Colfòndo | Nascita di un brand nel settore del vino

di Chiara Giovoni

L’incipit di questo post necessita di una premessa rivolta al lettore: non aspettatevi un racconto di vita vissuta, la sommelier alla scoperta di storie di uomini e territori dentro le bottiglie. Cambio di cappello e vi presento un caso decisamente interessante, forse il caso di branding più affascinante che ho seguito fino a ora nel mondo del vino, e per la verità ancora in divenire.

Sarò più precisa e vi racconterò la genesi di quello che a tutti gli effetti potrebbe essere definito accademicamente come una strategia di diversificazione che ha portato alla nascita di un vero e proprio marchio. Un marchio dalla peculiarità sorprendente, ovvero il fatto di essere condiviso da un gruppo di produttori, seppur non uniti in forma cooperativa o consortile come accade solitamente in questi casi nel panorama vinicolo.

Quasi un anno fa assaggiai il mio primo “Prosecco col fondo”. Me lo presentarono a TerroirVino (Genova) come un prosecco facente parte dei “vini naturali” e caratterizzato dalla presenza dei lieviti in bottiglia. Da allora ho assistito ad un vero e proprio fenomeno di presa di coscienza delle potenzialità di comunicazione “di gruppo” che sta portando all’adozione di una strategia condivisa di differenziazione, ovvero la necessità di rendere percepibili per il consumatore le caratteristiche differenziali del prodotto rispetto agli altri della stessa tipologia.

Driver del mio coinvolgimento in questo processo, l’amicizia twittera con Luca di Bele Casel che con il suo blog a puntate “Come nasce un prosecco” mi ha permesso di seguire la vendemmia 2010 con tutte le sue difficoltà e le successive fasi in cantina fino all’imbottigliamento. In parallelo il mio personale test al ristorante dove ho inserito in carta sia il prosecco “normale” che il colfòndo: “normale” perché al primo evento #colfondo1 ho scoperto che sarebbe stato un errore identificarlo come “tradizionale” visto che per tradizione storica nella produzione i lieviti restavano nella bottiglia.

Il primo momento mediatico di presentazione del “Colfòndo” senza più la parola Prosecco a specificare, è stato un vero e proprio battesimo: tavolate spesse di amici, produttori, blogger, operatori del settore, appassionati, e in mezzo a loro i produttori, e una variegata campionatura di assaggi per poter confrontarsi apertamente sulle caratteristiche percepibili dei diversi vini. Ma soprattutto una introduzione che ancora ricordo, in cui si è raccontato di come il Prosecco col fondo fosse l’origine, e non l’innovazione. In terra veneta insomma il racconto di chi il vino lo faceva già così molti anni fa, e che poi per necessità di commercializzazione ha prodotto il più diffuso prosecco filtrato, continuando a tenere una nicchia di “tradizionale” per autoconsumo.

In un mondo di “prosecchini” insomma una vera e propria rivoluzione copernicana. Per dovere di cronaca bisogna riconoscere ai veneti la grande impresa di esportazione di bollicina italiana: infatti quasi unanimemente all’estero si identifica con “prosecco” qualsiasi spumantizzazione Made in Italy. Certo, quando si gioca in casa si hanno ambizioni maggiori e se l’omologazione oltre frontiera è carica di un potere di semplificazione comunicativo che indubbiamente facilita l’esportazione, in patria si aspira a qualcosa di più. E dal punto di vista dei produttori che stanno facendo scelte di qualificazione un fattore è indubbiamente importante, visto che la  prima conseguenza del pullulare nella vastità del mare di “prosecchi e prosecchini” a cui in primis la GdO ci ha diseducato, è stata soprattutto una forte contrazione dei margini nel settore.

Sì perché nonostante il fattore emozionale che per me e molti avvolge il mondo del vino, per onestà intellettuale nei confronti delle “lenti universitarie” che sto indossando, non posso prescindere dall’elemento di concretezza che sposta l’attenzione sul fattore “prodotto” e sulle modalità/difficoltà di commercializzazione dello stesso.

In questa logica di comprensione profonda di elementi di caratterizzazione da comunicare e promuovere, e di definizione delle modalità stesse di valorizzazione del prodotto per il consumatore, si è svolto #colfòndo2, o come lo definirei io, un Colfòndo-pro, viste le caratteristiche dell’audience presente. Non più solo amici, o twitteri, ma quelli che nell’analisi della comunicazione strategica sono definiti “Testimonial”, ovvero referenti autorevoli di target selezionati che possono supportare le scelte aziendali (in questo caso di gruppo) su diversi fronti di comunicazione interna e promozione esterna.

A mio avviso è ancora prematuro parlare in termini definitivi di risultati dell’operazione di branding, ma è evidente che il primo successo dell’incontro con i produttori è stato la compattezza di mobilitazione, la condivisione della necessità di cooperare nell’insegna di quello che non è più un nome ma un vero e proprio marchio: Colfòndo. L’altro prosecco.

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8 commenti

  1. un passo ala volta arriveremo lontani, ne sono certo ;)
    Luca

  2. fabio_duff scrive:

    bello, bellissimo pezzo chiara. ottima l’idea di analizzare il movimento colfòndista non solo con lenti romantiche. Colfòndo si attesta come uno dei primissimi casi nel mondo del vino di marchio orizzontale, quasi spontaneo, sur lie.
    Un unico problema. Quando si comincerà a parlare di brand equity di colfòndo, quando il valore sarà alle stelle, ci sarà un signore, proveniente da Borzano, che reclamerà un copyright grande come una Nabucodonosor. Di colfòndo, ovviamente :))

    ps: molto fighe le tue lenti sarfattiane …

  3. maurizio donadi @labasseta scrive:

    brava Chiara… sempre uniti #colfondo isti!!!

  4. carolina scrive:

    Io l’ho sempre detto che la Giovoni tifava per noi ;) grazie mille per la recensione stupenda.

  5. vorrei passarvi il commento fatto su fazzabù (cit.) di Mariagrazia Melegari che come sempre da ottimi spunti di discussione

    Molto interessante. E lo sarebbe ancor di più se Chiara, in veste di sommelier , ci raccontasse come sta andando il Colfóndo nel locale dove lo ha messo in carta. Viene provato, scelto dalla clientela? C’ è curiosità? Come ne promuove la conoscenza tra i clienti? (ulteriore stimolo per un secondo post sulla deformazione professionale)!

  6. i ragazzi del fondo, sono veri come il loro vino zcf

  7. M.Grazia scrive:

    Ringrazio Luca per avermi preceduto nel postare il mio commento già fatto su FB. Nella mia noterella dopo Colfóndo1 ponevo l’interrogativo: “sarà un nuovo vino di nicchia, questo vecchio vino di massa?” e rimango dell’ idea che sì perchè per apprezzarlo occorre conoscerne la storia e sapere che questa è la versione tradizionale, non quella diffusa – nella maggior parte dei casi un extradry o brut. Mi sorge dunque la curiosità di sapere da Chiara che ce l’ ha in carta, com’è l’approccio della clientela a questo vino. Nel mio caso potrei dire che occorre anche tempo, assaggiarlo e riassaggiarlo in più d’una espressione, per capirlo e cominciare ad apprezzarlo. In un primo ( e magari unico) approccio al ristorante, mah!?

    • Ho trovato una rassicurante consonanza di pensiero sull’argomento: il colfòndo non può essere considerato un vino “da scaffale”, nè lasciato alla libera scelta. Va raccontato per com’è, semplicemente.
      Io ci credo, perchè ho visto le facce di alcuni prosecchisti spinti occasionalmente a cena da me avvicinarsi al bicchiere prima perplessi, poi incuriositi, poi convinti, cavie inconsapevoli.
      E a costo di sembrare insistente, continuo a definirlo tradizionale, per distinguerlo dai Prosecco “convenzionali” in autoclave, che giocano un altro campionato. Forse, un altro sport.

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