Trattoria Secchia, Concordia sulla Secchia MO [6.0]

 

C’è la faccenda della Secchia Rapita, e del poeta che ne cantò le gesta: per la verità una delle più estenuanti letture che si possa infliggere ad uno studente di liceo, il Tassoni. E di prescindibile importanza storicala vicenda della Secchia, visto che fu una delle poche preclare vittorie dei Modenesi ai danni dei Bolognesi. Girando mollemente il volante per la buffa strada ondulata che segue il corso dell’argine, ti potrai domandare se la concordia richiamata nel nome ha qualcosa a che fare con la secchia, o con il Secchia che ne segna il territorio: probabilmente no. Corncordia fu roba dei Pico per 400 anni – quelli di Mirandola – e al nome si attribuiscono varie origini. Oggi all’ombra dell’argine – altissimo – oltre al miliardo di imprese familiari con le macchine a controllo numerico in cantina c’è anche il magnifico portico sotto l’ombra dle quale ognuno vorrebbe passare un mezzodì d’estate.

L’oste non si nega, anzi: la cantina è vasta e piena, con referenze d’ogni genere e grado, ben innestata sulle etichette che accontenteranno i tanti guidatori di macchine tedesche che danno del tu all’oste, ma anche su qualche bottiglia di maggior studio e ricerca. Chamapgne, ma anche i grossi rossi del Piemonte dal cartellino importante. Di sera poi una giravolta restituisce la Trattoria al gnocco ed alle tigelle, per garantire intelligententemente continuità ed afflusso.

Dalla lista delle vivande puoi prelevare piatti localissimi e georeferenziati, e qualche colpo d’estro della cucina. C’è anche di pesce, non ostante l’argine di sei metri che giganteggia a fianco della barchessa – deliziosamente fresca – faccia pensare più a terra, carne e bassa corte. Infatti il salame “gentile” è straordinario: un arnese di venti centimetri di diametro di perfetta resa. Bene anche con culatelli e P.Reggiano ben stagionato, ben accompagnati d a una bella e potente (assai) mostarda.

Belli e buoni i tortelli di zucca in forma di cappellaccio, alla ferrarese, sodi di pasta e ricchi di ripieno; assai meno riusciti i bigoli al torchio con guanciale e (un ottimo) balsamico, afflitti da una crema bianca e nebulosa che tutto appiatta.

Tra i secondi difficile interpretare il progetto degli straccetti manzo al curry, bislacchi nella loro tintura verde: confusi nel sapore che vira in mille direzioni e nella consistenza, quantomeno cordonata. Pallida anche l’entrecote di cavallo al rosmarino, che vuol ricordare le abitudini gastronomiche delletavole emiliane del boom del dopo-fame.

La spendita è proporzionata: per i quattro piatti vai verso i 40 euri, magari anche scavallando. Quindi tutto in regola per le trattorie dei fegati dell’Emilia che funzionano bene per affettati e primi piatti e si impantanano nelle pietanze. Tutto come da programma.

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3 commenti

  1. dimmi per favore che non e’ quell’ ottimo balsamico cio’ che zigzaga intorno ai bigoli

  2. Andrea Bez. scrive:

    ci scommetterei gli zebedei che è una riduzione di quelle estreme (poi un giorno parliamo delle riduzioni eh…)

    riduzbez

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