Commestibili La Nera, Montalto di Vezzano sul Crostolo RE [7.0]
E’ di moda sapere tutto dei dialetti. Io so un fiato appena di quello che mi si è appiccicato addosso della mia famiglia, gente di campagna che aveva per lingua madre l’italiano ma il dialetto reggiano per lingua padre: che le grandi gioie e i grandi dolori, le ire funeste e le più mordaci battute se ne uscivano sempre in dialetto. So per certo che nigher in dialetto reggiano significa nero, e non negro. In ogni famiglia era d’obbligo aver un Nigher, che era poi un zio di seconda molto scuro di capelli, o molto scuro di pelle, o molto scuro d’umore. Ed era cosa intraducibile, perchè al Nigher non poteva diventare “il Nero” che magari si chiamava Ideo, o Violando. Quei nomi scolpiti nella quercia, a mano libera. Curioso anche il fatto che non esistesse – a mia conoscenza – un corrispondente femminile: potevi imbatterti ne la Mora, ma non ricordo la Nigra. C’era sì, la Nera: abitava nel cortile di fianco a mia nonna, dai muntanèr che non ho mai capito se era il loro cognome (Montanari) o se venissero dalla montagna. Si chiamava Ines, un bel nome ventoso da staffetta partigiana, ma era la Nera per tutti, articolo incluso, perchè vestiva sempre di nero: calze, gonna, golfino e grembiule, sempre neri. E fazzoletto – nero – in testa. Le sue mani sapevano sempre di rosmarino, e veniva ad aiutare a fare i cappelletti perchè le venivano piccoli. Aveva dita curve, affusolate, sottili. Agili e veloci, la Nera.
Allora leggere questa insegna assai poco appariscente, tanto che se non sai che devi andare lì ma proprio lì passi oltre, mi mette già sapore di casa. Perchè nomen omen, e quel *commestibili* in prefisso sa di buono per conto suo, e poi La Nera. Cappelletti.
Il locale è familiare: come il soggiorno di una delle case di contadini. Lindo e ordinato, senza fisime, le Vivande sulla Lavagna.
Puoi avere l’ Antipasto della Casa, che è un tagliere di stagione con alcuni protagonisti fissi, come l’eccellete assaggio di gnocco fritto, fatto con una spruzzata di farina integrale; la cipollata, la polenta coi funghi. Ardente la versione d’erbazzone, con la pasta sottilissima fatta da mani umane. Opulento il ripieno di verdura, quasi nulla pangrattato.
Poi chiami i tortelli in due versioni: verdi e gialli. Li tira lì al momento, la robusta signora con la cuffietta bianca nascosta in cucina, perchè fa prima così, dice. Sono meravigliosi di pasta, lasca senza sovrabbondanze, e di ripieno. Bietole e spinaci, poca ricotta per quelli verdi, e zucca e formaggio per quelli gialli. La memoria riporta un niente d’amaretto: ma forse no, in tanto larghissima dolcezza.
Ma i cappelletti. Vengono i cappelletti in brodo di gallina, piccolissimi (la Nera!), gonfi di ripieno lussurioso, sodi senza spigoli. Non v’ha dubbio, la migliore espressione in circolazione, qui ed ora.
Puoi avere gli arrosti di bassa corte, classico il coniglio. Puoi avere la zuppa inglese, in versione dolce- forte, piuttosto rigorosa e ben presentata. Puoi avere alcune bottiglie di un certo pregio: sia nel territorio che fuori.
Ma la chiave del paradiso la Nera la offre in un piatto di cappelletti.
Ci vogliono 25, 30 euri alla grossa. E se vuoi mangiare “reggiano” di casa sali pure fino qui: ma della casa più buona del mondo.
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grande post, grazie Stefano per aver segnalato un posto così, un posto di quelli che pensi esistano solo nei ricordi dei vecchi e invece esistono e vanno difesi ad oltranza.
menù consigliato in caso di visita: gnocco fritto e coppa per sciogliere il palato, cappelletti di primo, tortelli verdi di secondo. Nero di Cìo per lubrificare, zuppinglèse per addolcire. Segna 40 compresa la bottiglia, se te la bevi da solo.
menù consigliato:
gnocco fritto e coppa, cappelletti di primo tortelli verdi di secondo. Nero di Cìo, zuppinglèse.
è da tempo che ci penso,
tu che hai maggiore esperienza magari hai la risposta pronta: come mai nel nostro fazzoletto di Emilia siam così deboli a secondi da non azzardarci quasi mai a consigliarne uno? Perché quando i forestieri mi chiedono dritte, anch’io li enfio a salumi & sfoglia e solo se proprio insistono, li preparo a un non esaltante prosieguo.
:-|
eppure abbiamo tutto, no? bestie, ortaggi, formaggi, spezie, padelle e forni…
Ci ho pensato spesso. Io credo che questo sia uno dei motivi per cui considero la cucina tradizionale emiliana del tutto sopravvalutata. Gram minestre, salumi – a cercarli – buoni, ma anche molta fuffa, e secondi? cotechino/zampone/cappello da prete, bolliti e siamo alla fine. Per il resto arrosti sempre uguali.
Credo che qualche ragione di quello che dici sia nella fonte stessa della tradizione culinaria emiliana, che è terra di campagna: per cui gli animali di bassa corte andavano consumati con parsimonia, e possibilmente con preparazioni che tendessero a renderne gradevole la massima parte con minimi scarti.
Anche a dolci, se ci pensi, non siamo messi benissimo.
Del resto storicamente non eravamo pastori, non eravamo allevatori, non eravamo cacciatori. Eravamo mezzadri, n’est pas? e le masserizie si nascondono assai meglio delle galline…
post commovente, lo stampo e mi ci faccio una t-shirt … posso?
condivido l’analisi riguardo alla mancanza della seconda marcia.
ma non lo vedo come un vera e propria mancanza, solo una caratteristica data dal contesto ambientalculinario.
Grandi primi, materie prime importanti (Reggiano Parmigiano e anche no il Balsamico dato che e’ diventato un ingrediente solo recentemente) un vino che sembra fatto apposta per stare in compagnia e per ristorare la cavità orale da bocconi succulenti , anche se non esagererei con la sua funzione da stura-lavandini che si fa grande torto ai produttori :-)
insomma, la cucina emilia ha sicuramente dei limiti, ma l’importante e’ accontentarsi!
Ma ha chiuso? Ottima cucina anche a mio parere!
purtroppo ha chiuso.