Il Sabato del Villaggio | Non rispettarmi, ma fammi felice
La mia mamma aveva una concezione semplice e chiara della parola rispetto: le cambiali andavano pagate, chiuso. Ricordo che quando cambiò l’arredo del negozio da parrucchiera – si era comprata i caschi, tra gli oggetti più affascinanti della mia infanzia – ebbe un pagamento cambializzato. Andava in banca “dal ragioniere” il giorno prima con i soldini, per timore di dimenticarsi. E “il ragioniere” le diceva signora non si preoccupi. Lei rispondeva, sempre: non mi preoccupo, voglio solo rispettare le scadenze. Sembra un altro mondo oggi: quando solleciti un pagamento scaduto da mille giorni ti offendono, eh, avrà mica paura che non la paghi.
Il mio papà, di cui invece posso ancora pallare al presente, ha un’idea diversa del rispetto, assai più gommosa. Allora c’era la Banca Agricola, in via Emilia: aveva colonne immense, che a me piccolo parevano quelle dei Faraoni. La volta che andammo a prendere la Cassetta di Risparmio, quelle con la targhetta e il nome inciso sopra, mi disse, Andiamo in Banca, dobbiamo vestirci bene. Chiesi perchè, cosa aveva sta Banca da richiedere tutta questa pantomima. Lui rispose “Rispetto, ci vuole rispetto per la Banca”.
Oggi vedo usata la parola rispetto con grande dovizia. Al telegiornale, alla radio, tra le genti, nelle coppie.E la vedo soprattutto usata quando qualcuno che scrive di qualcosa racconta la sua insoddisfazione per quel qualcosa.
Esempio: “sono stato all’Osteria della Polveriera, il minestrone sembrava quello della Findus”. Oppure “Ho bevuto il Piglio della Lavandaia 2008, era molle piatto e senza spina”. Opinioni eh, mica le Tavole della Legge.
E subito il vignaiuolo di là, o lo chef sotto forma di varie forme ectoplasmatiche se ne esce con “eh, ma tu cosa ne sai, della fatica che faccio io? di quello che sono io? e di mio zio? e di mio nonno? qui stiamo pallando di soldi, mica cotiche. Ci vuole più rispetto per chi lavora.”
Allora vorrei dare alcune notizie.
1. Incredibilmente, lavoro anche io. Circa 12 ore tutti i giorni.
2. L’insalata del mio orto produce foglie, non fogli. Da cento euri, intendo.
3. Non vedo in cosa manchi di rispetto al lavoro degli altri dire che il lavoro degli altri produce un risultato non conforme alle mie aspettative, o al prezzo pagato. Spesso tutti e due.
4. Non vedo in cosa differisca il denaro frutto del sudore delle mie ascelle dal quello frutto del sudore della fronte del vignaiuolo, o delle cosce dello chef.
5. Prima o poi bisognerà capire che il prodotto della nostra creatività e del nostro lavoro è un pezzo di noi, ma non è “noi”. E se dico che la tua mortadella sa di guano, non dico che Tu sei un uomo di guano.
6. Se rispetto significa non pensare quello che penso, e non dirlo: con garbo e franchezza, ma dirlo: beh, allora no, non sono un tipo di rispetto.
Resta poi da dire: che dovendo scegliere tra essere rispettato ed essere felice, non ho dubbi su quale sarebbe la mia scelta.
Immagine: Storie in Soffitta.






Sottoscrivo ogni tua parola.
la tua mamma e il tuo papà sono come i miei, e sta cosa del rispetto me l’hanno passata bene. io sono giuovine ma so cosa è il rispetto, sarò pure irriverente, però rispetto le persone, il loro lavoro se fatto bene, le loro fatiche.
una cosa mi faceva incazzare, quando mi si diceva e mi si dice che “tanto cosa vuoi lavorare te, li in mezzo al vigneto, senza rotture di maroni”… in parte è vero, è uno dei più bei lavori del mondo (ne ho fatto qualcun’altro prima di dirlo con certezza eh!),a parte le rotture di palle che ogni lavoro ha, a parte se il tempo ti è avverso e ti porta via il frutto di un anno di fatica, a parte i clienti che vengono a dirti come devi fare tu il tuo lavoro, a parte altre robe.
mi incazzavo, si, poi ho iniziato a fare come mio papà e a farmi seguire in vigneto, per poi dire “prova anche tu se vuoi a usare sto badile, o sta forbice, o sto attrezzo”; se porti rispetto sei rispettato, ma devi portarlo sapendo cos’è il rispetto, se non lo sai con me hai poca ciccia da condividere.
detto questo, sior caf la musigna è piena o vuota?
Qua da noi si dice(va) dindarolo, e ormai è sempre “mezzo” pieno (per non essere troppo pessimista).
Condivido quanto detto da Stefano e rispondo a Carolina: il rispetto deve essere reciproco, i soldi con cui ti pagano il vino sono frutto di altrettanto lavoro (si spera) e le critiche apportano miglioramento e crescita (con i dovuti distinguo).
Il rispetto, quello vero, è ormai assurto al rango di un concetto ottocentesco del quale si conserva solo il guscio.
Spesso ne sento parlare a sproposito, come le “emozioni” alla Maria de Filippi o gli “assolutamente si” delle vallette sciocche.
Se pretendere rispetto dagli altri, sotto ogni forma lo si voglia intendere, è diventato un lusso che difficilmente ci si può permettere, mi auguro per lo meno un futuro con persone educate all’esercizio di stile del rispetto per sè stesse. Pepita, anch’essa, sempre più tristemente rara.
Buon weekend Caf!
“La legge di Hume è un principio filosofico, attribuito al pensatore scozzese David Hume, che propone una differenza radicale tra lo statuto conoscitivo di proposizioni descrittive ed affermazioni prescrittive. In particolare, Hume nota come molti filosofi a lui precedenti, soprattutto nella formulazione della morale, introducano arbitrariamente e senza spiegazioni delle proposizioni prescrittive che avrebbero la pretesa di dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare.”
http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Hume
@maurizio: mai detto che i soldi con cui mi pagano non siano frutto di altrettanto lavoro fatto male o fatto bene, e sicuramente le critiche aiutano a crescere, io mi riferisco a chi arriva senza nessun rispetto guardandoci dalla testa ai piedi. accetto le critiche, anche le più rognose, non accetto la stupidità che viene fatta passare per rispetto.
ma insomma sta musigna non si sa se è piena o vuota….
Non rispettarmi, ma fammi felice!
SI!
“musigna”?
la musigna è quella della foto, alias salvadanaio :)
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