Borgogna | Il mercato di Beaune
Mi piacciono le storie dell’anno mille. Quando c’erano in giro dei personaggi come Riccardo Cuor di Leone. Oggi invece ci dobbiamo accontentare del cuore di bue. Anche se detto in francese da un francese di Beaune non suona male. Coeur de Boeuf.
Cuor di Carciofo invece non suona benissimo, non ostante il colore bello viola e sanguinoso. E non c’è verso di farlo copulare con qualche vino, nemmeno con il più Grand dei Cru. Al massimo un Village dell’anno corrente, possibilmente pestato con i piedi.
Di pinò nuàr invece, non finirei mai di aspergere gli asparagi, con tutto quel burro. Perbacco, e il paradosso francese.
E la meraviglia di quel pane, cotto nella legna. E la meraviglia di quella legna, bruciata assieme al pane.
Pane e salame. E Vosne Romanèe, per meno del costo di un pieno al SUV.
E pane e formaggio, e Puligny-Montrachet, per meno del costo di un completo canotta e mutande di quelli che ci fanno la pubblicità i calciatori a fine carriera.
Testa di rapa. No, di rapanello.
Un tocco di dolcezza e di secchezza. Oggi arrivo, domani parto, qui c’è il paradiso di fianco all’inferno. Tentazione e Tantalo, tanto per tutti. M’ immolo volontario, messieur le chef, va senza dire.
Il mercato di Beaune si fa il Sabato mattina. Ricopre tutto il centro: c’è tanta gente, si va alla spesa in brache corte, il trolley, il cestino. Poche sportine di plastica. Ci sono i freaks del pane integrale biologico naturale che sembrano appena usciti da un film, con i loro capelli intrigati e i loro sorrisi intriganti. Ci sono i naturisti del miele e del formaggio, vestiti che noi non ci andremmo neanche a lavare il cane. Ci sono i contadini che vengono con le quattro cassette di cose scavate dalla terra, le mani piene di terra, le facce piene di sole. Ci sono i verduristi, i salamisti, i fioristi. I caramellisti, i pollisti, i carnezzai. I verdurai e fiorai.
E ci sono io pesce fuor d’acqua che preferisco il vino, qui a giocare con le parole e a disegnare con la luce, per non pensare che c’è un mondo dove il mercato è ancora un posto dove si va a comprare le cose da mangiare, dove non si sente l’obbligo di mettere gli infissi di alluminio anodizzato perchè quelli di legno sono da smaltare, dove montare la parabola sul tetto di una casa del trecento è un peccato più grave di perdere il millesimo canale tivi.
Un mondo dove bello e grazioso non sono sinonimi.
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Dove magari l’essere e più importante dell’avere e spendere per emozionarsi e non per inseguire chimere consumistiche non è essere tirchio ma essere giusto…
sui salami i francesi sono bravi in proporzione inversamente proporzionale rispetto ai vini. sostanzialmente fanno semplicemente cagher ( si pronuncia la R perchè irregolare)
belle foto e finale divertente. pensare che i francesi sono innamorati dei nostri, di mercati! dicono che tanta varietà di frutta e verdura come da noi, da loro non c’è. e in effetti mi hanno fatto pensare e hanno ragione. è vero.
ma loro hanno quel buon gusto che trasforma la semplicità in bellezza, sanno valorizzare le piccole cose e rispettare il bello.
abbigliamento a parte (e forse salami, non so, non ricordo di averne mangiati, preferisco lo chèvre) abbiamo molto da imparare!
ioqui da noi vedo soprattutto cinesi che vendono paccottiglia cinese. L’ultimo contadino ha portato i prodotti della propria terra nel ’74. Circa.
per il resto, credo che sappiano meglio di noi cosa ha valore e cosa no, ecredo che in questo la Rivoluzione abbia lasciato il segno. Sanno che se lo stato non risponde più ai bisogni dei cittadini, se ne può fare un altro.
noi a questo non crediamo più. io per primo.