Il Sabato del Villaggio | Ovvero, della speleologia degli ingredienti

 

Premessa: sono perfettamente consapevole che la questione non rientra nelle emergenze planetarie. Intendo dire: di fronte al ribollire del nordafrica, del riscaldamento dell’atmosfera, del dilemma energetico stare a parlare di racconti di cibo pare uno strenuo esercizio di mindpipping.

E’ un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo: e in un sabato nervoso ed influenzale vien di fare qualche sommessa considerazione al proposito. Dentro La morte a Venezia (Der Tod in Venedig, ’912) lo scrittore tedesco Thomas Mann dice da qualche parte “il desiderio è figlio di una conoscenza incompleta”.
Trovo questa affermazione straordinariamente vera, e l’ho scolpita nelle mie personali Tavole della Legge.  Fino a quando ti resta qualcosa da scoprire, il desiderio arde dentro, la curiosità brucia, la tensione creativa è folgorante. L’attesa, il viaggio è quasi più emozionante del traguardo: il preparativo, l’immaginazione sono propellenti atomici che spingono verso nuove avventure, là dove l’uomo non è mai giunto prima d’ora [cit.].

Allora formulare una domanda potrebbe servire a chiarirsi un poco: è più interessante una recensione esaustiva, oppure conviene lasciare qualcosa al dubbio? Vuoi l’happy ending o ti diverte di più il finale a coda di pesce?

Io non ho dubbi: vorrei contagiare chi – bontà sua – mi legge con l’emozione che ho provato: ed è una emozione complessiva, sfumata ma non microscopica: non riesco ad appassionarmi al gioco del riconoscimento degli ingredienti (hai sentito la verbena? ooh, quella verbena!) e non mi diverto nemmeno a raccontare le particelle elementari di un piatto, della sua genesi: più storia che didascalia, che ti resti la voglia di vedere cosa c’è d’altro.

Mica vogliamo rovinarci la sorpresa, no?

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2 commenti

  1. giancarlo maffi scrive:

    sono per la casualità del fatto, caf. ci sono luoghi che ti lasciano dentro una sospensione emozionale estatica che non ti permette di scandagliare a fondo la verbena. il palato NON viaggia alla velocità dei neuroni e della pelle d’oca. in altri, chiamali precisi ,calligrafici, freddi, calcolatissimi, chiamali come ti pare le sensazioni non attraversano il palato. restano lì e allora il compito è didascalico, approfondito sui primari ,secondari e millenari. dipende anche dalla natura di ciascuno di noi. io sono passionevole, sensitivo e anche compassionevole. altri vanno là, con il loro taccuino e scrivono fitto fitto, comunque parlando ore con lo chef, perchè credimi la verbena non sempre la sanno trovare da soli e allora chiedono, chiedono chiedono. visti, de visu, non tanto tempo fa in riva al mare.

    ognuno di noi dovrebbe essere almeno bifronte. ma le emozioni, in me, vinceranno sempre sulla didascalia, questo è sicuro. e trasmettere emozioni è sempre bello se dall’altra parte ce n’è almeno uno ad accoglierle

  2. fabrizio scarpato scrive:

    Verbena… cossa è verbena… E poi dicono che non bisogna appellarlo “vate”… La sorpresa è tutto, se bella.

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