindicina di minuti, ritufatto il naso nel bicchiere il miracolo, il brutto anatroccolo timido e restio si era trasformato in uno splendido cigno generoso nel concedere le tante sfaccettature di un naso diventato complesso e profondo e conquistando il palato senza sgomitare ma con l’incedere elegante di una diva d’altri tempi sul red carpet. me ne sono innamorato, per sempre.

  3. leo scrive:

    A me piace parecchio e lo trovo un prodotto con un ottimo q/p.

    Chiara, complimenti per la citazione di I’m the Walrus: mica poco per una giovinetta like you ! :-))

  4. federicoFFW scrive:

    mi avevi conquistato già al “white album”. :)
    super!

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