Viaggio in Sardegna | L’uva Vernacola, la mirra, la solitudine e il silenzio.
“Perché in una terra dove il silenzio è ancora il dialetto più parlato, le parole sono luoghi più dei luoghi stessi, e generano mondi.”
Michela Murgia, Viaggio in Sardegna – ed. Einaudi
L’uva vernacola dell’Isola è la Vernaccia della Valle del Tirso, è la Vernaccia di Oristano. Uva fragile, che si ammala spesso, ma uva acida e potente, che vuole solo terra povera (non è un problema) ma fresca (questo è un problema). Sarà per questa ragione e sarà perché i fenici erano marinai e commercianti in parti uguali, che la Vernaccia nasce e cresce nella parte più bassa della Valle, alle spalle del Sinis e della meraviglia di Tharros. Mare e fiume che si incontrano, si confondono in quei luoghi: il sale riscalda gli stagni, il maestrale insaporisce i canneti. Solo poco più in là, la Vernaccia.
Vinificare la Vernaccia è una scommessa. Si vendemmia a settembre, si spreme pianissimo, si fa ribollire in stanze che possano respirare e la si mette ad imbrunire per decenni in botti di castagno colme per due terzi perché la Vernaccia produce il flor, quella crosta fine e resistente, quel miracolo di autodifesa dall’ossigeno che – precipitando – filtra, schiarisce, illumina e irrobustisce.
Se la scommessa è vinta, il risultato è l’incanto, come nella Vernaccia Riserva 1988 di Contini. Oro e mogano, imbrunito e ramato, al naso quella cosa che solo sull’Isola, solo nella Valle del Tirso chiamano su Murrai, termine misterioso con il quale si distinguono, unendole, tutte le complessità autoctone che questo vino è capace di esprimere.
Su Murrai, ovvero di mirra e mandorle, di uovo sbattuto e nocciole, di pietra e datteri; in bocca è asciutto, caldo, dritto, salato di mare e di salsedine; è lungo, lunghissimo, infinito, che contare non serve a niente.
La Vernaccia si abbina con fatica, al massimo con degli amaretti, quelli larghi e morbidi di Ittiri. In realtà la Vernaccia si apprezza, come la maggior parte delle cose preziose, da sola.
Magari in silenzio.







Finale da pelle d’oca !
Mi inchino.
Dimenticavo:
mi inchino, in silenzio.
e abbinarla con salatissime ostriche?
mai fatto. ergo: prima provare, poi pallare (cit. autoctona).
ma ti dirò, a volte ho azzardato l’abbinamento con la bottarga di muggine di Cabras (quella di Giovanni Spanu è mediamente notevole), e la cosa si rivela sempre affascinante. un abbinamento comunque estremo … ma a noi ci piace così, giusto luigi? :)
Fabio, sei sempre molto bravo, valutando i grandi vini.
Qualche tempo fa, ricordi che ero d’accordo con te apprezzando la bella città di San Gimignano, ma parlando di VERNACCIA, quella di Oristano e dintorni può
essere considerata la regina.
Con molta stima
Emidio
Un bel post che su Twitter ha attirato l’attenzione di Michela Murgia @KelleddaMurgia che ha iniziato a dialogare con te in modo simpatico e direi democratico (in Italia è difficile che i “famosi” interagiscano)…ecco amico, volevo dirti che il tutto mi ha commosso.
e pensa che di Michela Murgia e del suo “L’Accabadora” avero parlato in un recente “sabato del Villaggio”: http://www.appuntidigola.it/2011/08/06/il-sabato-del-villaggio-laccabadora-la-scrittura-la-cucina-e-lassai-praticata-arte-del-mindpipping/
grazie vitt, anche io sono rimasto sorpreso e affascinato dalle sue parole cinguettate :)
E in silenzio ti ringrazio per questo scorcio.
“e il naufragar m’è dolce in questo mare”…
Da sola e’ sublime, me ne sto solo in cerca di una Canon x un amico, e sorseggiandola mi convinco sempre di più che e’ un grande vino, credo di averla trovata, la vado a vedere, se e’ all’altezza di tale vernaccia …….vedremo delle belle foto. ….