Il Sabato del Villaggio | L’abominevole approccio quantitativo alla vita
Si è appena concluso il baccanale mediatico della presentazione delle guide enogastronomiche. L’evento più rilevante, di assoluto clamore, è stata l’attribuzione di un sonoro 19.75 a Massimo Bottura, dell’Osteria Francescana di Modena da parte della Guida de l’Espresso. Poi a destra e manca un gran bailamme di commenti sul mezzo punto di qua e mezzo punto di là. M’immagino mentre spiego a mio padre che il ristorante a cui lo sto accompagnando a pranzo quest’anno ha 14.5, molto meglio di quell’altro dove eravamo stati l’ultima volta che valeva 14.0
Anche l’indegno scriba di questo diarietto digitale ha lungamente partecipato al giuoco dei numerini per motivazioni già altrove abbondantemente eviscerate: la prima, l’indubbia facilità d’uso della sintesi racchiusa in un punteggio. La seconda, come qualificazione di chi quel punteggio l’attribuisce rispetto un sistema di riferimento condiviso. Con tutte le responsabilità che ciò comporta.
Ci sono sempre state due scuole, quella della cruda sintesi atta al confronto (quante figu hai? quanto fa il tuo motore? quanti dischi hai? quanti ristoranti stellati hai fatto?) e quella del sobrio dire per discorsi. Magari non sempre soberrimo, ecco.
Punteggi – L’attribuzione di un punteggio sintetizza l’impressione generale su una scala di riferimento facilmente comprensibile, che consente di catalogare e classificare le varie esperienze in progressioni lineari di una certa coerenza, nelle quali chiunqe si può agevolmente collocare in consenso o in dissenso. Il punteggio inoltre fornisce al fruitore un’informazione rapida per decidere come spendere i suoi soldi, magari rimandando l’approfondimento ad un momento più tranquillo. Infine parlare di un Sei Meno Meno racconta come e meglio di mille parole che “Il ragazzo potrebbe fare di meglio, ma non si applica: anzi, fa proprio il minimo indispensabile, e tutto ciò è molto irritante”. Purtroppo però lo stesso voto potrebbe significare anche “Il ragazzo si applica ai limiti delle proprie possibilità, ma purtroppo non è tagliato per questa materia e nella migliore delle ipotesi raggiungeràun livello di preparazione appena decente“.
I giudizi – L’approccio numerico alle cose priva le esperienze delle sfumature: non è possibile condensare l’infinita complessità del reale in un numero, qualsiasi esso sia. Si perderanno sempre i dettagli che sono la ricchezza dell’esperienza. Un giudizio articolato, seppur limitato nell’estensione, consente di accogliere le sfaccettature e raccontarle con minore approssimazione, resistendo alla tentazione di ricondurre il giudizio ad una traduzione letteraria di una scala di valori: “Questa tavole secondo lei è Ottima, Molto Buona, Buona, Sufficiente o Scarsa?
La sensazione è che tutto ciò che riveste la funzione di guida “manabile” debba per forza ricorrere a qualche sistema di classificazione: rapida, univoca, condivisibile. Stelle o Gerbere, Cappelli o Berretti, Forchette o Forconi, occorre una mappa che non debba essere interpretata per essere compresa.
Quei romatici che sono ancora innamorati del perduto piacere del racconto, potranno abbandonare la smania numerologica e dedicarsi alla descrizione, luogo deputato della dialettica. E alla fine magari riscopriremo un tratto di leggerezza che sempre più frequentemente mi pare smarrito.
Se invece volete il parere di uno che non ha dubbi, potete leggere qui la schietta opinione di Giancarlo Maffi che è giunto a riflettere sui voti per strade diverse ma curiosamente, nello stesso momento. Sul blog di Luciano Pignataro. Un Sabato più “del Villaggio” del solito.






detto fra te e me ,caro caf, ci sarebbe da pensare male . si vede che sono andati tutti nei cimiteri, in anticipo.
Voi due, tra il lusco e il brusco, o meglio tra lambrusco e basta, ci state intortellinando non poco. E senza panna. Troppe coincidenze, troppe virate. Cazzate, la randa, e via di bolina. Quel che conta è il manico, le sinapsi, non il numerello, che poi sarebbe anche bello, in fondo trascurabilmente utile orpello, porello.
a proposito di voti , alle tue prime tre righe … direi 19 / 20 …. alle altre tre , con descrizione : PURA ESERCITAZIONE TECNICA DI STILE ,PERALTRO ESISTENTE , dire 13 / 20 :-))
Maf, il giorno che sbloccherai il tasto maiuscolo non sarà mai troppo presto.
:)
Magnifico sabato del villaggio, due opinioni opposte su web è stimolante, anche se la tua posizione risoluta sull’argomento non chiama al dibattito :D
Il fatto è che io vedrei una via di mezzo.
Credo che i frequentatori abituali di questo blog sappiano che il tuo uso del numeretto tra parentesi sia un giochino leggero, come hai avuto modo più volte di dire, e che la descrizione più articolata del ristorante, della bottiglia o del libro racconti un’ esperienza e a volte un’emozione.
Non è la leggerezza di uno che dà un voto in maniera superficiale, ma la leggerezza di chi è consapevole di raccontare il suo punto di vista che è tale e che non aspira a diventare la verità assoluta.
Poi, come dice Maffi, l’affidabilità te la costruisci nel tempo e, aggiungo, a decretarla forse sarà un altro numero, quello dei lettori.
Non sono per i voti che cercano di creare delle scale di valore eccessivamente puntuali. La differenza tra un 6.9 e un 7.1 o tra un 15 e un 15,5 non mi interessa molto, sapere se l’Oste della Bon’ora valga un po’ più o un po’ meno di Lucanerie è un gioco che non mi appassiona, ma la valutazione di un posto tra le tue eccellenze o tra i posti del cuore magari con stelle, chiocciole, pallini arance o quadratini, è un dato che mi spiacerebbe non avere.
Andando anche al di là delle intenzioni dell’autore, questo e altri blog, diventano uno strumento di consultazione rapido se hai poco tempo per farti un’opinione di un posto o di una bottiglia. Perché non prenderne consapevolezza e fornire uno strumento sintetico?
Mi sono procurato la pelle di unicorno, ora mimanca solo l’inchiostro di calamaro gigante per trascrivere questo commento nell’eternità :)
Come ha scritto Dan Lerner su queste pagine, la sintesi, se deve esserci, sarà sempre dopo: dopo la descrizione, dopo la lettura, dopo la parola, dopo la comprensione. Dopo.
Un dopo che non è uno spazio, una collocazione grafica sulla pagina (in tal senso sarebbe uguale a un “prima”): è, a mio parere, spazio temporale, simbolo sottinteso, sintesi nell’immedesimazione. Il bello e il difficile sarà saperla cogliere.
Insomma se ero indeciso, ora sono indecisissimo.
carina questa : direi 9, 99 :-)