Il Sabato del Villaggio | Meglio soli
La prima volta da solo fu in un Business Hotel: che poi significa quelle grandi catene mondiali senza cuore che trovi ovunque, rassicuranti e prive di asperità, dedicate soprattutto ai viaggiatori d’affari. Allora trovarmi una notte ad Avellino con un tre pezzi di ricambio, camicia e cravatta nella valigia era una specie di scempio della Regola: che viaggiare era cosa seria, mica la si poteva buttare via per denaro.
Viaggiare era inalare cherosene negli aeroporti, attendere ovunque le coincidenze di compagnie aeree di secondo piano con sandali Birkenstock e vestiti vecchi addosso. Era stare lontano da casa un mese con cinque chili di bagagli, di cui tre di macchina fotografica. A pellicola. Allora – era il 1937 – viaggiare era non telefonare mai perchè era il modo di dimenticarsi via, tanto il telefono satellitare più vicino era a dieci chilometri. Viaggiare era una cena su un barcone al largo di San Cristobal con un basco, un tedesco, due francesi di Biarriz, uno scozzese, una australiana in viaggio da un anno e il ranger equadoregno, zibaldone di lingue ancora prima che di pensieri. Era mangiare yucca fritta con pesce fritto e birra Aguila Imperial, pimento e arroz blanco. Altro che business.
La prima volta che mi trovai a cenare da solo mi venne un colpo: aprire la porta del ristorante dell’Hotèl, guardare l’infilata di omaccioni seduti nei piccoli tavoli da uno, tutti che ti guardano tutti assieme, e fare dietro front. La prima volta che cenai da solo scappai dalla sala da pranzo, chiamai il servizio in camera e feci venire un minestronzo e un filetto au point. Poi ci presi la mano.
Ora sedere al tavolo da solo è – quasi – un momento desiderabile, una catechesi del gusto: null’altro a turbare l’esplorazione di una Tavola, di un Bicchiere: meglio ancora senza la musica di sottofondo, meglio ancora con i tavoli distanti, quasi scomparsi all’orizzonte, che altrimenti discorsi alieni esondano e s’appropriano di te come presenze arcane, divorando la tua attenzione e portandoti altrove.
Ora l’esperienza estrema è il ristorante da solo: e quante volte. Che la crisi è brutta, e si salvano le garrule trattorie e le pestifere pizzerie, ma non i ristoranti di ristorazione. Durante la settimana, e nei mezzogiorni, ecco le sale a somma uno con me stesso, il sogno di ogni goloso, il ristorante tutto per me. Gioia spinta fino alla commozione quando azzecchi il posto giusto, desiderio di fuggire quando invece no. Che se i piatti non funzionano non c’è nemmeno un amico per lagnarsi forte, e resta solo di schivare quei “Tutto bene?” che il cameriere spara ad alzo zero e bersaglio certo.
Che anche questa è un’arte: ma questa è un’altra storia.







A me piace mangiare sola al ristorante, lo faccio spesso: non devo discutere su cosa scegliere, su cosa bere, su quanto costa una cosa o l’altra…. libertà a tavola. meraviglioso!
incontrovertibile
Diceva il sig. G .. “La solitudine | non è mica una follia | è indispensabile | per star bene in compagnia”.
Come ti capisco Vate ….
Forse il post meriterebbe una piccola appendice. Da tempo hai aperto la frontiera delle “laiv degustescion” a 140 caratteri-mangio da solo e vi racconto- ci hai abituati a vivere con te virtualmente i pasti solitari, piccole anteprime delle tue storie.
E noi di qua a chiederci “che lavoro ti porta in giro così tanto?” “In quanti siete a tavola? Tutti quei piatti per te?”. Che poi scopri essere assaggini, chè altrimenti non saresti umano ;)
Comunque, la mia vita non sarà più la stessa da oggi, non riuscirò più a rifugiarmi a cuor leggero in un panino di plastica e poi di corsa la camera d’hotel a leggere per non affrontare la tavola da sola, sapendo cosa perdo.
Il riuscirci poi è altro discorso, ma la vita è fatta di prime volte, no?
questo mi fa pensare ad una forna di solitudine più contemporanea, che è la solitudine esibizionista. O all’esibizionismo solitario.
insomma, una solitudine fisica ed apparente, ma in fondo condivisa.
E una solitudine condivisa è un ossimoro.
vabè, mi ci devo pensare. stasera ceno da solo…