L’insostenibile leggerezza dell’essere: il Gevrey-Chambertin 2005 di Denis Mortet

di Chiara Giovoni

In un film che amo e che ho visto decisamente molte volte c’è questa frase: “Why is it that we don’t always recognize the moment when love begins but we always know when it ends?” (traduco dall’originale perché il doppiaggio è inutilmente prolisso:”perché non ci accorgiamo mai del momento esatto in cui l’amore comincia ma realizziamo sempre il preciso istante in cui finisce?”). Se questa domanda mi risulta essere amaramente veritiera per quanto riguarda l’amore per una persona, è per me quanto di più falso si possa dire se riferita alla nascita dell’amore per un particolare vino.

Il momento. Ricorderò tutta la vita quella sera del 23 marzo 2009. Una cena memorabile con un amico di sempre in un ristorante di quelli dove solo pochi fortunati potrebbero permettersi di andare tutti i giorni, e “Lui”. Ad accompagnare l’entrecote di vitello sanato cotta al giusto rosa, arriva – tra le mani di quello che imho è uno dei più preparati, professionali ed appassionati sommelier che conosco – il vino “per colpa del quale” persi la testa per la Borgogna.

Se chiudo gli occhi la mente ritorna esattamente a quel momento. La bottiglia elegante con l’etichetta in quel  carattere che Word chiama “Old English” e al centro il binomio “Gevrey-Chambertin”. Ricordo di essermi  innamorata quella sera, e perdutamente, del limite nord della Côte de Nuits dove le vigne circondano il castello fortificato di Gevrey voluto dall’abate di Cluny nel 1257. Nel 1847 un regio decreto sancì la modifica del nome dell’AOC , e accanto al nome del comune di Gevrey fu posto quello del suo più famoso grand cru , divenendo così Gevrey-Chambertin. In questo territorio ad oggi sono presenti 9 grand crus per un totale di quasi 93ha e 26 premier crus con altri 80ha, ed è la regione più estesa della Côte d’Or con circa 330ha che possono essere denominati Gevrey-Chambertin.

Quella sera di marzo del 2009 in mio cuore iniziò a battere forte per la Borgogna, ed in particolare per la regione di Gevrey-Chambertin, un po’ come quando ci si innamora di Bach ascoltando per la prima volta le Variazioni Goldberg. Dopo quel primo istante sicuramente ascolteremo molte esecuzioni ad opera ogni volta di mani diverse, fino ad arrivare al sublime Glenn Gould che ci farà venire i brividi lungo la schiena, ma non dimenticheremo quel primo ascolto, magari meno prestigioso od applaudito, perché sarà stato il momento esatto in cui tutto ha avuto inizio.

E così, come spesso accade quando si sente il bisogno di ricominciare da un qualche punto fin dove si era riuscito a seguire col dito lo scorrere delle parole di una storia, sono scesa in cantina e sfiorando il collo delle bottiglie quasi a fare l’appello, ho scelto Lui: Gevrey-Chambertin Mes Cinq Terroirs 2005 Denis Mortet. Non un grand cru, non un premier cru, ma la bottiglia dell’inizio, un blend di 5 parcelle della proprietà che Denis Mortet tragicamente scomparso proprio dopo quell’ultima vendemmia del 2005 ha lasciato nelle mani del figlio Arnaud. Il pinot nero di questo vino arriva dalle vigne di Velle, En Motrot, Combe du Dessus, En Deree ed En Champs, a formare un’armonia intensa e gentile allo stesso tempo. Il 2005 è stato l’anno della svolta nell’uso del legno, che negli anni ‘90 caratterizzava in maniera importante la produzione di questo domaine, e l’anno della virata alla ricerca dell’eleganza più che della consistenza, al punto che Arnaud oggi utilizza meno legno nuovo e più secondo passaggio. Sempre tra il 2005 e il 2006 era stato avviato il processo verso il regime biologico in vigna (ad oggi completato), nel tentativo di Arnaud di recuperare alcune tradizioni del nonno Charles e di ritornare al “passo” dato al vino dal terroir. Non posso non accorgermi della differente consapevolezza rispetto a quel primo sorso in cui il vino mi aveva semplicemente inebriato con un profumo che aveva stregato i miei ricettori andando dritto al cervello fissandosi per sempre nella mia memoria. Oggi vorrei andare da Arnaud e chiedergli di portarmi a camminare nelle 5 parcelle, e sedermi sulla terra accanto alle viti con lui e farmi spiegare cosa ogni differente vigna dà a questo Gevrey-Chambertin che oggi mi emoziona forse più della prima volta.  Il mio bicchiere è denso di sensazioni, e non appena il vino si accomoda, scaturisce una frutta che diventa nucleo di ciliegia e freschezza di ribes, avvolta da note di terra umida e sottobosco, con un finale pepato e quasi piccante. Il palato è asciutto e avvincente allo stesso tempo, cesellato da un tannino serico e pregiato che sostiene il susseguirsi di sensazioni di cuoio, di spezie scure e nuovamente di frutti rossi e neri.

Certo, quel vino forse poteva ancora attendere qualche anno e magari una particolare occasione, ma a volte per aprire una bottiglia ci sono momenti perfetti semplicemente per il fatto che pensi di aver aspettato abbastanza: perché quando si inizia un viaggio che non si sa quanto sarà lungo, ogni volta che si raggiunge una nuova tappa, non bisogna dimenticare da dove si è partiti.

Soundtrack: Glenn Gould  – Variazioni Goldberg  (Bach)

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15 commenti

  1. Daniele scrive:

    Semplicemente sublime!

  2. Filippo Ronco scrive:

    Per me fu un Grand Echezeaux di Millot.
    Il pinot nero è una di quelle cose per le quali vale la pena essere umani ed aver vissuto sulla Terra.

    Fil.

  3. Bello, ho passeggiato con te e bevuto con te, le Variazioni poi sono una mia passione; lo sai vero, che era quello che suonava Hannibal Lecter a Firenze nel Palazzo Pazzi?
    A me invece mi fulmino’ un Batard Montrachet Domaine Leflaive, eh… la Borgogna! solo che sotto i 100 Euri ho sempre bevuto cose “normali”!

  4. Enocratici scrive:

    Sto praticamente facendo le valige mentre leggo, che pezzo Chiara! Meravigliosa! E Borgogna sia! Partiamo???

  5. Emanuele scrive:

    Ipotesi 1. Il tuo vero nome è Claret Giovonì-Chambertin.
    Ipotesi 2. Sei un raro incrocio fra l’agenzia di turismo e soggiorno della Côte d’Or e l’agenzia di importexport di Gevrey-Chambertin.
    Ipotesi 3. Parli di “viaggio”, eh…? capisco…
    Ipotesi 4. Per riuscire a scriverne così bene, prima hai terminato la bottiglia di cui sopra.
    Ipotesi 5. Un grande vino ha una grande storia – e qui ha trovato una grande scrittura.
    Ipotesi 6. Ho sete… come mai?

    • Chiara Giovoni scrive:

      Grazie davvero! Per me raccontare una bottiglia è far uscire senza filtro ciò che il vino suscita. E’ come essere un recipiente colmo, in cui aggiungendo vino questo necessariamente fa fuoriuscire ciò che sta dentro il recipiente che sono le emozioni, legate al momento e all’assaggio. La bottiglia è terminata ma ce ne sono molte altre ancora nel viaggio!

      • Emanuele scrive:

        Non è solo il momento e l’assaggio, non solo le emozioni che suscita il vino – in realtà sei probabilmente tu quella che si legge in questo e in altri tuoi post…
        Baci!!

  6. Daniele Tincati scrive:

    Preciso: semplicemente sublime l’articolo.
    Visto che siamo in tema di outing, io sono stato fulminato
    nel 2005 durante un normale viaggio in Borgogna che doveva essere
    turistico e si è tramutato in enogastronomico.
    Visto le poche finanze a disposizione non mi sono potuto permettere
    dei Grand Cru, ma il colpo di grazia me lo hanno dato a Chorey-les-Beaune
    da Tollot-Beaut dove, alla richiesta di poter fare un assaggio di vini,
    e non avendo loro più vino imbottigliato a disposizione ( lo vendono praticamente
    tutto en primeur ), mi hanno portato in cantina facendomi assaggiare tutta
    la loro produzione prossima all’imbottigliamento, spillandola dalla botte.
    Lì ho potuto assaggiare anche il Corton Bressandes.
    La loro gentilezza, di fronte a due sprovveduti che alle 9 di mattina
    suonano alla porta dell’ufficio è stata encomiabile.
    E poi dicono che i francesi sono antipatici !
    La passione pura mi ha portato a partecipare ad una degustazione di
    Grand Cru nel 2009 (giusto il giorno del mio 40° compleanno) dove,
    tra tutti, un Clos Vougeot “Musigny” di Gros Freres mi ha lasciato
    il palato il giorno successivo.
    Un viaggio in Borgogna ti cambia la vita, nel bene o nel male.
    Buona Borgogna a tutti!

    • fabio_duff scrive:

      comunque i francesi sono antipatici, bravi ma antipatici.
      *stereotipistaprofessionale*

      ps mica tanto post: bravissima come sempre, chiara.

      • Daniele Tincati scrive:

        Dai, almeno il nome con la maiuscola !

        • Chiara Giovoni scrive:

          :-) grazie davvero! *arrossisce*
          @fabio: comunque ci sono francesi e francesi..forse tu ti riferisci ai discendenti parigini del Re Sole… i borgognotti, lionesi, provenzali, sono molto diversi tra loro…e in ogni caso chi fa vino avrà da parte mia sempre il beneficio del dubbio!

          • Più che altro hanno una modalità di cortesia che è differente dalla nostra: ritengono che essa possa prescindere da una visione *aggraziata” dei rapporti umani…

          • fabio_duff scrive:

            diciamo che davanti a questa bottiglia di benefici e dubbi ne potrei concedere una quantità imbarazzante! :)
            e va bene, ok, va bene, non sono tutti antipatici, ok, ufffff …. il 99% si però!
            *sbatteipiedi*

            • Daniele Tincati scrive:

              E va bene, e allora i tuoi conterranei, simpatici sì,
              ma se la tirano per una bottiglia ( neanche un granchè )
              di vino non ben identificato, che ho mendicato fino all’osso,
              senza riuscire a portare a casa nemmeno il tappo.
              Oh, stavo scherzando, non ti offendere eh ?

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