Il Sabato del Villaggio | Uomo bianco parla con lingua biforcuta

 

Mi piaceva moltissimo Carmen Consoli all’inizio della sua carriera: è stata l’unica autrice ad avere quel talento particolare, capace di piegare la lingua alle esigenze delle sue canzoni spesso un po’ sbilenche, ruvide, frequentemente struggenti. Capace di cercare quegli accenti sdrucciolevoli e calcarli dentro i quattro quarti del rock un po’ nirvanato degli inizi.

Mi piaceva moltissimo il Battisti divorziato dal paroliere più sopravvalutato del millennio, quando portò nei lettori (di CD) la metrica epilettica di Pasquale Panella, strappando via non solo le rime baciate ma anche il racconto, la storia: lasciando scorrere il flusso delle parole, immaginifico ed evocativo. “Ah, come sono vivace come uno che tace”

Per questo mi schiero a petto nudo – che già di per sè non dev’essere uno spettacolo meraviglioso – quando sento montare la discussione sull’uso del linguaggio nelle descrizioni enogastronomiche. A frotte, a legioni si inalberano di fronte alle acrobazie verbali dei someliè, molto più che dei critici gastronomici, attribuento al loro modo di esprimersi la qualità dell’idioletto per iniziati.

Eppure anche per un lettore di bocca buona dovrebbero risultare stucchevoli dopo poco i vini irrimediabilmente “morbidi” e le bistecche “succulente”, i piatti “golosi” e i bicchieri “fruttati”.

Si tratta di sfumature, e la lingua italiana ne offre miriadi: lo stesso uso delle parole attribuisce un senso serio o serioso ad una frase. La scelta dei vocaboli determina il risultato del tono, l’umore, il colore stesso del racconto.

Il vero problema è che usare qualcuno di più dei mille vocaboli del telegiornale è ormai considerato un reperto da baule delle cose vecchie. Un po’ come l’etica del lavoro, una certa idea di onestà. Un po’ come la propensione a rispettare gli impegni e la parola data.  Un po’ come credere che si possa dire qualcosiasi cosa, con garbo e franchezza.

E senza ullare.

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6 commenti

  1. giancarlo maffi scrive:

    ah, che bel pezzo. decisamente succulento.
    direi perfidamente golosissimo, nella sua splendida snobbaggine.

    che dobbiamo fà, noi poveri ragionieri sdrucciolevoli, perfino nei primi anni di vita passati con le immagini del maestro manzi ( evocativo direi).

    è vero: non è ( sarebbe) mai troppo tardi. ma la pigrizia incombe e il dizionario dei sinonimi-contrari riposa sullo scaffale, polveroso.

    del resto, nei secoli appena passati, c’era d’annunzio.

    in questo ci tocca, con grande piacere sia chiaro, il vate(r) di Borzano.

    che altro cercare?

    *ridacchia sconsideratamente*

  2. fabio_duff scrive:

    stavolta non ti quoto … ti lovvo.

  3. mauro_zz scrive:

    peraltro il dizionario sinonimo e’ pure in rete :-)

  4. Filippo Ronco scrive:

    Sono d’accordo Stefano, fintanto che l’uso articolato della lingua italiana resta strumento e non si trasforma in inutile barocchismo. Penso che la necessità di fuggire dagli abbastanza dei corsi ais – pur utili inizialmente, per darsi una rotta – e ricercare un linguaggio più articolato risponda alla necessità di rendere le emozioni attraverso le parole. Non c’è niente di più difficile di far passare un’emozione con una (o più parole). A cos’altro serve altrimenti il racconto del vino?

    Fil.

  5. Filippo Ronco scrive:

    “Me ne rallegro” (cit.) :)

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