Il Sabato del Villaggio | Troppo avanti per essere buono
Per un periodo delle mia vita, in un secolo molto lontano, ho seguito il mondo delle arti visive. Il limite estremo della ricerca, dove la pittura si confonde con la scultura, dove la rappresentazione del concetto si confonde con il concetto stesso: dove la spiegazione dell’opera diventa più importante dell’opera. Ero affascinato da questo tentativo della tela di arrampicarsi nella terza dimensione, accartocciandosi, arrotolandosi, cercando una profondità ormai trattata definitivamente sul piano.
La rappresentazione visiva si contaminava con la performance, che a sua volta cercava una continuità nell’installazione: non esistevano – se non in minima misura – le semplificazioni digitali, che oggi hanno reso possibile quasi tutto a basso costo.
L’ambiente aveva le sue liturgie: se nella gastronomia l’icona è il cinquantenne sovrappeso, allora mi vedevo circondato da bipedi alla disperata figura di una “immagine” estrosa, come quando da noi in campagna si dice “vuol far l’artista”: uomini con il toscano e il tabarro (quel mantello che gira attorno alle spalle, diffuso nell’italia prebellica), donne con mise avventurose. Ma soprattutto erano tutti magrissimi, efebici, introversi. Parlare poco, mettersi in un angolo a scrutare il mondo, e soprattutto “macerarsi interiormente”.
Perchè la figura chiave di quei mondi era il “critico”, colui il quale cioè scriveva la “spiegazione” dell’opera. Possibilmente utilizzando un linguaggio colto-visionario che fa sembrare i più aulici sommelier degli scolaretti di periferia, in cui la “ricerca interiore” era un passaggio obbligato come la frutta rossa e il cassis lo sono nel racconto dei vini rossi.
Sentii scricchiolare le mie convinzioni in merito all’onestà intellettuale di queste ricerche interiori una volta che vidi un “artista” rotolarsi nudo su un lenzuolo bianco con abbondanza di interiora di tacchino sanguinolente. Il lenzuolo rimase esposto alla fiera per i giorni successivi, e uno degli spettacoli più coinvolgenti era osservare le facce del pubblico che si fermava di fronte all’”opera”. La più parte si chiedeva dove finiva la “ricerca interiore” e dove cominciava la presa per i fondelli.
Mi è tornata alla mente questa lontana esperienza leggendo delle gesta di Carlo Cracco a proposito di entomofagia: mangiare gli insetti, in pratica. So bene che il “cosa mangi” è soprattutto – se non *esclusivamente* – un problema culturale: quando dissi al mio autista indiano che noi mangiamo gli asini ebbe un conato, non meno di quello che ebbi io quando il mio autista burmese mi regalò un cartoccio di cavallette caramellate.
Non ho assaggiato: quindi, ligio al primo comandamento “prima provare poi pallare” non ho nulla da dire sulla qualità di quei piatti. Però un dubbio me lo pongo: quando la gastronomia si arrampica fuori da se stessa per produrre il finto condom usato, il seme di mela all’arsenico, il palloncino pieno d’elio, o la crema di riso venere ai vermi ecco che mi pongo delle domande.
Poi, siccome sono una anziano conservatore, mi ricordo quello che mi disse un Oste: “il piatto, prima di tutto, dev’essere buono”. Poi, se è il caso, ascolteremo anche il racconto della “ricerca interiore” …







ho letto quella cosa su cracco. ci penso da mò . sarei contrario, se non fosse che l’estrema semplificazione mi porta a pensare: se mangio, e mi piacciono pure, le trippe di vitello o di baccalà, perchè non si debbono mangiare le cavallette caramellate? ( tra l’altro provate: sono golosissime( mal di stomaco del caf per l’uso del termine)
ragazzino chiesi ad un mio amichetto para-cinese, credo il primo in italia, come potessero mangiare i cani. mi rispose che lui era abbastanza scandalizzato dal fatto che noi bergamaschi scricchioliamo con grande libidine gli ossicini dei passerotti( gli altri, io ho smesso da secoli).
insomma è tutto un fatto di cultura, se vogliamo chiamarla in modo fabiofazziano. oppure fame, direi più terra terra. se ricordate in una scena di papillon uno dei due, in isolamento, si mangiava con grande gusto un insetto.
poi credo che cracco -carlo abbia una certa dimestichezza con l’uso dei media e sia tutta, o quasi, pubblicità a costo zero.
oppure che avrebbe voluto far fare le prime prove d’assaggio a una stagista di nome bellantoni ilaria…. ma è arrivato lungo
O forse è un mesaggio nenache troppo velato rivolto alla sucitata stagista….che Cracco gli insetti li schiaccia e li mangia a pranzo!;)
Sposterei più il ragionamento sull’arte moderna, in special modo l’arte visiva e concettuale. In quella tipologia di arte l’importante è spingere l’idea che non è sicuramente accessibile alla massa. Nello stesso modo Cracco, oltre alla pubblicità che si fa, deve spiegare un piatto che contiene insetti e promuoverlo diversamente da un foie-gras con patate. Un mercato in Italia sicuramente limitato a poche persone in grado di comprendere cibo di quel genere.
P.S. comunque nei famosi barattoli di Manzoni non c’è merda ma gesso :-)
un vero peccato, leo. in questi giorni di, chiamiamola così, influenza intestinale avrei potuto partecipare con profitto agli utili del manzoni.
Io che non distinguo un risotto da una pasta al forno, però amo le cose buone, avendo scritto in tempi assolutamente al disopra di ogni sospetto – leggi: inizi anni ’80 – proprio un articolo sugli insetti commestibili africani (con la consulenza di un vero entomologo), dico: dovrete bendarmi, se volete farmi mangiare le cavallette caramellate.
Perchè io mangio con gli occhi, innanzitutto. E anche se da pochi anni porto gli occhiali, ci vedo perfettamente.