Passioni | La congrega dei Liffi
Se abiti – più o meno – dalle parti di Reggio nell’Emilia, non puoi non aver sentito pallare della Congrega. Sono tanti e sono attivi, e sono trasversali. Obliqui, oserei dire. Perchè prendono il professionista anziano e il giovine operaio. L’insegnante precario e l’imprenidtore navigato. Tutti accomunati da una passione delirante per l’arte culinaria.
La storia della Congrega non è di breve momento, e ci sono di certo documenti più pertinenti di quanto potrebbe esserlo l’indegno scriba, ma di certo è quasi un movimento. Quasi cento persone ma mai cento, attorno ai 94, 96 soci, si ritrovano da più di vent’anni ogni mercoledì per cucinare. Pesce.
La loro missione è la cucina ittica: per questo oggi hanno allestito un importante stabile dalle parti di Quattro Castella con una cucina che farebbe l’invidia di molti ristoranti di gran vaglia: 135 metri quadrati allestiti di tutto punto, con 24 fuochi convenzionali e un circuito televisivo interno. Perchè i Liffi fanno corsi di cucina: e chi assaggia può vedere sugli schermi chi lavora, cosa sta combinando. Poi i libri, gia 5 o 6, dendi di ricette originali. Perchè è dai corsi che nascono i candidati, che dovranno rimanere un anno in prova e poi saranno integrati solo se si liberano dei posti.
Entrare nella cucina dei Liffi all’opera può segnare per sempre: una specie di antro di Vulcano ribollente di vapori e di vita.
La cosa funziona così: il mercoledì un buon numero di soci si presenta all’ora di cena. I volontarii hanno acquistato la materia prima. Si decide il menù, sempre formato da cinque piatti, e poi ci si divide in gruppi. Ogni gruppo prepara il suo piatto e lo fa assaggaire a tutti gli altri, a turno. Per questo c’è una quota di partecipazione, che la Congrega è totalmente autofinanziata. Roba da non credersi.
I soci possono invitare degli ospiti, naturalmente a pagamento: qui tutto è palese e non c’è alcun fine di lucro. Solo la passione, sotto l’occhio attento di Pietro Scapinelli, presidente di lungo corso.
“Liffo” in vernacolo reggiano significa una cosa mista tra gaudente e goloso, al limite della prodigalità. Con un’aura di autocompiacimento sereno e giocoso che la parola trascina con sè e che per gli indigeni non ha aree equivoche.
Ho assaggiato i piatti dei Liffi, che lavorano a ritmi di cucina professionale: impiattare 5 pietanze complesse in due ore per 60 persone non è uno scherzo, e non si improvvisa. Alcuni piatti erano eccellenti, altri più normali. Soprattutto in porzioni generosissime.
Ottimi e curiosi i passatelli al nero di seppia in brodo leggero; buono molto il polpo in cinque maniere. Volenteroso il calamaro con rucola, pinoli uvetta e melograno. Bislacco il gamberone con l’ananasso, farfallone il crudo con agrumi, adagiato sulle pletoriche matassine di songino. Ad essere inclementi, meglio dell’85% dei ristoranti di pesce del regno.
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Me ne parlò il Mario. È la serata dello Zero, questa?
Ciao.davide
essa stessa medesima, sì.
Son cose belle queste.
Bei momenti conviviali e d’amicizia, abitudini da portare avanti. Mi hai fatto venire in mente una piccola storia. Quando mi accostai a questo mondo un giorno venni invitato nella villa di un vecchio avvocato da amici vinosi. Estate, panorama senza fiato su Sestri levante e Portofino dal verde della macchia mediterranea dove eravamo immersi. Panche in legno sotto a un pergolato appena circoscritto dal telaio di una veranda completamente aperta. Lì sotto, dalla mattina alla notte fonda, arrivava gente, poca ma buona, con regolarità, per tutto il giorno. Ognuno portava con sé anche qualcosa da mangiare ma più di ogni altra cosa si portava vino. Poco ma buono, rarissimo. Per condividerlo. E carni e torte salate, e pesci e dolci. Tanti ristoratori che non conoscevo, giornalisti (pochi), appassionati (pochissimi). Solo amici. Da una vita per lo più. E io assistevo questo susseguirsi di cose mai viste, di bottiglie antiche e leggendarie, di sorrisi e strette di mano, di persone che indelebilmente segnarono da lì in poi il mio percorso. Sono i compagni di oggi, quelli con cui convidivdo tanto della mia vita lavorativa, i migliori consiglieri, amici fedeli sempre pronti nel bisogno.
Quella giornata, il Delpino Day, a cui io partecipavo per la prima volta tanti anni fa. Scoprii essere una consuetudine tra quel manipolo di folli sognatori del buon vino capaci di stupirsi e farti stupire di fronte ad una bottiglia senza etichetta così come di fronte ad un grande Borgogna. Dando, sempre, senza chiedere. Imparai più quel giorno, è sicuro, che in mesi di corsi.
Oggi quell’uomo saggio, accogliente, pacato, che era in grado di ricordare a menadito ogni più sperduto angolo dell’italica penisola e della Francia del Vino, non c’è più. Ma la tradizione continua, una volta l’anno, come fosse la prima.
Fil.
Ma la cosa che colpisce è la continuità dei Liffi: ogni mercoledì, tutti i mercoledì, da quasi trent’anni. Gialli e verdi, uomini e donne, sinistra e destra che convivono, lavorano, producono.
E stanno bene insieme.
Un altro mondo non solo è possibile, quindi. Esiste.
Fil.
Sarà pure bello Stefano ma neanche se mi facessero socia onoraria mi metterei quei pantaloni orrendi che, se da lontano sembrano divise da marine, da vicino sono pigiami con i pesci disegnati sopra….
Ciao Stefano,
una domanda, i piatti sono accompagnati da vini o ci si
concentra sulle ricche pietanze?
Saluti riccardo
Molti dei soci sono anche Sommelier, quindi suppongo che si lavori anche sugli abbinamenti. In particolare la serata in cui io sono stato Ospite c’erano al tavolo alcuni importanti produttori locali e nazionali e il vino aveva pari dignità…
Ubiqui?