Il Sabato del Villaggio | Cara Birra
Birra: e sai cosa bevi.
Diciamo che ho imparato – a mie spese – quanto questa celebre e benpagatissima affermazione sia vuota infondata e tendenziosa. Capitò al tempo della Birra Livigno che nel modo più traumatico imparai che la birra non basta berla, per descriverla.
Per pallare di birra occorre conoscere bene la cugina acquisita del rappresentate di concime organico usato per coltivare l’orzo, la taglia di ginx dell’importatore di luppolo neozelandese, e soprattutto imparare a memoria un numero imprecisato di definizioni in oscure lingue sassoni che distinguono categorie così simili che solo una palato allenato, una lunga osservazione, una grande capacità analitica e una formidabile memoria possono distinguere, riconoscere e raccontare.
E’ un modo vivo, vivace, giovane e virulento: non esito a dire: affascinante. Impreziosisce queste umili pagine digitali Stefano Ricci, gran conoscitore e consumatore di birra: un vero Beer-Lover. Uno che dedica le vacanze non alle parrucchiere di Ibiza o alle poltroniste di Biarritz, ma si sciroppa gli Stati Uniti coast-to-coast tra sperduti birrifizi, festival epocali, pub leggendari.
Ascoltarlo – o leggerlo – raccontare di birra è come sentire Lo Cascio raccontare della punta di petto cotta 30 ore alla fiamma viva, appena un filo sotto Carmelo Bene ripreso durante la storica declamazione dei Canti Orfici di Dino Campana.
Seguendo il fulgido serpeggiare delle ferrigne classificazioni di stile, potresti trovarti incastrato tra una APA e una IPA, attento a non inciampare negli IBU. E soprattutto non farti vedere mettere il naso nel bicchiere o peggio, roteovorticarlo: potresti essere sassato di bottigliette da 33 vuote al grido di “dalli al someliè”.
Per conto mio continuo a fare come sempre: bevo più che posso, cercando di fermare nella memoria qualche immagine, possibilmente precedente lo stato di ebbrezza.
Ma durante una recente spedizione in una bella bottiglieria specializzata in birre “artigianali” italiane e internazionali, sono rimasto veramente colpito dai prezzi dei flaconi da 750cl. Da 9.50 a 12.00 euroni.
D’estrazione vinista, mi immagino le barbatelle piantate nei sesti. I filari. La cura. Le malattie, i trattamenti, la coltivazione della vigna. I costi li so, me li ha detti Francesco Zonin che dovrebbe avere informazioni di prima mano. Poi la cantina, la vinificazione, l’affinamento. Gli anni.
Eppure a cavallo del decaeuro si possono bere bottiglie molto buone. A volte eccellenti. Trasversalmente, da microproduttori da 2.ooo bottiglie a grandi cantine da venti milioni.
Non sono altrettanto “afferrato” sui processi produttivi brassicoli [cit.] ma: il prezzo è giusto?

![La Ratera, Milano [6.4]](http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/img-001-150x150.jpg)





Eh si, bere birre artigianale è una scelta di lusso. Son’ gustose ma care (a volte carissime se punti sul barley wine). Produzione piccole non vanno con prezzi da supermercato.
grassie. secondo cmq è tutto carenza d’affetto :-)
sui prezzi, il discorso è infinito… ma è utile, utilissimo, ribadirlo. io stringatamente consiglio, dato un livello di qualità dignitoso, di privilegiare chi viene incontro al vostro portafoglio
Il problema, appunto, è che il gastronomico d’eccellenza in Italia dev’essere etichettato forzatamente come “artigianale”.
Ci si richiama, con questo nome, ad operazioni commerciali giganti di truffa al buon senso del consumatore, ad una sfera sensoriale in cui il buono deve coincidere necessariamente con il piccolo: in modo che i prezzi trovino giustificazione a restare alti.
Il problema è, che quando un birrificio “artigianale” invece evolve e s’ingrossa – trovandosi in condizione dunque di poter abbattere i costi – è ormai tanto affezionato al proprio ricarico al dettaglio (ed insieme, al blasone conquistato nel mercato della birra) che i prezzi al consumatore finale non scendono, anzi.
Mi viene in mente la florida industria americana: che per termine accostato alla descrizione birra di qualità, ha scelto “craft”, scevrando quindi la nozione dell’eccellenza da qualsiasi notazione sulla dimensione e sulla presunta manualità elitarista del prodotto;e concentrandosi piuttosto su quella che è l’attenzione al prodotto stesso, il suo livello di perfezione assoluto, in senso estetico e tecnico.
Non è un caso, infatti, che l’industria del craft brewing statunitense non sia carente di esempi di produttori colossali – i quali, pur mantenendo standard qualitativi che consentano un piazzamento nell’eccellenza birraria, riescano effettivamente, per sana concorrenza, a decurtare i prezzi finali – rinunciando alla blasonatura “artigianale”, all’aura di elitismo (dovuta probabilmente all’esistenza di un’idea di eccellenza che si associa al settore vinicolo e ai suoi snobismi) ancora troppo fortemente viva e pulsante in Italia.
Mi auguro le cose cambino – ma al contempo, la ricerca dell’immagine e del prestigio che s’incarna nei consumi, sembrano mali necessari allo stesso modo d’essere italiano.
Salve, concordo su certi punti Yanni Vampiro; per esperienza personale posso dirti che alcune aziende,che inizialmente producevano in piccole quantità, acquisita una certa fama hanno iniziato a calare in termini qualitativi pur mantenendo il prezzo costante.Perciò non so fino a che punto convenga che si espandino se poi il consumatore si trova ad acquistare un prodotto di bassa qualità…ho appena acquistato on-line una birra artigianale mai provata prima…anch’essa è prodotta in piccole quantità nel sud Sardegna,parlo delle birre artigianali Barley..vorrei una sua opinione se le conosce, grazie
È appunto quello che dico, Carmen: certe aziende, protette dallo scudo-blasone dell’Artigianale, possono permettersi d’espandersi e calare in qualità mantenendo però il prezzo che vanterebbe il Prodotto Esclusivo d’eccellenza – mentre sarebbe possibile, credo, un’espansione sostenibile che anziché ruotare attorno al prezzo fisso (e altissimo) dovrebbe mirare a conservare come punto centrale la qualità del prodotto; tentando di amplificare la produzione di quest’ultimo in modo tale da poter abbattere il costo al consumatore.
Detto ciò, Barley è un birrificio che si è fatto meritatamente un nome negli ultimi anni: birre oneste e corrette, più che gradevoli, certe condite da qualche Tocco di Genio… Mi viene in mente la BB Evò, prodotta con mosto di uve Nasco, che senza dubbio è una delle italiane più brillanti e illuminate che ho avuto modo di bere di recente. Sicuramente un buon acquisto! Tu quale hai comprato?
Io ho comprato la friska…appena la provo ti farò sapere!
[si genuflette]
Non faccio commenti (se non altro per il punto di domanda finale).
Mi permetto solamente di linkare l’opinione di chi ne sa più di me ed è stato per anni dall’altra parte della barricata.
http://www.youtube.com/watch?v=k91t4bj5VX4
Sani.davide