Il Sabato del Villaggio | Fenomenologia gastronomica

 

Disclaimer: questo è un post palloso.

Il mio insegnante di filosofia al liceo era Adriano Vignali. Fu parlamentare, qualche legislatura fa: allora era un bravo insegnante. Oltre alla cultura terracquea, aveva una capacità abbagliante di sintetizzare e collegare gli argomenti. Annaspando su non so più quale argomento di altra materia umanistica gli chiedemmo, noi studenti, un’aiuto quando poteva. Lui rispose, Va bene adesso? e in dieci minuti fuori orario di lezione, a braccio, ci diede punti di riferimento e strumenti di decodifica.

Per qualche oscuro motivo mi dava sempre nove, e io mi appassionavo ai filosofi: Hegel, Kant, e Soren Kirkegaard, ma quest’ultimo soprattutto perchè aveva un nome difficile.

La cosa che mi aveva impallinato era questa cosa del noumeno e del fenomeno. Pur sfuggendomi tutte le sfumature della cosa in sè, in qualche modo ingenuo e ruspante percepivo i due piani, la sottigliezza tagliente verso cui il filosofo si spingeva.

Tutto questo mi è tornato in mente ascoltando un programma di musica contemporanea di Rai3, di quelli in cui i compositori fanno cose con i numeri, con le macchine, con le sedie da concerto. Chiamavano gli spezzoni “oggetti sonori”.

La folgorazione mi ha quasi mandato a tamponare un’Apecar carica di sedie impagliate con la rafia, ferma alla lanterna semaforica virata al rosso. Ecco, ci troviamo davanti questi “oggetti gastronomici”, che a volte non sono solo piatti. La differenza tra chi li mangia e chi li venera è nella percezione della loro essenza noumenica.

Ho imparato a dire questa frase nel ’74: la dicevo per impressionare le ragazze. Poi ho smesso, ma l’essenza noumenica resta lì: il fenomeno è lo spaghetto al sugo, il noumeno è i mille anni di storia, gli uomini, la sapienza, il talento, il mestiere, il pensiero che ci sta dietro. È lo spaghetto immateriale, il dentro-lo-spaghetto-dal-di-dentro.

Il fenomeno in sè non esiste, se non come vettore di energia stupido. Il noumeno lo rende vero, eventuale. Quindi l’oggetto gastronomico è rarità che diventa emergenza solo quando il soggetto che lo fruisce ne penetra l’apparenza, e scende alla profondità della cosa in sè. Dunque non c’è oggetto gastronomico nella sua pienezza, se non quando un soggetto lo attraversa.

Questo pensiero forse sarà utile a nessuno, ma mi conforta: quando ti siedi a tavola puoi limitarti a nutrirti, o qualcos’altro.

La parte interessante è il qualcos’altro.

Vedi Anche Se Ti Piace

share retweet
 

8 commenti

  1. Marilena scrive:

    Al Vignali piacerebbe.

  2. Motoroil scrive:

    Sono d’accordo su Kierkegaard, il suo nome era davvero ammaliante. Ricordi come ci si pavoneggiava nel citare alle ragazze qualche concetto tratto dal suo “Diario del Seduttore”? Bellissimo post.

    • leo scrive:

      Beh, anche Hans Magnus Enzensberger ha il suo fascino.. ;-) e mi bullo di non averne mai sfogliato nemmeno una pagina.

  3. Chefclaude scrive:

    Interessante. Ma per me vale (anche e soprattutto) a rovescio; io non voglio ritrovare per forza nel fenomeno lo specchietto del mio noumeno. Chiaro che si vede e si giudica il mondo attraverso delle stratificazioni, inevitabili per non essere un oggetto privo di sensi e memoria.
    Ma quando ti rendi conto che anche queste ultime ti reificano, ti fanno Icona e Giudizio, rispetto ad un fenomeno che si muove, si agita, ed è vivo, e vero a loro dispetto?
    Prendo ad esempio il post sul panino: il sommo padre della cucina italiana moderna, da una parte, la megamultinazionale del fast pop, dall’altra, che fanno contratto si trasforma nell’immediato mediatico in sfida Etica persa per principio, anzi è quasi Godzilla contro Freud, per “colpa” dei noumeni e senza apparente responsabilità dei fenomeni.
    Per assaggiare, per fare una minima esperienza del gusto (sempre con la minuscola), è necessario per un attimo azzerare o abbassare Giudizio ed Etica, cambiare pelle e farsi un tantino fenomeno e parte di esso, altrimenti non ci si muove più e la realtà sarà sempre sfuggente. Con quello che so ci potrei costruire mille sistemi, ma tutti statici; camparci fino alla fine dei miei giorni, ma vivere è invece una insoddisfazione e un perenne precipitarsi nel mondo, ed esserne anche “precipitati”.

    • Non a caso l’oggetto gastronomico per essere vero e pieno richiede un soggetto che lo fruisca: la gastronomia in realtà non esiste come astrazione, ma diventa vera solo all’atto pratico di essere mangiata. Eppure anche il mangiarla non è sufficiente per scolpirne l’essenza: va “attraversata”.

      • Tito scrive:

        Consiglio, se interessati ad approfondire l’argomento da un punto di vista sociologico, la teoria del finish del consumatore di Marx. O, più recentemente, De Certeau, e il suo concetto di consumo produttivo.
        Basterebbe persino un Umberto Eco d’antan.

  4. Giancarlo Maffi scrive:

    Interessante la prima frase :-)

  5. Fabrizio Scarpato scrive:

    “Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”. Periodo ipotetico, che implica però impegno, desiderio, conoscenza e consapevolezza. Formulando: noumenizzare il fenomeno, è il salto, l’impastare le idee con l’oggetto, quello che tu chiami attraversamento, forse. E’ in ogni modo un comportamento in divenire, sfaccettato, vivo, dove la parola conta.
    Viceversa accade che si cerchi la scorciatoia del fenomenizzare il noumeno, nel qual caso l’idea è devitalizzata, usata, sventrata e disarticolata. E perde peso, muore, come le parole senza senso.

commenta

*

Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.