Pantagruel, Rende CS [6.9]
Lacalàbria, lacalàbria, un posto per descrivere la quale occorre inventarsi un vocabolario nuovo. Uguale solo a se stessa e anche in questo disuguale, sa portarti dai mille metri delle montagne all’indaco del mare i pochi chilometri. Meticcia in tutto, in genti e in territorio, violentata in tutto, genti e territorio. O forse delle due l’una.
Ma di certo che il nordico forestiero ne calpesta il suolo con circospezione, guardando bene dove mette i piedi. Sarà per la pletora di scavi e cantieri che sull’autostrada t’accompagnano sempre, sarà per la difficoltà di trovare una sequenza di cartelli segnaletici che abbia qualche senso compiuto, ma ti muovi sempre guardandoti attorno, non troppo sicuro di dove sei.
Ad esempio a Rende: che è anche un conglomerato di costruzioni senza arte nè parte, una pretenziosa chiesona contemporanea in mezzo ad uno svincolo, palazzoni buoni solo a giustificare i sensi unici nelle strade nate già vecchie e strette. Ma è anche il paese arroccato sul dirupo, con i milioni di anni attovagliati a grappoli. E anche lì sono pugni negli occhi: edifizi moderni e serramenti in alluminio anodizzato a fianco di portali settecenteschi che ancora portano nomi, e cognomi, non ancora sepolti nella memoria.
Entri nella piccola porta che conduce a casa di Tonino Napoli e capisci subito tutto: secoli a strati, a foderi, e tutta la storia in campo. Non la Storia, ma la storia quotidiana e veridica di una terra tra le più difficili e le più amabili, quasi una perfetta somiglianza con la sua cucina spesso impervia ma generosa come poche.
Al tavolo di Tonino non si discute il menù, nè il vino: si mangia quello che c’è, di solo pesce, e senza alcuna anticipazione, un vino bianco locale asciutto ed elettrico ad aspergersi sui palati spesso arroventati di pimenti. Come l’incontro con la rosamarina, la neonata di sardine, trattata con molto peperoncino e olio e conservata in marinata per un paio di mesi, un vero e proprio uppercut di sapore. O il commovente sgombro sott’olio servito con cipolla di Tropea: sodo, polputo, favoloso.
C’è carpaccio di calamari con carciofi, e ci sono le irresistibili alici alla Pantagruel, che vuol poi dire olio e alloro: tutto e nulla.
Per minestre avrai gli spaghetti conditi con vongolone eroiche, calamari e scampetti, rosso pomodoro a finire, una varietà locale figlia bastarda di cuor di bue e sammarzano: di intensità stordente, di dolcezza fruttolosa.
Alle pietanze hai i gamberoni coni gocce di liquirizia, ingrediente che mai come qui rientra nel novero di quelli plausibili: ricca e fondente, vibrante di contrappunti, unica e inimitabile seppur ardua.
Dolci semplici di una volta: i “turdilli” e i mostaccioli, rustici quel tanto.
Spendi 40 eurini al Pantagruel, con gli occhi penetranti dello chef che seguono ogni tua espressione, sottolineando i piatti con pochissime parole esatte: ecco, esattezza e parsimonia sono le due cifre che ti porterai a casa di questo luogo insolito nella proposta, nell’arredo, nelle suppellettili e nel tocco.
Se sei nei paraggi, vietato mancare.
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ma quanto viaggi?:D
credo di essere stata a Rende nell’85 o ’86 al max… è un bel po’ sperduto direi…