A Mangiare, Reggio Emilia [6.4]

 

Al telefono: Ciao, Ciao, Andiamo a cena stasera, Sì, dài, ma dove andiamo? Andiamo, A Mangiare, Sì, ma dove, A mangiare, sai, lì dalla doganiera, Sì, ma in che posto, A mangiare! Vabè, hai bevuto, Manò andiamo da-A-Mangiare, Eh?
Questa conversazione potrebbe essere plausibile tra non reggiani importati, perchè i reggiani conviventi da qualche anno si invitano mettendo una specie di singulto nel nome del locale “proviamo da-ha mangiare”. CHe vuoi farci, se scegli un nome anticonformista poi devi portarti via un po’ di frappe. In quegli ambienti c’era un ristorante di memoria neozoica, avrebbe anche potuto chiamarsi Cannon d’Oro o qualcosa del genere: roba più reggiana del grana. Ma ora c’è questa brigata variopinta che sta conquistandosi i favori di una cittadinanza che da anni ha livellato verso il basso le proprie aspettative gastronomiche: in parte per abitudine alla cucina della nonna e della mamma che meglio non c’è, in parte perchè spendere in cibo o serve a far vedere che puoi spendere in cibo, e allora non vale quel che mangi ma dove, oppure preferisce mettere i suoi fogli da cento yuri nei serbatoi dei cinquemila-benzina e in ginx firmati.
Ma qui si lavora per uscire dal vortice, basta leggere la carta dei vini che racchiude vere e proprie perle enologiche, etichette di basso impatto commerciale ma di autentica ricerca: in regione come fuori. Per dire, mica facile trovare la Barbera di Camillo Donati eh, profeta del tappo a corona. O la Vitovska di Skerk, a prezzi da lagrimuccia.
Poi la Grande Carte, dove vivono tradizione e innovazione, cercando lo stacco a volte in modo un po’ scomposto: ma volonteroso.
C’è per appetizer una frittella di baccalà, ricordo di mille tavole di casa: e subito dopo una denominazione di lunga presa: acciughe di nostra produzione con finto uovo di spuma di patate e tuorlo di martini rosso e bianco, osè negli intenti ma basico nei sapori, coreografico ma in fondo semplice. Plausibile il carpaccio di fegato grasso su crostone con riduzione di brachetto, in porzione colossale, e curato anche lo sformatino di zucca con gorgozola e crostini. Sbalestrati i tortelli di mele renette e pistacchio di Bronte che seppur fatti con mano ferma sparano il dolceforte della renetta fuori della pasta con tiraggio d’allappo e scarsa coesione. Meglio le tagliatelline con julienne di culatello, fornite in temibile copia. Tra le pietanze i guancini di maiale confittato con disco di cotiche, funghi e culatello, laccati al Lambrusco vivono di grande materia e fanno aggio su una grande ricchezza gustativa: appena troppo marcato il passo che annebbia un po’ l’architettura generale.
Molto belli  i dolci, tra cui la mousse di zabajone al marsala dai sapori antichi. Salsa di frutta rosa spettacolare ma ultronea.
Da-ha Mangiare si sta molto bene: in sala il servizio declinato al femminile ha un tocco di cortesia e disponibilità armata di sorrisi dispensati senza micragnosità e genuino piacere della convivialità. In cucina i cuochi – due con contaminazioni… estere – hanno il loro daffare per emendarsi dalle panie più soffocanti della tradizione e spaziare altrove, con esiti a volte convincenti, a volte così.
Ma per Reggio, boys, è grasso che cola, e potrai tornare: anche l’addizione è un bell’invito, che ti farai la galoppata intera per 40 euri e berrai un’ottima bottiglia a prezzi da enoteca.

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