Pignataro | Come una triglia nel mare del web
Sono ormai come una triglia nel mare del web dopo aver staccato gli ormeggi cartacei e sento spesso temi ricorrenti. Perciò ho chiesto a Stefano ospitalità dopo il dibattito di qualche post fa per portare la mia esperienza.
Ci sono due punti di vista opposti e lontanti, talmente lontani che portano alla stessa conclusione: la inutilità della rete.
A) il web 2.0 ha la sua ragione d’essere nella discussione che alimenta la conoscenza, non importa se il contenuto di un post sia preciso o meno, l’essenziale è che sia costruito per far intervenire i lettori.
B) Quello espresso da Sara: per scrivere serve competenza altrimenti sono chiacchiere da bar.
Da un punto di vista doroteo, penso che la verità sia più o meno in equilibrio tra queste due rigidità che non portano da nessuna parte.
In particolare:
- Competenza: non è indispensabile per scrivere ma per essere ascoltati
- Titolo: non è indispensabile per esercitare il mestiere ma è utile se coniugato alla competenza
E ancora, si debba distinguere tra giornalismo e critica. Il primo racconta, tanto meglio quanto più esperienza ha accumulato. La seconda valuta. E lo fa secondo la propria esperienza, non c’è altro modo. Dunque l’esperienza alla fine fa la differenza, secondo me. E la quantità di esperienza dipende dall’oggetto, non dal soggetto: per il cibo servono anni e anni, per il vino ne bastano un paio molto intensi. Non a caso l’età media di chi si occupa del secondo è molto più bassa di chi è impegnato con il primo.
Cosa determina l’autorevolezza? L’utilità e il divertimento per chi legge. La prima è data dalla verifica sul campo di quanto è scritto sul post da parte del lettore, la seconda dal godimento prodotto dallo stile di scrittura e dalla verve creativa.
La non competenza può creare danni? Sì, in cucina o in cantina.
NdR.: Luciano Pignataro è il celebre giornalista “salernopeo” che da anni si occupa attivamente di enogastronomia, mettendo in luce le realtà più interessanti del Sud. Oltre a diverse testate “dell’Era Cartacea”, Pignataro è titolale dell’omonimo Wine Blog.

![Il Sabato del Villaggio | Vino e montagne russe, per un consumo [ir] responsabile](http://www.appuntidigola.it/wp-content/uploads/santa-maria-la-palma-150x150.jpg)





Non ho ancora capito se sono d’accordo con te oppure no.Concordo sul fatto che il tema del titolo ( o del post fatto per avere commenti) e quello delle competenze (o della dicotomia tra cartaceo e non) siano due temi ricorrenti.A VUU a Genova un bell’intervento di Davide Cocco aveva sintetizzato bene il primo tema: se non c’è sangue,non ci sono commenti. Scritti belli stilisticamente e dai contenuti interessanti spesso non fanno commenti, perché non finiscono con il furbo punto di domanda e richiedono un grado maggiore di impegno nella risposta.
Ma il punto di Sara mi fa paura soprattutto perché sembra venire da una ragazza giovane. E qui dissento. Il web 2.0 ha ribaltato gli equilibri. Tante volte ho sentito dire dai colleghi produttori “ma come si permettono di esprimere un giudizio negativo, dietro c’è il mio lavoro”. Certo, ma hai la possibilità di replicare e spiegare e raccontare e dissentire. O magari riflettere e ripensarci. Per citare altri che ne sanno più di me, hai la possibilità di partecipare ad una conversazione che ci sarebbe comunque, anche senza la tua presenza. Quanto vale ciò? Se anche fossero chiacchiere da Bar c’è un potenziale in quelle chiacchiere che difficilmente chi un prodotto lo produce, magari mettendoci l’anima, ma soprattutto deve venderlo, troverà altrove.
Se poi un blog, un giornalista o un “indegno scriba” siano autorevoli, influenti o competenti, lo decreterà democraticamente la gente che continua o meno a leggerli.
A me sembra così chiaro: se io esalto un posto e tu ci vai, se ti trovi male una volta passi. Ma se capita 3, 4, 5 volte semtti di leggermi, that’s it.
che è il motivo poi per il quale io sono passato negli anni da una guida all’altra: i loro gusti non erano più in sintonia con i miei.
Scusa Luciano, mi sfugge in effetti l’apertura legata all’”inutilità della rete”. Ma non è questo il punto. Scrivi che il “web 2.0 ha la sua ragione d’essere nella discussione” ed io non capisco esattamente a cosa tu ti riferisca. Il fenomeno della “condivisione”, quello che negli ultimi anni ha fatto la fortuna di tanti social network, che ha cambiato il nostro sé digitale e che ha tracciato una linea netta con la precedente era di internet non ha niente a che vedere con eventuali linee editoriali volte a creare discussione. Se mi spiego.
Il fatto è che mi sembra tu -e Sara- partiate dall’assunto secondo cui a proposito di un determinato oggetto esista una sola faccia della verità, ovvero quella espressa da una o più persone con esperienza (e se possibile anche titolo) in quello specifico campo.
Io invece la penso in un modo opposto, e credo fermamente che tutti abbiano titolo per scrivere di tutto, molto semplicemente. Sta poi al lettore decidere se ascoltare, dare retta, farsi influenzare da quanto letto.
In tutto questo infatti dimentichiamo un fattore fondamentale, la reperibilità. Come si è arrivati sulle quelle pagine? Da un motore di ricerca? Allora evidentemente vuol dire che in qualche modo quel contenuto è sia molto pertinente che importante su quell’argomento. Il page rank NON è un’opinione. Da un link, da un sito che stiamo leggendo, da un social network? Allora vuol dire che altre persone si sono prese la responsabilità di condividerlo, approvandone in questo modo il contenuto e contemporaneamente che noi abbiamo avuto la voglia di leggerlo. Non vado oltre, credo il senso sia chiaro.
La rete ha una grande capacità di auto-democrazia, i cui peggiori contenuti vengono automaticamente lasciati ai margini. Sempre.
Con stima,
jacopo
P.s. Sono d’accordo che sia oggi più facile approfondire l’argomento “vino” che l’argomento “cibo”. Non sono d’accordo però sull’arco temporale, che in questo caso è più conseguenza che causa. Per poter conoscere l’indimenticabile cucina di Remì la mia unica possibilità è quella di prendere un aereo per Parigi. Per assaggiare un grande Chateau posso aspettare una delle tante degustazioni che si tengono in giro. Per conoscerne di cucina quindi ci vuole tanto tempo libero. E molti più soldi. Ecco che quindi quella che chiami esperienza si forma nell’arco di anni, non mesi.
Caro Jacopo
il tema della verità, esiste o non esiste, è troppo complesso e lo discutono dai socratici in poi senza trovare una soluzione condivisa dunque non mi arrischio troppo. Si discute anche se quella che viviamo sia la realtà o meno, figurati…
La tua fiducia nella capacità di autoregolamentazione della rete capace di punire il negativo relegando in fondo mi ricorda da quelli che affidano ogni cosa al libero mercato e sono contento che tu viva così tranquillo.
Il page rank, come i voti in democrazia, SONO UNA OPINIONE. Basta un giro rapido per apprendere da specialisti che ce spiegano trucchi e trucchetti per incrementare il traffico A PRESCINDERE dai contenuti.
Per esempio essere linkati ogni settimana da Macchianera:-)
Mi trovo molto d’accordo con quanto scritto da Jacopo, tanto che non vorrei aggiungere altro.
Ma.
Ma una cosa sì: trovo un po’ di contrasto fra la triglia che ha mollato gli ormeggi del cartaceo e la dichiarazione di inutilità del web. Perdonami, ma alla fine non ho proprio capito il tuo punto di vista.
Sani.davide
Colpa mia se non mi sono spiegato bene
Io non sostengo affatto l’inutilità della rete altrimenti non ci starei. Credo che la rendono inutili coloro che ne estremizzano l’uso autoregolamente senza preoccuparsi di filtrare quello che si scrive.
Il tema è stato già dibattuto e gli esempi non mancano.
Il problema non è se la rete è inutile o utile, ma l’uso che se ne fa.
Proprio come un cellulare: lo si può usare in continuazione ma i contenuti vengono da chi parla, non dal mezzo
Grazie per la risposta. Ora tutto è più chiaro.
Davide
Le conclusioni di Luciano, autorevolezza come risultato dell’utilità e del divertimento del lettore, mi riporta a una constatazione che ho più volte riportato, non senza difficoltà: il senso delle cose sta in superficie, il movimento conoscitivo è orizzontale, la sintesi del movimento veloce è l’esperienza, il frutto è il “quasi sapere, superficiale, ma utile”. Non è roba mia, ovvio, ma se accettiamo che il termine superficiale sia un luogo e non una categoria qualitativa, ci vuol nulla a capire che la nostra conoscenza, la nostra esperienza si forma surfando velocemente nella rete, sulla rete, tra contenuti. Utilità e divertimento, uguale autorevolezza. Quindi l’autorevolezza è un insieme di esperienze, e tanto per ribattere ancora una volta nel caso qualcuno si arroccasse sul senso di superficiale come scarso o incompiuto, compito di chi scrive, oddio compito… ruolo di scrive è quello di rimettere in gioco la propria esperienza, la propria emozione, la propria conoscenza, in un continuo scambio, in continua diffrenziazione e sfaccettatura. Paradossalmente il luogo superficie è fatto di tante piccole o grandi profondità, di tante rientranze, fiordi più o meno profondi dati dalle sensibilità di ciascuno di noi, dalla preparazione, anche dagli studi o dalle competenze: capirete che una superficie con molte rientranze aumenta i siti di scambio, consente un flusso molto più ricco rispetto ad una superficie rettilinea. Scambi di sensibilità, tante piccole vere profondità o verità profonde che stanno a disposizione sulla superficie, che creano autorevolezza, conoscenza ed esperienza. A nulla serve il titolo, sulla superficie: non appena qualcuno alza il ditino il sistema va in pezzi, lo scambio diventa prevaricazione, l’intervento è solo di sopraffazione, l’utilità del quasi sapere avvilita: la sindrome del chi ce l’ha più lungo pialla e sclerotizza la superficie, e senza onde non si surfa. Poca roba, ma dimostrazione che l’esperienza è nella parola, nei contenuti e nella rete, non nel distintivo. Oggi è un buon giorno per surfare su AdG. ( la ruffianeria non rientra tra i contenuti ammessi ;-))
Molto bella la teoria del “quasi sapere utile” di Maffi.
Mi conforta, poiché conoscendo molto di poche cose ma dovendo conoscere almeno poco di molte mi consente di sentirmi un filo meno ignorante. Altra cosa la questione dell’autorevolezza, molto più complessa e delicata che sintesi di utilità e divertimento. Penso che definire l’autorevolezza sia difficile perchè non rilevano solo aspetti oggettivi e propri della persona cui sottendono, quali la formazione e l’esperienza per esempio ma rilevano anche aspetti che esulano dalla persona e sono come riflessi dalla percezione che gli altri hanno di lei per tutta una serie di fattori tra i quali sottolineerei la bontà e la coerenza delle scelte compiute nel corso della vita. Insomma, ci si inerpica in un sentiero assai stretto e ripido.
Quanto alla “inutilità della rete” indicata da Luciano mi pare fosse un semplice esempio, risultato dell’esasperazione estrema delle due posizioni a) e b). Che lui non condivide. Dice infatti che la verità sta in equilibrio tra le due posizioni.
Mi pare condivisibile.
L’esperienza è preziosa ma senza formazione specifica, salvo geni che non ne hanno bisogno, va a briglie sciolte, è mal incanalata, rischia di rendere di meno in un certo senso. La formazione da sola, di contro, senza l’esperienza – e magari un po’ di sana predisposizione – ha come risultato la perfetta e fredda esecuzione che è altrettanto inutile.
La sensibilità o la si ha o non la si ha, un po’ come l’orecchio per chi suona. Basta una nota ma ci vuole “tocco” per metterla nel momento giusto e nel posto giusto. Esperienza e formazione invece si possono acquisire con il tempo.
Una cosa che invece non ho mai capito, argomento principe dei giornalisti nella stanca dicotomia giornalista/blogger è quello secondo il quale i giornalisti non esprimerebbero (mai) opinioni ma racconterebbero (sempre) fatti. Mi pare che gli editorialisti facciano proprio come i blogger. La differenza è che non c’è il bottone inserisci commento in genere.
In definitiva sono comunque dell’idea che la rete sia una piscina naturale che si autodistilla naturalmente, facendo emergere il buono ed emarginando il peggio.
Fil.
p.s.: le considerazioni sul PR che ho letto immagino facciano parte dell’onda del “quasi sapere utile” ;)
Si Filippo, hai centrato quello che volevo esprimere
Una osservazione supplementare. In genere i giornalisti non sono abituati al blog, almeno quelli di una certa età, perché appunto sono abituati al filro redazionale e non al bottoncino dei commenti. Ossia sono, siamo, abituati alla verifica dall’alto e non dal basso, ossia di chi decide sulla pubblicazione do meno del tuo lavoro. Poi nessuno lo può più mettere in discussione e i lettori devono leggere, direbbe Titò.
Questo spiega la reticenza della categoria verso una sorta di spontaneismo dell’informazione che solo apparentemente mette in discussione il loro ruolo.
Io quello che ho capito è che il mestiere serve eccome, e ti aiuta moltissimo: solo che devi adeguarlo ad un mezzo diverso.
Inoltre bisogna avere chiaro che sul web riparti da zero come tutti. Il blog del più raffinato gourmet vale quanto quello del ragazzo alle prime armi: sono sempre i contenuti a decidere chi pesa.
L’azzeramento delle posizioni (di partenza) se ci pensi, è una delle cose belle della rete. E’ quel “travasi di establishment” di cui scrissi e parlai tempo fa. Poi, se uno ha esperienza e mestiere, emerge comunque. E’ una sorta di democratizzazione delle opportunità e di enfatizzazione reale dei meriti. E a me piace moltissimo questa dicotomia totale con la società offline.
Fil.
La teoria del “quasi sapere…” è del filosofo Maurizio Ferraris ( libro “Filosofia degli oggetti sociali” (?) ed è stata ripresa e commentata da Alessandro Baricco, in particolare e in generale nello scambio di opinioni con Scalfari a proposito dei Nuovi Barbari, su Repubblica. Con buona pace dell’ottimo Maffi ;-) Il tuo conforto è anche il mio, anche perché questa consapevolezza consente di alimentare il vero motore, la vera tavola da surf: la curiosità.
far finta di niente no, ehhh. me la stavo vendendo cosi’ bene l’affermazione di ronco. sono sempre gli amici che ti fregano, maledizione :-))
Chiedo scusa, Maf, ho fatto il perfettino ( e mi scuso anche con Ronco) ma m’è sembrato opportuno, anche perché non siamo uno nick name dell’altro ;-)(effiguriamoci..). Quanto al “vendersi” beh, è un anno che rompo con la superficialità e la profondità e barbari annessi, e continuerò, finché Baricco non mi chiederà i danni. Tanto son povero di mio.
Aggiungo: a me sembra cosa importante che l’autorevolezza in rete sia dovuta alla “parola”, invece che ai gesti o all’iimagine. Parola: non si è mai scritto tanto come in questi ultimissimi anni. E la parola è pur sempre un gesto profondo sulla superficie del web. Bene ora posso addormentarmi più contento.;-)
E di che ti scusi, mancanza mia.
Ciao, Fil.
Chi è Filippo Ronco?
Ciao Grilla, qui c’è tutto quello che mi riguarda, più o meno:
http://www.vinix.it/detail.php?ID=25016
Fil.
Carneade, chi era costui?
Sani.davide
Mi sento d’accordo con Fabrizio, il mio unico timore è che la “superficie” diventi, nel sentire comune, la via privilegiata per definire l’ “autorevolezza”.
E’ pericoloso navigare senza aver coscienza o conoscenza della profondità che c’è sotto, non tutti sanno nuotare bene.
Ciao
Mirco
La consueta consultazione delle pagine di AdG mi ha portato, alla vista di un “fabrizio” nei commenti, a questo considerazione di Mirco. Un anno dopo. E mi piace provare a riaprire il discorso: la tua osservazione è quella che fece Scalfari a Baricco, timore legittimo e lineare, diretto. Va considerato che il periodo “barbarico” coincide con la fine del secolo scorso, con l’avvento della comunicazione in rete, una novità che secondo certe valutazioni faceva strame di ogni altra modo di comunicare. Secondo il metodo di affermazione della propria “civiltà” i barbari abbattevano tutto e del passato usavano solo ciò che, al momento poteva servire. Nulla impediva che una trave portante della capanna barbaroca potesse essere una colonna dorica avanzata da qualche sfracello. Serviva alla bisogna. E’ l’architettura postmoderna, è se vogliamo anche la cucina della “rivisitazione” o della “destrutturazione”, forse anche il rivestire di autoctono i vini grossi e profondamente standardizzati. Ma tutto cambia e negli ultimi anni anche tra i barbari, o tra le nuove generazioni barbariche, qualcuno s’è voltato indietro e ha scoperto il passato: io preferisco chiamarlo il senso del classico, altri forse vedono solo il recupero delle rovine. Io intendo il classico come confronto dinamico col passato, come riconsiderazione dei valori, altri si rifugiano nei musei ripetitivi del tradizionalismo ad oltranza. Studiare e cogliere il senso del classico è proprio aver individuato tracce di quella profondità dimenticata, di cui si pensava di poter fare a meno. Tuttavia sempre con un atteggiamento di curiosità e scoperta, per continuare a progredire. La tradizione immobile ti fa chiudere in casa, senza esperienza. Un po’ come gli amanuensi, che vivevano il loro tempo, ma che avevano capito quanto fosse importante riportare in superficie dalle profondità i classici. Per andare avanti a surfare.
P.s. Sarà che oggi ho visto Hugo Cabret, ma mi sembra che il tema sia anche questo: il sogno del futuro necessita del rispetto e della passione con cui si considerano e si riparano meccanismi perduti nel tempo
Spesso arrivo lungo, ma i post interessanti non mi sfuggono…
Proprio così, e di certo non è un caso la citazione che fai a proposito degli amanuensi, visto che leggendo i vostri commenti mi è venuto in mente una discussione di alcuni giorni fa su quell’argomento… e parimenti mi hai portatao alla mente De Gregori; la tradizione immobile “è solo un modo per convincerti a rimanere chiuso dentro casa quando viene la sera”.
Ho visto anche io Hugo Cabret, e non ne sono uscito clamoroso.
Nemmeno io, ma ho apprezzato quel cuore fatto di libri all’interno della meccanicissima stazione, così come la chiave a forma di cuore, appunto, necessaria al movimento di un automa che, ritrovando i suoi meccanismi, porta con sé i temi della memoria, del sogno, della passione. Insomma c’è qualcosa laggiù in fondo al cuore di ogni tecnologia, che resiste al tempo, alla ruggine e le dà quel senso che altrimenti non avrebbe o non saprebbe trasmettere. Per certi versi è la risposta, anche troppo didascalica, all’incubo del camion assassino in Duel di Spielberg. Anche qui son passati quarant’anni.