Philipponnat Clos des Goisses 1988: il fascino dei numeri
C’è un’enorme differenza in Francia (e sempre più in Italia) tra i vini senza bolle, bianchi o rossi che siano, e lo champagne. Uno dei pregi più nobilitanti di un produttore, dalla Borgogna all’Alsazia, dal Rodano al bordolese, è la possibilità di indicare in etichetta il nome del Cru, ovvero del vigneto singolo di eccellenza da cui son state tratte le uve che unicamente compongono un determinato vino.
Tradizionalmente invece in Champagne il fattore distintivo è tutto in una questione di blend. Il differenziale è condensato nell’abilità della mano dell’uomo nel creare la cuvée, dall’assemblaggio di diversi vitigni, dall’uso di uve da vigne di zone differenti, dalle scelte di dosaggio e dall’uso di piccole percentuali di vino base di annate precedenti. La ricetta della liqueur è un tesoro da custodire gelosamente e tramandare con discrezione, perchè essa racchiude il tratto esclusivo della maison. Per questo in Champagne è estremamente raro trovare produzioni con uve di un singolo vigneto.
Tuttavia, quando si possiede uno dei più grandi impianti di vigna del mondo, c’è quasi un senso di responsabilità nel mostrare le potenzialità di quel particolare luogo, e il fondere in un blend l’unicità di un clos sarebbe quasi criminale. Clos des Goisses, racchiuso da basse mura attorno alla casa della famiglia Philipponnat, inerpicato su ripidi pendii gessosi rivolti a sud ai bordi del fiume Marne, è un fascio di luce e calore, uno dei microclimi più singolari di tutta la Champagne. Questo enclave di 5,5 ha di vigna nel comune di Mareuil-sur-Ay è infatti il luogo più caldo di tutta la regione, con un delta di 1,5°C rispetto alle zone limitrofe, e per questa ragione le vigne di Pinot Nero e Vhardonnay (70-30) ultra ventennali vengono vendemmiate oltre una settimana prima delle altre della maison. E in questo modo nasce quello che si potrebbe definire uno champagne “de garde” ovvero da invecchiamento in cantina.
Capita così una sera di inciampare in una bottiglia di Clos de Goisses la cui vendemmia risale a ben 23 anni prima, e di essere catturato non solo al pensiero di bere una bolla del 1988, ma dal leggere in basso n°19.575 e poi più su l’indicazione delle bottiglie prodotte nell’annata: 23.880. Già agli occhi i segni degli anni, con un colore oro maya e fiocchi di bollicine che prima spumano sbrigative e poi ordinate si mettono in collana. L’invecchiamento dei mosti base in legno accentua ancor di più le sensazioni di ossidazione date dal tempo, ma la prima raffica al naso è quella nocciolata del Loacker napolitaner.
A seguire secchiate di Sidol, come se con tutto quel nitrato d’argento ci fosse da lucidare un’intera posateria di corte, e grattugiate di bergamotto con qualche crisantemo. In bocca c’è l’albicocca disidratata, la mandorla amara che torna molto dopo. Il nervo acido resta nonostante il tempo, e il bocca graffia ancora un che di rame, per poi distendersi con una intensa nota speziata di curcuma.
Esperienziale.


![DOC Sagrantino di Montefalco Passito - Arnaldo Caprai 1986 [8.5]](http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/sagrantino-a.caprai-150x150.jpg)
![DOC Teroldego Rotaliano Riserva - Mezzacorona 2007 [6.0]](http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/teroldego-riserva-mezzacorona-2007-178x98.jpg)
![AOC Chassagne Montrachet - Gagnard Delagrange 2007 [8.8]](http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/chassagne-montrachet-gagnard-delagrange-2007-178x98.jpg)


Non sembra sia stato un gran bel bere, o sbaglio?…Esperienziale sta per didattico? Che poi è il termine che si dà a un vino non rispondente alle aspettative.
Ventitre anni dei quali una decina sui liviti, ne restano una dozzina: sboccatura? dove è stato conservata la bottiglia? qualche indicazione? Perchè io ho sempre qualche perplessità sugli champagne “troppo” maturi, anche di quelli come questo che se lo possono permettere (dando per scontato che la definizione che uno champagne è maturo subito dopo la sboccatura forse è un po’ severa e stretta): temo che in ogni caso lo si forzi troppo allungandogli la vita, poi si berrà altro, anche se capisco la bellezza di scoprire, conoscere, trovare il proprio punto di gradimento, la propria sfumatura fungina preferita. Il problema in questo caso è che di Clos de Goisses bisognerebe averne a disposizione parecchi ;-))
Ho aggiunto una foto con la retroetichetta! Dégorgement 25 settembre 1997.
Tanto per amor di cronaca.
Devo dire che non è stato il “vecchiume champagnoso” della vita, ma solo per una questione di facilità di beva. Probabilmente se fossi stata ad una degustazione in cui ti arriva un fondino di calice sarei rimasta molto più impressionata. Il naso era interessante e l’assaggio comunque aveva un carattere intrigante. Il bicchiere imho alla lunga stancava, questo forse per delle note ossidative e metalliche un po’ troppo spinte. Poi sai, in questi casi con la variabile tempo di mezzo in maniera così imponente, ogni bottiglia è a se. Ho bevuto Dom 78 il 24 luglio dell’anno scorso ed era assolutamente sorprendente per integrità nonostante la bolla un po’ più evanescente e ovviamente una chiara evoluzione di sentori (funghetti compresi).
Quanto al rischio-annata e alle maturità spinte in generale, non mi pongo limiti nella scoperta. Il vino ti sorprende sempre.
@ Fabrizio: la bottiglia proveniva dalla mia cantina, e fu prelevata insieme ad altri Champagne dalla cantina di un ristorante piemontese. Avendo bevuto altre bottiglie del medesimo lotto, direi che questa era nella media, più ossidativa che ossidata, certamente evoluta e interessante, non clamorosa, non come Krug 1988 ma comunque più che accettabile e divertente da bere. Sulla tenuta dello Champagne in generale dico che amo quelli molto invecchiati ed evoluti, sono sempre alla ricerca della bottiglia giusta vecchia di decenni, quello per lo Champagne che ha perso le bolle, e spesso diventa molto simile a un grande Borgogna, è con ogni probabilità un gusto acquisito, o li ami o non ti interessano, e io li amo. Clos des Goisses come diciamo a Roma è un po’ un fio de na mignotta di Champagne sull’evoluzione, capitano i 55-64-71 freschissimi e gli 85-88-90 che hanno perso un po’ di smalto virando sull’ossidazione, oltre che ovviamente l’opposto, parlando sempre di bottiglie perfettamente conservate e sboccature d’epoca. Ma il bello dei vecchi Champagne è che ogni bottiglia fa storia a sè, non sai mai cosa succede fino all’apertura, ed è per me un ngioco sempre eccitante: venghino siori venghino…
basta che paghi tu…
ma questi champagne di millesimi così indietro e sboccature ultradecennali (fa) hanno un mercato?
un tizio in bottega vanta di avere un Dom del 1921 chissà tenuto come, che faccio?
neanche lo facevano allora, mi sa
1921 è stata la prima annata di Dom Perignon, anche se forse non tutti sanno che il contenuto è esattamente identico al Moet & Chandon 1921. Mai avuto la ventura di berlo, ma è favoleggiato come memorabile in caso di perfetta conservazione. Il mercato per queste bottiglie c’è, anche se è ristretto ai cultori del genere e indubbiamente meno ampio di quello che possono avere Bordeaux o Barolo vecchi di decenni. Ho sempre trovato molto più facile proporle in degustazioni con 6-10 persone, anche in modo da frazionare il rischio di bottiglia deludente.
In other news, @ Chiara: la sera dopo ho aperto la busta numero 2 (Billecart-Salmon Blanc de Blancs 1990) e l’ho trovato ancora una volta clamoroso, tagliente e freschissimo, ma al contempo assai complesso, uno dei migliori 1990 da bere oggi ;)