Osteria del Mare, Olbia OT [6.4]
Sull’arenile di Capo Comino – all’alba del Golfo di Orosei – resto a lungo nella posizione detta delle Grandi Riflessioni Anche Se Sono In Vacanza. E’ una postura a bassissimo impatto energetico: piantato sui piedi dove batte l’onda, mani dietro la schiena, sguardo bovino spinto nel vuoto. E’ facile cadere in una specie di catalessi sensoriale, con questo mare dipinto di tutta la paletta del blu. Le lenti polarizzate, necessarie per attenuare il lucore abbagliante, restituiscono un arazzo quasi divisionista, dall’indaco al celeste, in moto perpetuo, ipnotico. I piedi, appoggiati barefoot sull’adamantina sabbia di grosso calibro, stanno lentamente sprofondando, ricoperti dall’instancabile sciabordio. In poco tempo sono interrato fino alla caviglia. Viene d’istinto di paragonare questo lento sprofondare, questo soccombere alla gommosità dell’onda alla disperante situazione della ristorazione balneare ch’è dato di incontrare. D’altronde quando l’onda arriva, e arriva comunque, perchè ammazzarsi per trovare alternative? tanto la sabbia ti ricopre, prima o poi.
Questo è il ragionamento che mi pare caratterizzare il panorama tutt’attorno: serialità, capitalizzazione del momento, strumentalità. Eppure i prodotti sardi hanno una loro profondissima e peculiare importanza, un loro spessore: perchè mortificarli con questa routine meccanografica, pallida, senza brividi?
Gran spremuta di meningi a seguito della visita all’Osteria, la sera prima. Il locale è carino, ed è pregiato di un alcuni romantici tavoli all’aperto sulla pubblica via. Belli, ma attenzione: aggettano su un ameno incrocio a gomito frequentato da non poche vetture, e il retrolfatto di idrocarburi nel vino potrà non essere quello conferito dalla componente minerale. E il rombo dei motori ruggenti – a due, tre e quettro ruote – potranno rendere agonizzante la conversazione più sussurrata.
Però il menù intriga, e varca il recinto elettrificato delle proposte dai-e-vai in cui ti sei troppe volte imbattuto. Senti com’è scrocchiante questo casarau carasau ll’olio e rosmarino. Ad esempio il gran piatto di antipasti reca diverse preparazioni, tutte fredde – anche i fritti. Una diagonale ampia e convincente, di cui ricorderai sopra tutto la triglia con mandorle e verdurine. Meno vividi, seppur di qualità, gli scampi con uova di salmone e radicchio trevigiano, piatto un po’ lasco. Porzionona alluvionale di spaghetti all’astice, rossi, piccanti, con un leggero pesto al basilico a rinfrescare una scenografia ben architettata nella categoria “piatti saporiti”. Altrettanti ed altrettanto appetitosi i tagliolini con gamberi rossi e pomodorini. Un piatto semplice e giusto, seppur d’anima molto vicina al precedente. Deludente la gran grigliata di crostacei con schiacciata di patate, che nulla aggiunge alla materia prima. Dolce e molle la frittura, pur in bella presentazione nei coni di carta gialla.
Razioni importanti: tanto da rendere impervia la salita al dessert.
Team cosmopolita, a partire dalla chef tunisino Karim Larbi che si affida a ingredienti collaudati ed a una certa serialità delle composizioni. Accenti ad est e a sud tra tavoli e bottiglie che arricchiscono la serata di sorrisi ampi anche per gli ospiti più piccoli, a compensa di qualche imperizia qua e là. A tratti possono emergere lentezze. Piccola lista dei vini – molta Sardegna – a richiesta.
Il conto misura 50 europei, più o meno a seconda delle pietanze scelte, per quattro piatti.
Magari un po’ più di convinzione, perchè i piedi nudi stanno bene anche fuori dalla sabbia…
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CaRaSAu, caro il mio dottore, carasau.
Massì, massì, perbacco. La più gnocca delle inversioni…