Barbera | La birra vista dal punto di vista del vino.
Come vede il mondo della birra un produttore di vino? Con un misto di gola e trepidazione, come un bambino dietro alla vetrina della pasticceria.
Mentre i consumi di vino in Italia agonizzano, aumentano le dimensioni di un mercato – quello della birra – in cui continuano ad entrare nuovi operatori, in cui i prezzi a scaffale arrivano a superare quelli di una bottiglia di vino, ma con costi e rischi di produzione molto inferiori.
Il numero dei birrifici artigianali è ancora piccolo e affronta un bassissimo livello di concorrenza, almeno a livello nazionale. Le barriere all’ingresso (leggi costi di investimento) sono molto basse e le possibilità di crescita, invece, enormi. Ogni giorno nascono nuovi produttori, attratti da una domanda che rimane ancora maggiore dell’offerta.
Basso costo della tecnologia e tecniche di produzione relativamente semplici. Inoltre, non esistendo il vincolo delle denominazioni e della vocazione produttiva del territorio ma solo “stili birrai”, i produttori godono di una grandissima libertà nell’interpretare ciascuno stile secondo il proprio gusto personale – o secondo quello del proprio mercato di riferimento – creando “ricette” replicabili, con identici risultati, all’infinito. Il consumatore è, in generale, ancora poco formato e consapevole: i corsi di degustazione sono un fenomeno recente, anche se in crescita. La birra artigianale è di moda, e i consumi si adeguano.
Ma la moda non dipende soltanto dall’offerta crescente e dal battage promozionale: le stesse caratteristiche del prodotto e il tipo di comunicazione che ne viene fatta sono tra le principali componenti a supporto del fenomeno. La birra è “innocua”, ha un basso grado alcolico che tutela la sicurezza e i punti della patente. E’ fresca, allegra, informale, non impegnativa. E questa comunicazione le sta facendo un gran bene. Nessun sommelier in divisa, nessun Master of Beer a parlare dal pulpito con un oscuro linguaggio per pochi adepti. Al mio primo corso di birra il nostro bravissimo maestro è venuto in jeans e maglietta buffa, si è presentato con un nomignolo e ci ha raccontato aneddoti e curiosità, lasciandoci sperimentare e guidandoci con discrezione.
Nessuna ombra quindi? In verità c’è il problema della prospettiva: i velocissimi tempi di produzione e di consumo danno l’impressione di un ritorno immediato sugli investimenti, con la possibilità di lasciare spazio a speculazioni (che infatti spesso si riflettono sui prezzi). Certo, per un vignaiolo la prospettiva è totalmente differente: pianti un vigneto oggi ed avrai la prima vendemmia utile fra tre anni, e sarà un bel vigneto tra venti. Con solo poche vendemmie a disposizione per fare il tuo “vino perfetto” non puoi permetterti errori, quindi la tua prospettiva è, necessariamente, la vita intera.
Personalmente credo che le sfide e i limiti del mercato della birra stiano nelle capacità di distribuzione e di servizio. Alcuni piccoli produttori di oggi cresceranno perché avranno la forza e la capacità di diventare una vera azienda, con una adeguata struttura distributiva, logistica, di comunicazione. Altri probabilmente si ritireranno quando la moda si sgonfierà, oppure rimarranno confinati ad una dimensione esclusivamente locale.
Che poi è quello che succede anche qui da noi, nel mondo del vino.
Marilena Barbera, da Menfi Agrigento, fa parte del ristretto manipolo dei produttori della tweet-generation. Dopo uno scambio di vedute rigorosamente da 140 caratteri, mi ha raccontato il suo punto di vista sul fonomeno del caro-birra artigianale.







Condivido in pieno le tue note, e sono dell’idea che i prezzi spesso eccessivi della birra vadano rivisti, e dico questo da appassionato di birra e lambic.
Gran bel post!
la prima considerazione che mi viene in mente. se fai il rapporto fra popolazione italiana (60) e USA (300M), partendo dal presupposto che gli USA siano un paese birrariamente maturo, e poi metti a rapporto il numero di birrifici italiano (350) e quelli USA (1500) ti accorgi facilmente che il numero di birrifici in Italia non è affatto piccolo. sono I numeri ad essere piccoli… e un po’ di concorrenza, se i numeri non salgono alla svelta, comincerà presto a farsi sentire
ma i numeri saliranno
interessante comunque la prospettiva del vignaiolo. occhio che se vai a dire al solito birraio squattrinato in start up che gli investimenti sono ridicoli ti brucia viva… mica tutti hanno 100-200k euri nel materasso e le competenze per mettere in pratica queste “tecniche relativamente semplici”…
Ciao Marilena…grande corso quello a cui hai partecipato. ;-)
Ho ancora la tua bottiglia speciale da assaggiare.
Complimenti per la tua passione.
Questa risposta l’avevo scritta molto tempo fa, poi l’avevo persa, oggi l’ho ritrovata.
Siccome non sono abituata a lasciar cadere le cose (mio difetto peggiore) la posto lo stesso, e scusate il ritardo…
“Vi ringrazio per i commenti: il mio è sicuramente un punto di vista parziale e condizionato dal mestiere che faccio, però… vorrei rispondere a SR con una considerazione.
In tutte le aziende sono necessari investimenti e start up. Nel mondo del vino, se tralasciamo i “garagisti”, che fanno vini talvolta interessantissimi, la soglia di ingresso sul mercato è di molto più alta che nel settore delle birre artigianali e la possibilità di sperimentare su vitigni e su tecniche di vinificazione ed affinamento dei vini è decisamente più limitata, a meno di enormi disponibilità di capitali.
Per la mia piccola cantina (circa 80.000 btg/anno) l’investimento iniziale si è aggirato sui 750 K euro (di cui una buona parte, dopo 8 anni, sono ancora in mutui da ripagare), con ulteriori investimenti annuali in aggiornamento tecnologico e attrezzature di vigna intorno ai 20-30K euro (ed è veramente il minimo).
Al contempo, i costi per la produzione delle uve sono molto elevati, soprattutto per manodopera e lavorazioni in cantina, e i risultati finali sono veramente imprevedibili per le condizioni climatiche e fitosanitarie che cambiano ad ogni vendemmia. Un vignaiolo squattrinato dispone al massimo di 50 tentativi in una vita intera per produrre il suo “grande” vino, e se la vendemmia non è stata delle migliori… mica può ricomprare gli ingredienti necessari!
Detto questo, rimane la passione, nell’un caso e nell’altro, l’esperienza, che per entrambi è spesso l’unica vera maestra, e la disponibilità a confrontarsi con umiltà con chi, invece, il suo grande vino (o la sua grande birra) è già riuscito a farlo.
PS: Schigi, sempre grazie per avermi aperto un mondo!”