Viaggio in Sardegna | Se il Torbato non è Whisky

di Fabio D'Uffizi

L’Alguer, Alghero, è un pezzo di Catalunya immersa nel corallo. Aggrappata all’Isola per caso e per la volontà trecentesca di Pedro IV d’Aragona, si allunga su uno dei tratti più struggenti della costa sarda. Bastioni e cannoni, barrios di pietra ingiallita, spiagge e rocce, maestrale e grotte, pescatori di corallo dai polmoni leggendari, profondità misteriose e secche pericolose, mare e terra.

Perché l’Alguer non è solo la storia di una enclave che si arrocca nella sua fortezza linguistica consolandosi con il turchese dell’incanto salato e con il profilo di Capo Caccia a segnare le giornate, è anche uno straordinario territorio alle spalle del mare, campagne di argilla grassa e calcare, viti e ulivi, la Nurra che proprio la finisce. Gente che lavora la terra insomma, che poi il sole qua brucia la faccia un po’ di più, perché l’occidente dell’Isola accoglie il vento Maestro ogni 5 giorni per almeno 3 giorni consecutivi, e quel vento è carico, ma davvero carico di sale. Disegna le coste come le facce.

Sarà anche per questo sale, per questo vento e per questa gente catalana e sarda, che solo qua vengono coltivati gli ultimi ettari di Torbato. L’Uva Catalana è parente della malvasia, questo è chiaro già al primo assaggio del Terre Bianche Cuvee 161 di Sella&Mosca, vino affascinante nella sua freschissima semplicità, uve Torbato coltivate su banchi di calcare millenario e canuto. Un bicchiere profumato di frutta e verde, mai ruffiano, a volte anzi difficile per quelle note tipicamente fumantine e ferrose dei cloni malvatici vinificati in secco, ma dalla bevibilità infinita, con un caratteristico ritorno solo leggermente amarognolo, ma sapido e rotondo che allunga spaventosamente ogni sorso.

Il Turbat è vitigno semplice, come semplice è il pesce che le affamate famiglie sassaresi consumano le domeniche calde, a pranzo, all’ombra della pineta di Platamona: lu zarrettu alla grabiglia, ovvero lo zerro alla griglia. Varietà di pesce azzurro poverissimo, lo zerro si muove in banchi numerosi nel sottocosta, per questa ragione viene pescato tanto e spesso. Lo zerro è liscoso, spinoso, piccolo e pure brutto, ma sopra una bella grabiglia alla sassarese (quella fatta anche con i legni odorosi), asciugato del poco grasso, diventa un piatto semplicemente irresistibile, che profuma di mare blu, da innaffiare con litri di Torbato.

Freddissimo.

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7 commenti

  1. Beh sorprendente scrittura che porta a desiderare di avere in cantina una bottiglia di Terre Bianche, di assaggiare cosa è questa uva catalana sospesa fra due mondi, fra mito e realtà come a volte può essere la Sardegna.
    Applausi da un fan fedele dei tuoi post.

  2. Daniele tincati scrive:

    Sto imparando da te non solo di vino, ma anche di storia sarda,
    grazie mille!
    Quella degli zerri la sapevo già, il pescatore che c’è in me è,
    haimè, ancora più forte dell’assaggiatore (o meglio bevitore ).
    Bravo come sempre.

  3. Filippo Ronco scrive:

    Lo sai che scrivi davvero bene?
    Grazie per i tuoi post.

    Fil.

  4. Massimo D'Alma scrive:

    Ora incomincio a seccarmi
    essì, i tuoi post sono troppo belli, mi danno anche un po’ fastidio…
    ma non è che sei tu il ghostwriter del tenutario???
    Sai, avvolte il dubbio m’assale…

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