Erba Brusca, Milano [6.3]

 

Sei più indulgente, con un locale appena aperto. Perchè alle cose nuove ed implumi non puoi mettere tra le braccia l’incudine di aspettative colossali. E sei incline al perdono: perché è nuovo e ancora non l’ami: e lo sanno anche i cavalli che non si perdona chi si ama.

Ai locali nuovi puoi regalare due etti di perdono appiccicaticcio per quel vorticare di giovini carini e indaffarati attorno a tavoli con diciotto, che par servano un Festival de l’Unità; e puoi perdonare quella mezz’ora d’attesa del dolce, che alla fine sei stremato di zanzare e indifferenza ed hai solo voglia di un foglio con su scritti dei numeri, e pagare e andare via.

Più avanti, non potrai più, sopra tutto se l’amerai: e picchierai pugni callosi sul vino in mescita che sa di sughero, o su quegli involtini di melanzana e non-so-che, che verranno anche dall’orto ma virano in picchiata verso l’inutile.

Ma anche oggi che il locale è nuovo puoi gridare a gran voce che quello sgombro fritto sulla sua pelle è speciale, erto sulla salsa di yoghurt naturale e il purettino di rapa rossa: dolce e acidulo, brillante di vita. Sopra tutto se arriva dopo un mattonicino d’anguria con il sale, piccola folgore sottovoce.

E griderai a gran voce che buoni! sono buoni gli spaghetti con le vongole, il tartufo e l’erba brusca, piatto inno della Casa. Che il punto di cottura è raro, e l’equilibrio è perfetto, e che il piatto è quanto di più telefonato si possa immaginare una sera d’estate ma raccontato con mano estroversa e gaja.

Potrai dire che gli gnocchi sì, sono fatti con cura, ma fin troppo morbidi e tutto quel limone insomma, è troppo. E che la trota – salmonata – è plausibile con quel cuore roseo, ma insomma, noi qui si vorrebbe anche vedere il gesto alato, che di patate smezzate con la pelle ne abbiamo già viste un bel po’.

L’Erba Brusca sta dalla parte romantica dell’alzaja Pavese, in un bell’edifizio che pare una bocciofila smessa e rimessa su bene. Ha tutto quel che ci vuole: incluso la verandina con respiro sull’orto. Già, l’orto. Che solo con un movimento di verità vedrai come una bella idea per recuperare qualche sapore integrale, e non solo una appiccicosa deriva naturalista assai moderna in Milano. Tanto che lo dice, Orto con Cucina.

Dalla stessa prestigiosa gestione del Ratanà, votata allo stesso successo, la Casa di Alice è frequentata con entusiasmo dai milanesi in cerca di minimo refrigerio già alle prime settimane. Ha buona volontà e chiarezza d’intenti, il tempo collimerà gli spigoli fuori fase. La cantinetta si fa leggere, con quelche titolo al di fuori della cerchia delle etichette look-and-point.

Curiosamente potresti trovarti attorno una platea di utenti ampiamente stagionati, così come virgulti imberbi; seri professionisti e gai infratrentenni; signore con borse da dodici milioni di dollari e quarantenni con l’infradito.

I prezzi sono umani: è facile essere indulgenti, con tutto questo verde attorno, a Milano.

 


Erba Brusca
Alzaia Naviglio Pavese 286
20132 Milano Milano
t. 0287380711
eMail: info@erbabrusca.it
web: Erba Brusca

Non c'è degustazione. Per 4 piatti spendi 40, 45 yuri.

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16 commenti

  1. Titty scrive:

    stavo pensando di andarci ed ecco qui la recensione che non fa che aumentare la curiosità.
    Ma sì, ci si deve andare non fosse altro che per assaggiare l’anguria al sale!

  2. thebigfood scrive:

    Anch’io stavo pensando di andarci… e la recensione aumenta anche la mia di curiosità. Un po’meno il voto qui su in cima…

  3. Filippo Ronco scrive:

    Un calice di Zanotto Colfòndo a 4 europei?
    Mah.

    Fil.

  4. la cosa curiosa delle scribacchiate del caff e’ che, dinne bene o dinne male, un locale di solito aumenta di interesse anche solo per essere qui

    scrivera’ bene lui o siamo gia’ a livelli di mito ? ;-)

    ci andro’, ci andro’ … ma, poco solito al perdono e meno ancora alla seconda chance, preferisco lasciargli quel paio di mesi di warmup

  5. Chefclaude scrive:

    “Orto con cucina” è un gran sottotitolo e una bella definizione.
    Fa sognare, e fa pensare. Fa sognare micro-società utopiche composte da coppie complici: da una parte chi coglie, pesca, macella e passa di mano il frutto, e dall’altra tu (si, proprio tu), con la scala sotto l’albero, i piedi lessi nell’acqua di mare, i capelli schizzati di sangue ancora caldo, che metti in bocca quel frutto, lasciando interrotto di appena una vibrazione il sacro fluire della vita.
    Fa pensare anche e però, al risveglio, che ci vogliono kilometri quadrettati di orto per servire prodotti ad una cucina a pieno ritmo, e che comunque anche Erba brusca avrà il suo bravo ortolano, e il suo altro orto, chissà dove fuori di lì. E chi l’ha detto, il contrario?
    Metti insieme sogno e ragione, e salterà fuori l’ironia, magari voluta dagli stessi, metà pubblicità metà simpatia. Ed è giusto così.
    Poi a sbirciare certe foto ti torna su, se lavori in città, una verde invidia, che per avere anche soltanto un giardino odoroso così bello o pure più brutto affianco alla cucina ammazzeresti vecchie, demoliresti condomini, zapperesti carponi senza troppi affanni né etiche; ma alla fine, nei piatti, il segno deciso di qualcosa di vegetale e aromatico, una spinta, uno schiaffone, gelato o salato che sia, ce lo caleresti come un deus. Ma forse un po’ più dell’ex-machina delle foglie di acetosa.

    • il fatto è che la cucina è una forma di espressione sempre in bilico tra un edonismo voluttuario e una interiorità estrusa nel convivio, e quindi esorcizzata nella socialità. Bruciata nelle mode, e nei modi.
      per mio conto, vince sempre l’esperienza.

      E – va senza dire – il racconto.

  6. paneprosciutto scrive:

    capito qua per caso dopo essere capitata quasi per caso all’erba brusca, una deliziosa sorpresa in mezzo ai prati con metropoli in lontananza.
    ma non capisco una cosa…perchè i “giovani carini e indaffarati” sarebbero da “perdonare”? non è quello che di solito si desidera trovare? io ero rimasta a quando quelli da perdonare erano i giovani scazzati e musoni, che invece di “vorticare” si trascinano da un tavolo all’altro, contando i secondi che li separano dal momento in cui sbatteranno fuori anche l’ultimo cliente.
    “festa dell’unità”? e pensare che io avevo capito che l’aria da festa dell’unita’ senza odore di salamella era quasi voluta, con quelle file di luci e quei tavoli senza tovaglia e quelle seggioline un po’ scomode! magari anche solo per non snaturare troppo la storia e la tradizione di quel posto, che mi dicono molto caratterizzata! ciao!

  7. pimpinella scrive:

    sperando di scappare all’afa della scorsa settimana e rincorrendo la schiscetta del Ratanà che in tante pause pranzo ha salvato l’umore della giornata lavorativa, mi sono catapultata sul Naviglio.

    Poetica la location tra città e campagna.

    Servizio lento, sarà la milanesitudine ma la comanda oltre i 15 minuti accademici non la tollero :-( e due ore per completare una cena nell’attesa dei piatti sono troppe.

    Gnocchi ottimi ben legati con il condimento, ottimo ma un po’ “rappreso” il risotto con zola di capra , sgombro molto buono ma purtroppo salato (peccato), l’emulsione invece me la sogno ancora adesso.
    Il dolce lo prenderò la prossima volta quando farà più fresco.

    Resto comunque sempre dell’avviso che è troppo caro , come il Ratanà.
    In questa Milano da mangiare non è che bravo deve per forza far rima con caro!

  8. cri scrive:

    erba brusca a cena questa sera…mediocre,servizio e menù scarsi,prezzi elevati,non ne vale proprio la pena Complimenti alla pubblicità e adv fatti nelle ultime settimane,ma c’è solo questo

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