Appunti dibordò: l’unicità della biodinamica di Pontet-Canet

di Chiara Giovoni

Passato l’ultimo svincolo arrivando da Bordeaux, quando non si leggono più indicazioni per Pauillac e i borghi si susseguono, è lì che iniziano le vigne che si appoggiano alla Gironda e cambia il cielo. Sarà che si è a nord, ma l’azzurro qui sembra retroilluminato, e fa bandiera con la macchia verde brillante del mare di vigne a perdita d’occhio. Non c’è quasi orizzonte perché la zona di Pauillac è pianura appena increspata, solo si scorgono con cadenza irregolare guglie o torrette lontane. Sono gli Château, forma deputata della viticultura bordolese, al contrario del borgognotto e meno maestoso Clos di derivazione monastica, proprietà di nobili o mercanti che già tre secoli orsono in queste zone costruivano la loro dimora e compravano terre da vite.

Pontet-Canet è combinazione etimologica perché a metà 1700 gli eredi di Monsieur de Pontet, che del Medòc era governatore, si espansero sulle terre della località chiamata Canet, dando corpo alla proprietà che con l’immutata e immutabile classificazione ufficiale dei Grand Cru bordolesi del 1855 fu inserita come Cinquième. Ma c’è un fil rouge che unisce il destino delle 3 famiglie proprietarie, che nel succedersi in oltre tre secoli hanno reso Pontet-Canet un caso quasi unico di “family estate” tra i Grand Cru, ovvero la lungimiranza di affidare la direzione a giovani capaci e innovativi. Fu infatti il mercante di vini bordolese (negociànt) di origine danese Herman Cruse, ad affidare al 23enne Charles Skawinsky nel 1865 la guida della cantina sotterranea (contrariamente alla prassi del Medòc), che venne rimodernata per raggiungere livelli qualitativi che fecero ottenere un forte rilancio e portarono il nome alla ribalta commerciale mondiale. E di nuovo nel 1975 con l’ultimo cambio di proprietà, Guy Tesseron come il suo predecessore affidò la conduzione delle vigne all’intraprendente ingegnere agrario ed enologo Jean-Michelle Comme allora 24enne, tutt’ora direttore della cantina. L’erede di Guy, Alfred, ha creduto nella capacità visionaria di Comme al punto da consentirgli di avviare nuove pratiche agronomiche per poter certificare Pontet-Canet come la prima e unica cantina biologica e biodinamica del bordolese.

Alfred Tesseron sostiene che il progresso non è una questione di mezzi ma di uomini, perché c’è una componente significativa di responsabilità nei confronti della terra. E’ per questo comune sentire, e non per lo scenografico passaggio dei cavalli attaccati all’aratro, che ha supportato Comme nella scelta di coltivare gli 80 ettari di cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc e petit verdot che circondano lo château seguendo i dettami del regime biologico. Comme ripete spesso “la linfa che scorre nelle vigne di Pontet-Canet e il mio sangue sono tutt’uno”. E’ nella comprensione dell’arduo sforzo delle radici delle viti che scavano fino a 8 metri nel suolo per trovare i nutrienti in un terreno roccioso, e nella volontà di non distruggere l’ecosistema vegetativo e di microorganismi del vigneto, che Comme ha deciso di limitare l’intervento delle macchine e di ridurre la chimica a quanto stabilito dall’agricoltura biologica, dando tanto peso alla scelta da ottenere  la certificazione.

Dal momento della svolta biologica prima e biodinamica poi, Comme sostiene che il vino sia cambiato: un maggior rispetto del terroir, unito a pratiche di cantina con il minimo stress per  uve e mosti, e assenza di altri interventi come la chiarifica, sostituita solo da una leggera filtrazione prima dell’imbottigliamento, hanno reso il vino lo specchio della vigna. Queste pratiche non sono presentate come il ritorno ad un passato idealizzato, ma piuttosto uno slancio di responsabilità verso la viticultura del futuro, in grado di conservare le vigne come patrimonio inestimabile per  il domani del vino.

L’assaggio inaspettato del 2010, prima annata completamente bio che entrerà in commercio alla fine della prossima estate, è la testimonianza presente della promessa del futuro: intenso e avvolgente, con un tannino ancora potente giocato su feschezza inaspettata del vento che tira dalla Gironda, e che dà piacevolezza di beva già ora. La speziatura di pepe e liquirizia, e il sottile peperone arrostito a stuzzicare il cuore caldo di frutti neri in confettura, fino al lungo finale di uvetta, cioccolato e caffè. Incancellabile nella memoria del passato di domani.

Unforgettable soundtrack: Edith Piaf e Charles Aznavour – Plus bleu que tes yeux

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12 commenti

  1. Daniele Tincati scrive:

    Molto interessante sapere che anche a Pauillac qualcuno si sta convertendo.
    Vorrei segnalarti anche l’interessante Chateau Gombaude-Guillot,
    piccola mosca bianca biologica a Pomerol ( penso l’unico ).

  2. Belle notizie da Bordeaux, grazie Chiara.
    Sento vicini al mio cuore i pensieri di Alfred Tesseron e le tue note, non mi interessano i nomi, gli aggettivi ma il profondo rispetto per la terra e per il vino, questi sono i parametri che uso nella mia ricerca enoica (ma non solo).

  3. gian paolo scrive:

    Domanda: siamo proprio sicuri che le radici delle viti arrivino a 8 metri di profondità?Lo chiedo perchè raramente in fase di scasso-cioè quando si prepara il terreno che ospiterà la vigna- si supera gli 80cm-1 m. ….ci sarà del buono per le viti a quella profondità?più si scende e meno la terra è ospitale e adatta alle piante.ciao Gian Paolo

    • Anche a Santorini mi hanno detto che le radici delle viti scendono per molti metri. Il terreno – cenera, sabbia, pomice, con pezzettoni di ossidiana – offre pochissimo e le condizioni esterne costringono le piantine ad abbarbicarsi. Non ho chiesto però se “molti metri” sono due o duecento, quindi la mia risposta è largamente lacunosa.

      • gian paolo scrive:

        Certo , la mia era anche una domanda con un pizzico di ironia.Rispondendoti da contadino ,ti dico che dipende molto dal porta-innesto usato e ovviamente dalla natura del terreno dalla disponibilità di acqua ..-e sorridendo ti dico che la biodinamica centra poco con la profondità delle radici :)- .Se vuoi ti aspetto a Campogalliano con vanga alla mano e vediamo quanto scendono le mie, ovvvio che poi si beve! ciao Gian Paolo
        P.S. spero di non aver offeso nessuno era solo per scambiare due pensieri prima di rifiondarmi sotto il sole!

        • a Santorini hanno solo piede franco. Mai conobbero filossera, tantomeno parlano di biodinamica. tranne alcuni che cominciano a guardarvicisivi.

        • Chiara Giovoni scrive:

          Caro Gian Paolo, nessuna offesa!
          Confesso comunque di aver atteso nel darti una risposta perchè vedendo da autore la provenienza del commento al post da parte di un produttore avevo avvertito “un filo di sarcasmo” e immaginavo si trattasse di una provocazione. Vedendo ora il tuo nuovo commento che ammette “ironia” cercherò di rispondere alle domande da te poste in precedenza trasferendoti le informazioni che hanno dato sul campo a me a Bordeaux, in maniera più puntuale ma senza dover far riferimento a porta-innesto o a manuali di agronomia e viticultura universitari.

          “Domanda: siamo proprio sicuri che le radici delle viti arrivino a 8 metri di profondità?”
          La risposta è si, innanzitutto perchè mi è stato fornito il dato dalla direzione dei vigneti. E non solo da Pontet-Canet a Pauillac, ma anche da Chateau Latour e Chateau Haut Breton Larigaudiere a Margaux, di cui scriverò. In particolare in quest’ultimo ho parlato con il proprietario nonchè direttore delle vigne che mi ha specificato che tali profondità dell’apparato radicale sono date dal fatto che le viti sono piantate con una densità che stressa la vicinanza (meno di un mt sia tra i ceppi che tra i filari).
          Questa gestione dell’impianto fa si che le radici in cerca di nutrimento e di acqua (specie in suoli sassosi) entrino in competizione, raggiungendo maggiorni profondità.
          “Lo chiedo perchè raramente in fase di scasso-cioè quando si prepara il terreno che ospiterà la vigna- si supera gli 80cm-1 m.” Infatti non è una questione di preparare il terreno nella fase di scasso, ma sono è la vite a “scavare” autonomamente e dopo 40anni l’impianto gestito in questo modo è stato in grado di indirizzare le energie della pianta verso l’accumulo negli organi perenni, cioè tronco e radici.
          “Ci sarà del buono per le viti a quella profondità?” Beh l’acqua è una cosa buona.. :)

          Devo ammettere che il dato in se aveva colpito anche me e per questo ho chiesto conferma più volte. Ovviamente si parta di vigne vecchie, ovvero di impianti che hanno dai 40anni in su.
          Spero di essere stata esaustiva e buon sole!! :)

          • Daniele Tincati scrive:

            Meno male che qualcuno accreditato ha più o meno confermato quello che avevo asserito io.
            Sta volta me la sono vista brutta.
            Temevo di aver scritto la succitata stronzata.
            Ci avevo preso anche con l’esempio della pianura padana, senza verificare la provenienza del simpatico Gianpaolo.
            Ogni tanto ne becco una giusta anch’io !

          • gian paolo scrive:

            Ciao Chiara,grazie per la risposta . volendo fare i “puntini alle zeta” il sesto d’impianto aumenta la competizione tra le radici , ma è il porta-innesto a dirci dove andranno; 10000 ceppi per ettaro di Kober -tipo di portainnesto stra usato purtroppo!!-avrò un ‘appartato radicale superficiale o quasi ,con un Paulsen o 110 R avrò sicuramente radici più profonde…manuali di agranomia a parte,che non ho :).Scusami se sono un po’ prevenuto su bio- dinamica,ma sono terribilmente terra -terra!ciao e buona serata Gian Paolo

            • Chiara Giovoni scrive:

              Allora forse non avevo capito io la domanda..
              Mi sembrava che la domanda fosse “siamo proprio sicuri che..?”
              La mia risposta è stata: “Si, perchè me l’ha detto il direttore della vigna.”
              Poi ti ho anche aggiunto cosa mi aveva detto per spiegare a me che succedeva alle sue radici.
              Io non metto in dubbio ciò che mi è stato riferito da un proprietario, in nome di una presunta caratteristica tecnica di un portinnesto, perchè come tu sai non fa tutto da solo in quanto dipende dal terreno, dall’esposizione, e da un sacco di cose tipo quanto piove, quanto drena etc. (e tra l’altro proprio in base a queste caratteristiche di suolo e terroir il portinnesto consigliabile cambia).
              Se fossi venuta da te per scrivere della tua azienda e tu mi avessi detto che le tue radici vanno a 20mt io te l’avrei chiesto magari due volte, ma se poi tu mi dici che è così, non ho motivo di dubitare.
              Da qui la mia risposta.
              Forse è questo tuo essere prevenuto sulla bio-dinamica (che in questa azienda è molta tecnica e tutt’altro che magheggio) che ti fa essere scettico. Magari per un chiarimento sul tipo di portinnesto potresti scrivere all’azienda dicendo che hai letto qui l’informazione.
              Non volevo disquisire in questa sede su K-5BB e simili…che poi tra l’altro per il mio background culturale mi ricordano più una sonata di Mozart!
              Buona giornata!

  4. Daniele tincati scrive:

    Io non sono un esperto, ma ho sentito vignaioli dire che le loro viti scendono
    nel terreno per decine di metri.
    Penso sia tutta questione di acqua. In pianura padana, per esempio, le viti
    scendono poco, perchè trovano l’acqua negli strati superficiali, e il terreno argilloso compatto, rende impermeabili gli stati sottostanti.
    Invece dove il terreno è sciolto e povero, oppure roccioso, l’acqua drena in profondità, e la vite è costretta ad andare a pescare l’acqua e i sali minerali,
    là dove si fermano, molti metri sotto lo strato superficiale.
    Spero di non aver scritto delle stronzate.
    Qualcuno può confermare ?

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