Il Sabato del Villaggio | Campagna referendaria per un uso leggermente più saggio della parola “Evento”

 

Amiamo – noi che l’amiamo – stiracchiare il linguaggio, torcendolo e piegandolo a significati di confine; trascinandoci appese figurazioni immaginifiche, ariose metafore, vibranti similitudini.

Noi che l’amiamo, noi, non raramente troviamo quell’esatta espressione nel suono della parola più che nel suo senso letterario proprio: ci innamoriamo di motti reboanti, ne indossiamo il clangore come usbergo, lo sventoliamo come vessillo. Ci arrampichiamo su architetture così precarie da reggersi più per il mutuo contrasto che per vera coesione.

Al Liceo – erano gli anni settanta – non si usciva illesi da un’Assemblea di Istituto senza aver pronunciato almeno una volta “Nella misura in cui”. Gli altri, invidiosi, si accasciavano su un più prudente “A livello di”.

Oggi, che di parole siamo alluvionati, ci troviamo a galleggiare tra detriti linguistici che sono diventati quasi esercizi di stile, come il fuagrà per un cuoco d’ambizione. Sono termini che vedremmo volontieri in disuso. Almeno per un po’.

Le parole da escludere dal nostro vocabolario:

Evento. Tutto è un evento. Il primogenito di Villian Badodi – centravanti della Borzanese – e della Cate viene battezzato? L’event manager si precipita, organizza, telefona. Sopratutto telefona. Il creatore di eventi non smette mai di sorridere e di telefonare, spesso salutando qualcuno all’orizzonte. Quelli bravi da vero in genere fanno le tre cose assieme.

Rivisitato. Ti siedi al tavolo e ti presentano la carbonara rivisitata: uovo, pepe e pancetta ma a testa in giù. Oppure la parmigiana rivisitata: invece di avere il pomodoro dentro, le melanzane fuori e il formaggio sopra hai il formaggio dentro, il pomodoro fuori e le melanzane sopra. Oppure il meglio di tutti: il tiramisù rivisitato. Che è uguale preciso a quello visitato una volta e basta, ma servito dentro un bicchiere a forma di icosaedro e costa sei volte tanto.

Cornice. La cornice è splendida, la cornice è prestigiosa. Quando leggo della cornice penso sempre alle diciassette che ho in cantina, ammucchiate in uno scatolone perchè sono un regalo di nozze: e porta male buttarle via.

Emozione. Quando la descrizione implode, allora si tira fuori l’asso di briscola: l’emozione salva tutto. L’emozione unisce grandi e piccini, l’emozione racchiude l’ira e la felicità, la frustrazione e l’euforia. Con l’emozione si può rivestire qualsiasi pacco: un po’ di nostalgia, un po’ di icone popolari. Parte Imagine su immagini anni ’60 rallentate, ci scappa la lagrima, abbiamo vinto.

Storia. Parola già stordita da secoli di slang giovanilistico (Uè, ciò delle storie) è diventata consunta all’epoca dei blog wi fu. Recentemente ho incontrato una penna di un certo calibro che si occupa di gastronomia. Del tutto casualmente la conversazione si sposta sui racconti di ristoranti, sulle cronache, recensioni. Io mi sbilancio, dicendo che per occupare le lunghe sere solitarie scrivo – indegnamente – recensioni, che pubblico su questo – indegno – bloghettino. Il tizio fa la faccia e poi mi dice naaa, io non scrivo recensioni recensioni. Io preferisco raccontare delle storie.

L’ho colpito con il mestolo*.

*Cara, ti ho comprato un cane, si chiama Estrema Riluttanza. Cosi’, quando mi allontano per i miei viaggi di lavoro potro’ dire di lasciarti con Estrema Riluttanza.
Lei lo colpì con il mestolo” Charles Schultz in Snoopy.

Immagine: i libri sono viaggi, di Paolo Ciampi

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12 commenti

  1. trovo geniale “L’ho colpito con il mestolo” e anche tutto il resto :)

  2. claudia donegaglia scrive:

    Sul Piccolo Principe si trova scritto’ Le parole sono fonte di malintesi’, ma un mestolo è sempre un mestolo ed il so significato è univoco
    claudia

  3. Sottoscrivo in toto. Sarebbe possibile aggiungere ai quesiti referendari anche quello sul’espressione “e quant’altro”?

  4. mauro_zz scrive:

    e ciai proprio ragione … la mia bella emozione non me la leva nessuno :-(

  5. Chefclaude scrive:

    Per esempio, ormai musicisti e canzonettisti parlano solo del loro ultimo, del loro prossimo “progetto” (il disco o il cd, che poi sarebbe un disco, mi pare). All’inizio la cosa non mi dava troppo fastidio, poi è stato tutto un dilagare accompagnato da inseparabili bodyguards, “eventi” o “happenings” (i concerti), e “locations” (località, frazioni, borghi, ex-fabbriche capannoni casali garages stadi o città, dove avvengono i suddetti concerti).
    Ci sarà sicuramente una spiegazione socio-linguistica: cioè sò mode, s’impoverisce la lingua e s’appiattisce un po’ anche il cervello, a forza di progetti.
    Però il linguaggio che si usa oggi per il “food” non è troppo distante da questo tipo d’evoluzione: e tutti i recensori si scambiano “millimetrico” e “muscolare”, in qualsiasi menù c’è sempre almeno un piatto “divertente”, con materie prime “da urlo”, ecc. ecc.
    Il problema (che meriterebbe però costante riflessione) è tentare di non annoiare gli altri (e per i più millimetrici, annoiare un po’ anche se stessi).
    Un fresco saluto,
    C.

    • Wow, non so se mi turba più la consapevolezza che (forse) leggi questo indegno bloghetto, o l’epifania di un tuo commento sulle sue pagine: ne sono ampiamente lieto.

      Vengo a te, ma con una perplessità: qui sei nel luogo dove ci si arrampica su catatste di Oli-Devoto solo per sfuggire della piattolalia corrente. E proprio qui sono piovute critiche feroci: all’uso disinvolto di sismilitudini; all’uso di parole desuete; alla deformazione del signifcante all’uso del significato.

      In altre parole, se non ho capito male, tu approvi e promuovi lo sfrorzo linquistico, e com’è ovvio sei nel posto giusto (a prescindere dai risultati) dove ciò accade quotidianamente. E dove tale sforzo vien spesso sbertucciato. E liquidato con epiteti superficiali, quali “ampolloso”, o “barocco”.

      Allora che facciamo? cerchiamo di usare una in più delle 200 parole fisse previste ormai per ogni conversazione oppure tiriamo diritto?

      • Chefclaude scrive:

        Caro Caf,
        ho capito solo molto tardi che tutte le forme di buona narrazione, barocche o meno, al di là del godimento che ti danno sono in realtà forme di riflessione sul linguaggio. Perciò costano molti sforzi e chi legge deve pagare, imparando a leggere.

        Ma oggi mi interessa soprattutto questo problema: visto che il cibo è una lingua già di suo, chi ne scrive deve essere in grado di tradurla, o piuttosto è costretto a trasmutarla e adattarla, passando da una materia ad un’altra.
        Questo passaggio è la vera difficoltà, e vuole per forza di cose (secondo me) un altro vocabolario, e invenzioni in scala: un grosso lavoro sulla metafora, sulle forme. Cosa dia la fedeltà in questo passaggio è difficile da stabilirsi, e io non l’ho ancora capito; non essendo il buon risultato né una foto, né un’immagine allo specchio, né la stesura di un solo codice valido per tutti i casi.
        Però sento insufficiente il trucco, la botta, lo scivolamento perpetuo; e non si può dire certo che siano nei tuoi tentativi.

        Capita di vedere spesso le stesse formule arrancare dietro ad un piatto che invece è sempre nuovo e mutevole, e rischia di rimanere mal rappresentato. Personalmente sento proprio il bisogno di qualcuno che ogni tanto mi salti per bene due sinapsi, prima che il tutto mi s’incolli nella padella cerebrale.

        • Eppure folle chiedono di leggere “e la mia commensale ha preso…”
          Per me vale ancora la regola di offrire ai miei 25 lettori il contagio di un’esperienza, e per questo – come in guerra e in amore – ogni mezzo è valido.
          Ci riesco? non ci riesco? Non saprei. Cerco di star lontando dalle formule, come un buon chitarrista cerca di stare lontano dai “licks” in cui ci si rifugia quando non ha più nulla da diteggiare.
          Ma come dici tu, parliamo di parole, ed è una bella acrobazia.

          • mauro_zz scrive:

            vedi pero’ Caff … che anche tu poi ricorri (seppur probabilmente per citazione sottintesa in quanto ormai nota) ai “25 lettori” ?

            il punto e’ anche questo (e lo dico per evitare di diventar solo sboroni):
            siamo aperti ad accettare che una frase per noi ovvia, scontata e forse patetica (la commensale …) possa essere per altri la strada per altre possibilita’ ?

            altrimenti prima o poi diventeremo (tenteremo di diventare) solo dei nuovi ermetici … e li hanno gia’ inventati

            • e non mi freghi, nò che non mi freghi.
              un conto è esporre citazioni riconoscibili, un conto è arrotolarsi in luoghi comuni consunti. per dire: “in guerra e in amore vale tutto” è una evidente citazione di un detto popolare, che nessuno potrebbe credere essere insufficiente padronanza del linguaggio; altro è il sentore fruttato e le note di sottobosco, o se vuoi, il gioco di consistenze, o la contrapposizione tra sapido e iodato.
              Non credi?

              Ps.: “La commensale” è una parola di aritmetica esattezza, quasi ragionieristica, che mi suscita freddo polare. E’ casuale che l’abbia usata tu, che per definizione sei il meno ragionieristico dei cantori.

  6. mauro_zz scrive:

    e un conto e’ usare “un conto”
    vedi come non e’ difficile caderci ?

    c’e’ il punto da cui non si ritorna perche’ si perde il contatto con “la media”

    e allora … lo oltrepassiamo questo punto o ci pensiamo un momento prima di diventare (di nuovo) ermetici ? e chiuderci a cerchio paccandoci sulle spalle tra di noi ? (metti tu le virgolette dove e’ il caso)

    non che io abbia la soluzione ma me lo chiedo spesso

    (e grazie per la solenne gioia che mi hai dato usando le minuscole)

  7. bette scrive:

    Ma. Parlando di linguaggio, anzi: linguaggiando di linguaggio, che altro si può, oltre a *tutto* ciò che si legge qui sopra?

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